Imprinting

Questo racconto è una sorta di spin off della raccolta Vic, biografia non autorizzata di una donna dissoluta. Descrive, infatti, un episodio decisivo nella formazione di F., uno dei personaggi più significativi dell'affollato universo di Vic e delle sue pagine. Buona lettura.

 

«Apri!».
La ragazzina arretrò il braccio fino alla massima estensione, poi lo piegò in avanti con una rotazione del corpo, facendo fulcro sul piede sinistro. La racchetta schiaffeggiò la palla violentemente, spedendola all'incrocio delle linee avversarie.
«Brava! Così va bene... elastica sulle gambe, mi raccomando».
Lanciò di nuovo, stavolta sul rovescio.
«Anticipa... anticipa...».
La giocatrice corse incontro alla pallina, si abbassò sulle ginocchia e con entrambe la mani batté di controbalzo. Il colpo interruppe la sua parabola sul nastro della rete.
«Devi abbassarti un po' di più e chiudere lasciando andare il braccio» spiegò l'istruttrice.
Chinò la testa ansimante, in un proposito di riscatto impastato di fatica e delusione.
«Va bene» concesse a quel punto, in uno slancio di comprensione, l'adulta. «Per oggi basta. Proviamo un po' di servizi».
L'allieva girò attorno al seggiolone arbitrale e raggiunse la maestra sul lato opposto del campo.
«Proviamo la seconda» comandò quando si fu sistemata dietro la linea di fondo.
La giovinetta lanciò la palla in alto, si inarcò e batté allungandosi col braccio per quanto poteva. Il tiro finì lungo, oltre la linea di servizio.
«Devi lavorarla di più» suggerì l'insegnante. «Devi piegare di più la colonna».
Si sistemò dietro, le pose le mani sui fianchi e la ruotò ortogonale alla fettuccia di plastica.
«Ecco... girata così. Devi stare a novanta gradi con la linea».
Quindi iniziò a salire lungo il tronco con la destra, facendo pressione sulla maglietta. La schiena iniziò a inclinarsi verso sinistra.
«Ecco... questa è la posizione giusta!» esclamò quando ritenne che fosse abbastanza piegata.
Si era fermata appena sotto l'ascella, con le robuste dita appoggiate a quel timido rigonfiamento che da qualche mese aveva iniziato a notarle sul petto. Ora poteva anche apprezzarne la consistenza. Era denso e teso, con un mammellone conico in superficie elastico come caucciù. Non era più una bambina, la figlia di L. Quel passerotto che ricordava ancora nel giorno della nascita stava per diventare donna.
Rivisse in un flash quel 1967: dal dolore del tradimento alla gioia del ripensamento; dalla brutale esclusione alla condivisione di quell'essere in fioritura che ora le stava accanto. I mesi più turbolenti, feroci e dolci della sua storia con L., il grande amore della sua vita.
Come avrebbe potuto dimenticare quel pomeriggio di tenerezze e di sesso, quando lei, al settimo mese di gravidanza, l'aveva chiamata, dopo un silenzio infinito e nero, per dirle che le mancava da perdere il respiro e che aveva bisogno delle sue carezze? Come scordare quel corpo trasformato, l'ombelico sporgente sul pancione lucido, i seni floridi e pastosi, con areole così grandi e scure come non le avrebbe mai più viste, quel sesso gonfio di voglia e di ormoni, di cui si nutrì e che nutrì con le sue dita e con la sua bocca?
Rivolse l'attenzione al campo accanto.
>Ed eccola là, appena sfiorata dai segni della fatica, nella sua dinamica signorilità, a far dannare il malcapitato di turno. Là, ancora atletica e desiderabile, a mostrare che gli anni non avevano neppure scalfito quell'incedere elegante e flessuoso che era sempre stato il suo segno distintivo.
«Guarda la mamma» disse indicando col dito. «Vedi come si piega bene all'indietro quando serve?».
La ragazzina finalmente parlò: «Già, la mamma è bravissima. Io non riuscirò mai a diventare brava come lei».
«Diventerai anche più brava» la rassicurò. «Riuscirai a batterla prima di quanto credi».
Sul terreno vicino, anche l'oggetto della loro ammirazione aveva terminato la sua sessione di gioco. E, stretta la mano all'avversario, si stava avvicinando alle due.
«Com'è andata?» chiese con un sorriso fresco. «Avete fatto una bella lezione?».
L'istruttrice si affrettò a contraddire la smorfia sconsolata che già si era stampata sulla faccia della ragazzina.
«Bene, diventerà una gran giocatrice. Come sua madre».
«Speriamo anche più forte!» si augurò L.
Si avviarono verso gli spogliatoi.
«In effetti potrebbe diventare anche più forte di te» precisò la maestra. «Perché ha il vantaggio del rovescio a due mani».
L. aveva imparato a giocare in un periodo storico in cui lo stile contava più della forza. Era uno spettacolo vederla in azione, ma la precisione del gesto, soprattutto nel rovescio, pagava dazio alla potenza. Da qualche anno, invece, le nuove leve avevano iniziato a martellare come dei fabbri, e per la vecchia guardia erano iniziati tempi grami.
«Sì... non è un granché da vedere, ma di certo fa viaggiare la palla a una velocità che noi ci possiamo scordare» ammise. «Credo che questo sia il futuro, cara M.» concluse appoggiandole una mano sulla spalla. «E noi vecchiette non potremo far altro che metterci da parte».
«Non siamo vecchiette, abbiamo ancora delle buone frecce...» ribatté facendole l'occhiolino.
Erano ormai alla club house: entrarono nella zona servizi riservata alle femmine. Lo spogliatoio era deserto. Le grandi recuperarono i loro indumenti e tirarono fuori il necessario per lavarsi; l'adolescente nicchiava.
«Che c'è F.?» chiese la madre. «Non ti cambi?».
«Mamma... io la doccia me la faccio a casa».
La guardò con indulgenza. Non era più baco, ma non era ancora farfalla; stava dentro a una pelle che non sentiva sua e che la imbarazzava.
«Va bene... aspettami fuori, cerco di fare presto» si era tolta il reggiseno e si stava infilando nell'accappatoio. «Mi faccio una doccia veloce».
La ragazzina uscì, con la borsa in una mano e una bottiglietta nell'altra. Dopo pochi minuti, complice l'ingordigia con cui aveva spento la sete, avvertì la necessità di fare pipì. Rientrò. Nello stanzone non c'era nessuno, si sentiva solo lo scrosciare d'acqua nella sala attigua. Avvicinandosi per raggiungere la toilette, iniziò ad avvertire delle voci. Riconobbe quella di sua madre.
«Ma cosa fai... dai, sei impazzita? Tornatene al tuo posto, è pericoloso... potrebbe arrivare qualcuno».
«Non c'è nessuno... F. è fuori e le altre sono sui campi... siamo sole».
«Ti prego, tornatene di là... è pericoloso».
«Ti lavo solo la schiena... non vuoi?».
La ragazzina, che si era fermata, a quel vocìo soffocato, sul limitare della porta, fece un ulteriore passo e sbirciò. C'erano due accappatoi appesi sui ganci a parete. Avrebbero dovuto indicare l'occupazione di due box. Ma uno di questi era vuoto: lo scroscio, oltre la tenda aperta, cadeva sul pavimento. Quello accanto era, al contrario, affollato. Attraverso la plastica traslucida si riuscivano a individuare due corpi. Una voce riprese a fendere le gocce, era quello dell'istruttrice.
«Sono due settimane che non ci vediamo...».
«M., lasciami...» il tono era piuttosto ruvido. «Tornatene di là».
L'impressione della spettatrice fu che la più alta, sua madre, si fosse girata e che le due si guardassero in viso. Poi due braccia a cavallo delle spalle e silenzio. Perfino lo scorrer d'acqua sembrava essere attutito. Una mano spuntò all'improvviso a scostare la tenda, fece appena in tempo a ritrarsi. La frase che seguì, pur di rimbalzo dalla parete, risuonò nitida.
«Domani B. parte per lavoro, starà fuori due notti».
«Allora ci vediamo!».
«Se vuoi sì. Quando preferisci?».
«Perché non tutt'e due le sere?».
«No. Una mi serve libera».
«Per cosa?».
Per qualche secondo si udì solo un rumore di pioggia.
«Lascia stare... scocciature... preferisci domani o giovedì?».
«Domani, ho già aspettato anche troppo».
Le docce stavano ancora correndo, ma F. ebbe l'impressione che loro si stessero già asciugando, così tornò cautamente sui suoi passi e uscì.
Apparvero dopo un po'. Distese e sorridenti, chiacchieravano amabilmente tra loro nel più assoluto relax. La maestra aveva i capelli, corti e ricciolini, bagnati, mentre L. appariva già in tutta la sua luminosa silouhette di signora della buona borghesia cittadina; ricca ed emancipata, come confermò il pacchetto di Davidoff gold che tirò fuori dalla tasca laterale del borsone.
Per F. non era una novità vedere fumare sua madre, lo faceva regolarmente, a casa e fuori, ma quel gesto, così consueto e pacato, in quel contesto le parve fuori luogo. Come poteva avere già riportato all'indifferenza più totale il suo spirito, dopo quel che era successo solo pochi minuti prima, e che a lei, sua figlia, era apparso come un fatto sconvolgente? La spiegazione era una e ovvia: per la cara mamma, quell'episodio non era affatto sconvolgente, ma assolutamente routinario. Qualcosa che doveva aver già vissuto chissà quante altre volte.
Fissò la coprotagonista di quella recita a sorpresa con occhi smarriti. Non riusciva più a riconoscerne quei tratti familiari e affettuosi che l'avevano accompagnata per tutta la vita: era una persona diversa, estranea, con sfumature sconosciute. Per la prima volta si rese conto della muscolatura possente, dei tratti decisi, quasi mascolini, del look perennemente sportiveggiante. Capì che quella figura non era solo la zia affidabile e sempre presente, ma un essere con una personalità e dei bisogni propri.
«Ciao F., ci vediamo venerdì» la salutò, mentre stava ancora persa nei suoi pensieri.
«Ciao» sorrise fiaccamente.
«Non ti sei nemmeno messa il golfino» la rimproverò L., salutata a sua volta l'amica.
«Mamma... c'è caldo...».
«Sei tutta sudata, rischi di prenderti un malanno, così» rimbrottò. «Vieni, dai, andiamo in macchina».
Non appena in strada, la ragazzina fece ammenda: «Mamma... mi dispiace... ma io non avevo voglia di lavarmi al circolo».
L'occhio rosso di un semaforo le obbligò alla sosta. L. si girò e allungò una mano carezzevole sulla guancia della figlia.
«Non preoccuparti, lo so bene cosa vuol dire avere vergogna di mostrarsi. È capitato anche a me, capita a tutte. Tra un po' sarai una donna e allora andrai fiera del tuo corpo. Ma per adesso, se non te la senti, non te ne devi fare un cruccio. Ogni cosa a suo tempo» chiuse col più comprensivo dei sorrisi.
«Hai vinto?» domandò rinfrancata.
Mantenne le pieghe sul viso, virandole in un moto di soddisfazione.
«6-3 il primo, e stavo conducendo 3-0 il secondo».
«Lì dentro non ti batte nessuno».
«Beh... con gli uomini più forti non ci provo neanche... ma con gli altri e con le donne...».
«Anche M.?».
«M. è una muscolare, un osso duro, ma è metodica e perciò prevedibile... e sapendolo...».
«Quando vi siete conosciute?» buttò lì, quasi interrompendone la frase.
La ragazzina provava uno strano prurito sulla lingua, aveva voglia di chiedere. La incuriosiva, quella tipa che fino al giorno prima aveva considerato solo una che c'era, una che c'era sempre stata, come l'albero del giardino o la statuetta sulla scrivania, e che ora improvvisamente brillava di luce propria.
>«Ci siamo conosciute lì, al circolo, quando eravamo ancora ragazzine» si girò un attimo. «Più giovani di te».
«E siete sempre state amiche?».
«Non te l'ho mai detto.. .è una cosa di cui un po' si vergogna...» confortò le parole con una contorsione delle labbra. «M. è la figlia degli ex custodi del circolo. Praticamente ha vissuto là dentro da quando è nata e fino a quando i suoi non sono andati via. Venticinque anni... anche di più».
«E abita ancora con loro?».
«No. Quando se ne sono andati, lei è andata a vivere da sola».
«E siete sempre state amiche?» chiese di nuovo.
«Lo siamo diventate quasi subito, anche se i tuoi nonni non la vedevano di buon occhio».
«Perché?».
«Perché non apparteneva alla nostra classe sociale... sai, a quei tempi... la figlia dei custodi... E perché si comportava come un maschiaccio... me lo ripetevano sempre, che sembrava un maschio».
«E tu?».
«Io ci giocavo. E delle loro fisime me ne fregavo... anzi, per dispetto mi ci sono attaccata ancora di più».
«E siete sempre rimaste amiche...».
«Sì, con qualche alto e basso...».
«Come, con qualche alto e basso?».
Erano ormai nel cortile di casa. Spense l'auto e la guardò con amore. Appoggiò l'indice sulla punta del naso e scivolò lentamente verso il mento, deformando nel passaggio le labbra come cunette di gomma.
«Te lo spiegherò quando sarai più grande, tesoro» sorrise. «Adesso fila a farti la doccia».
Salì di corsa. F. si sentiva molto più a suo agio, a spogliarsi tra gli arredi rassicuranti del proprio bagno. Si squadrò allo specchio prima di infilarsi in cabina, come ormai da un po' faceva regolarmente. Non si era ancora abituata, o rassegnata, a quel corpo che si stava allungando, a quel nido di peli scuri che le erano spuntati tra le cosce e soprattutto a quelle escrescenze sparate in fuori sul petto, ormai così evidenti da sembrarle mostruose, con quei due coni rossi, sproporzionati e inverecondi, a far da cappello. Si infilò nel box e trascuratamente si insaponò. Le dava fastidio anche solo toccarle, quelle appendici così sgraziate. Si sciacquò e velocemente uscì: era stata colta da un desiderio improvviso di cibo. Attraversò il corridoio ancora in accappatoio. Giunta all'altezza della camera di sua madre, udì un bisbiglìo. La porta concedeva uno spiraglio insufficiente per poterci sbirciare dentro, ma bastevole ad afferrare la voce di lei. Era al telefono, dai silenzi che intervallavano le sue frasi.
Accostò l'orecchio. Stava usando un tono scherzoso e leggermente sostenuto, F. escluse subito che potesse trattarsi di suo padre.
«Vabbè, visto che ti senti mortificato nel tuo orgoglio di maschio, voglio darti la possibilità di rifarti [...] No, non hai capito» rise. «Non voglio darti la rivincita... perderesti di nuovo... [...] Sì... un incontro su un altro terreno... mi auguro più congeniale ai tuoi mezzi. [...] Ahahah... esatto, senza racchette. [...] Sì... [...] Giovedì sera, dopodomani. [...] No, domani non posso, ho mia figlia a casa e non posso lasciarla da sola. [...] Sì, per dopodomani riesco a organizzarmi, così posso restare fuori più tranquilla. [...] Puoi passare a prendermi verso le nove... [...] No... dove vuoi... organizza tu... a casa tua immagino ci sia tua moglie... [...] Vabé... [...] V-vabé... sì... va bene. Sì, ci vediamo giovedì sera. [...] Sì... ciao... ciao».
Il clic del riaggancio indusse F. ad allungarsi silenziosa verso le scale. Era intenta a saccheggiare la cucina quando riapparve, di umore frizzante e aspetto terso.
«Hai già fame? Così ti rovinerai la cena» esclamò vedendola rovistare nella dispensa.
«Cosa c'è da mangiare stasera?».
«Norma ha preparato le lasagne al forno, quindi non ingozzarti adesso di dolci».
La ragazza, che stava masticando un biscotto, non ebbe nemmeno il tempo di difendersi, distratta da una virata stretta della madre.
«A proposito... io dopodomani sera devo uscire, ho un impegno e non so a che ora me la caverò. Ho chiesto a Norma di rimanere qui a dormire. Perciò se dovessi aver bisogno di qualcosa, chiama lei».
«Non c'era bisogno, mamma... potevo anche starci da sola, sono grande ormai...».
«Ma io sono più tranquilla se c'è qualcuno in casa».
«Ma tu dove vai?».
«Bah... C'è una riunione... informale, del direttivo del circolo... non so... una rottura di palle, temo» sbuffò. O finse di farlo. «E non so neanche per che ora riuscirò a liberarmi». Le lanciò un'occhiata d'intesa. «Non dire niente a tuo padre. Lo sai com'è fatto... comincerebbe a brontolare...».
Non era una richiesta molto onerosa, l'uomo di casa era solo un'immagine in penombra, nella loro vita.
«Non ti preoccupare, lui di certo non me lo chiede. E io comunque non glielo direi».
«Brava».
La baciò in fronte e sparì verso la lavanderia.
F. ebbe tutto il giorno seguente per elaborare quella straniante scia di messaggi che aveva sniffato dalla vita di sua madre in modo casuale e furtivo, e che le avevano rivoltato sottosopra le certezze con cui aveva coabitato fino al dì precedente. L'unica cosa, a quel punto, sicura era che l'essere che aveva permeato sin lì ogni istante della sua esistenza non era solo la mammina amorevole e iperprotettiva che aveva conosciuto da sempre. Era anche altro. Molto altro. E che se ne stava rendendo conto adesso, solo adesso, perché ormai non era più una bambina. Quei segreti erano sempre stati lì, sotto i suoi occhi, ma lei non era mai stata capace di vederli.
Ma ora, alla soglia dei quattordici anni e delle superiori, certe frasi a mezza bocca e certi ammiccamenti di sottecchi non potevano più sfuggirle. Era giunto il momento di sapere, di conoscere.
Si impose di rimanere vigile, quella sera, per rilevare ogni anomalia dell'ordinario tran tran familiare. Non dovette fare un grande sforzo. Dopo poche decine di minuti udì suonare il campanello. Si alzò e in punta di piedi si affacciò dal ballatoio sul grande atrio d'ingresso.
Era M., la sua maestra di tennis. L'inizio fu folgorante. L'ospite, appena superata la soglia di casa, si buttò con le braccia al collo di sua madre e la baciò. Un bacio vero, di quelli tra innamorati, intenso, spudorato. E ricambiato.
«F.?» chiese quando finalmente si staccò.
«È in camera sua, credo stia già dormendo».
«Quella ragazzina promette bene» proseguì la nuova arrivata. «Seguirà le orme della madre».
«Che cosa intendi?».
«Che diventerà una tennista forte e anche una bella donna. Sarà invidiata... e desiderata. Come te».
«Mi fai paura quando parli così, non avrai mica delle mire su di lei?».
«Ma che dici? Per me è come fosse mia figlia... non mi permetterei mai di allungare le mani». Le allungò, invece, sulla madre: «Mi basti tu. Lo sai che voglio solo te».
F. riuscì a intravedere delle dita prensili abbrancare frenetiche i seni che avevano di fronte.
«Andiamo su, dai, che ne ho una voglia arretrata...».
La ragazzina, allarmata da quella proposta, si ritirò in camera, trovando però il coraggio di non chiudere del tutto la porta. Riuscì in tal modo a percepire i passi avvicinarsi e svanire oltre la stanza di sua madre. Con un clic insolito: si erano chiuse dentro a chiave. Quando tutto fu di nuovo quieto, osò la passeggiata verso la porta che aveva inghiottito le due donne. Era un diaframma totale: dall'esterno non si percepiva alcun rumore e dalla toppa usciva solo buio.
Arrendersi a quel punto sarebbe stato come abbandonare un romanzo una pagina prima che si svelasse l'identità dell'assassino. Non intendeva rinunciare. Entrò nella stanzetta accanto, sapeva che dalla finestra, con un rischio calcolato, sarebbe stato possibile raggiungere il balcone della grande camera matrimoniale. Si affacciò: una flebile luce debordava dal profilo del muro, forse le imposte non erano sbarrate. Si arrampicò, mise un piede sul cornicione e con una mano afferrò la ringhiera. Un piccolo scavalcamento ed era sul terrazzino. Si avvicinò quatta. La prima apertura, la porta finestra, concedeva solo un filo, un pezzetto di letto e poco altro; ma la successiva, la finestra vera e propria, apriva spiragli promettenti. Il cuore iniziò a pompare vigorosamente. Gli scuri erano discosti solo pochi centimetri, ma il vetro era spalancato e attraverso la tenda leggera si poteva percepire il suono della loro voce. Accostò l'orecchio per carpirne il senso, in una specie di radiocronaca erotica. Riconobbe subito la sua istruttrice.
«Sai, ieri mi è tornato in mente quel pomeriggio in cui mi hai chiamato, quando eri incinta, dopo... quant'era?... Più di un anno che non ti facevi viva... Quella volta che mi hai detto che ne avevi voglia da morire e che volevi vedermi subito... ti ricordi?».
«Certo che me lo ricordo. Quel giorno ho goduto... com'è che dici tu?... ah sì... come una maiala».
«Ce l'avevi gonfia e aperta come non l'avevo mai vista... e le tette... due occhioni rossi e scuri che pareva dicessero: succhiaci, siamo diventati così larghi proprio per questo...».
«Eh... si dice che in gravidanza ti vengono le voglie... sì... ma quello che non si dice è che quella più grande è la voglia di sesso... soprattutto negli ultimi mesi».
«La tempesta ormonale».
«Già... la tempesta ormonale...».
Calò il silenzio per qualche attimo. Fu la medesima voce a infrangerlo: «Tu, ti sei calmata con i tuoi?».
«I miei cosa?».
«I tuoi ormoni, li prendi ancora?».
«Gli anabolizzanti vuoi dire?».
«Sì... il doping».
Ci fu un'altra breve pausa, forse l'ammissione costava qualcosa.
«No. Ho smesso. Mi hanno detto che fanno male».
«Sei fortunata che non si faceva l'antidoping, ai tornei. Ti avrebbero squalificata a vita».
«Non lo facevo solo per quello... lo sai che mi piace essere muscolosa... mi piace sentirmi i muscoli gonfi».
«E non solo quelli» il tono aveva assunto un che di malizioso.
«No...».
«Fammelo vedere...». Ci fu un silenzio strusciato di gesti. «Oh, è davvero fuori misura... mi sembra ancora più grosso dell'ultima volta. Sicura di non prendere più niente?».
«Beh... qualcosina... ma le dimensioni non dipendono solo da quello».
«Ah no? E da che cosa?».
«Anche da quanto sono eccitata...».
La voce di L. si era ormai impastata di lussuria: «Adesso fammi vedere come te lo tocchi».
Le ci volle un po' prima di riuscire ai ricomporre parole di senso compiuto tra i respiri mozzati. Il timbro, usualmente cristallino, arrivava alla finestra a fatica, roco e ansimante.
«Mi fai impazzire quando ti masturbi così, pare più una sega che un ditalino».
Un progressivo gorgogliare di rumori istintivi, quasi primordiali, sostituirono il colloquiare generoso dei minuti precedenti. A F., tutto quel discorrere era piombato nella testa come la prima visita al luna park. Tanta roba, troppa roba, tutta insieme. Quel che ne aveva sbrogliato erano soprattutto certi fonemi che già giravano tra i corridoi della scuola, come sega e ditalino, ma del nocciolo, della cosa fuori misura che aveva mandato in sollucchero sua madre ignorava totalmente la natura. Provò a sbirciare. L'apertura era così angusta che poté infilarci solo un occhio. Si rassegnò a chiudere l'altro e cercò di mettere a fuoco.
Della maestra, semi affondata tra le lenzuola, si intuivano solo le braccia: stavano quasi distese sul corpo e convergevano in un punto al di fuori del suo campo di osservazione. Una era immobile, mentre l'altra oscillava ritmicamente su e giù. Sul suo lato sinistro, seduta sui propri polpacci, la cara mammina. Il busto, eretto e nudo, stava quasi tutto dentro il suo mirino. I seni, che aveva già avuto occasione di osservare, sia pur di sfuggita, in altre circostanze, ondeggiavano delicatamente. A causarne il movimento, la mano, che stava frugando solerte tra le cosce, dentro quel boschetto di peli neri che le ricordavano tanto quelli che da qualche mese erano cresciuti pure a lei. Era la prima volta che glieli vedeva e provò un senso di identificazione non solo familiare, ma anche, e soprattutto, di genere. Una donna. Come lei.
Istintivamente infilò le dita dentro le mutandine in un gesto d'imitazione. Ora poteva anche immedesimarsi, in quell'icona: l'essere che più amava e ammirava. Colse in un attimo le ragioni profonde di quelle carezze al proprio sesso. Al di sotto della morbida peluria c'era un pulsante che poteva irradiare sensazioni sconvolgenti. Era tuttavia ancora troppo inesperta per poterle convogliare fruttuosamente al cervello, qualche ulteriore indicazione le sarebbe stata preziosa. Tornò a scrutare la strisciolina di letto come un'allieva a lezione. Le donne avevano ricominciato a confabulare.
«Ti stai dando da fare, con quel dito... Ti piace guardarmi mentre la meno, eh?» masticò ansimante M.
«Sì... perché, a te non piace guardare me?».
«Io avrei una gran voglia di leccartela, quella fica, sono più di due settimane che mi fai aspettare» ribatté.
«E allora datti da fare» la provocò L. «Invece di perder tempo in chiacchiere».
Salì a cavallo della sagoma distesa, la rimontò verso la testa e scomparve dalla visuale. Tutto quello che riuscì ad apprezzare F. da quel momento furono solo dei mugolii felini di sua madre. La mano della ragazzina, che non si era più allontanata dal caldo giaciglio, riprese l'azione di sfregamento. Dopo pochi secondi un improvviso senso di mancanza la attraversò, facendole cedere le ginocchia. Riuscì a non cadere, ma capì che non avrebbe potuto continuare quella coinvolgente pratica senza correre il rischio di essere sentita. Riaccostò l'orecchio: i suoni si erano stabilizzati su un ondivago altalenarsi di versi animaleschi e mugugni incomprensibili. Decise che era giunto il momento di tornarsene sui suoi passi. Fece il percorso a ritroso e rientrò in cameretta. Distesa sulle lenzuola, a occhi sbarrati, guardava fluttuare nel buio quel sorprendente universo che le si era spalancato davanti solo qualche istante prima. Era ancora in gran parte sconosciuto, ma terribilmente affascinante; e la presenza di sua madre la rassicurava e la incoraggiava al punto che decise che ne avrebbe fatto parte. Quello sarebbe stato anche il suo mondo.
Infilò nuovamente la mano sotto le mutandine: erano bagnate. La ritrasse temendo di aver ripreso a sanguinare, come le succedeva ogni tanto ormai da qualche mese. Il liquido che osservò alla luce fioca dell abat jour non era rosso, come temeva, ma trasparente e filante. Rassicurata, si sfilò l'indumento e riprese ad accarezzarsi. Un calore la inondò, avvolgendola in un bozzolo che pareva galleggiare nel vuoto e mantenerla così, sospesa, come un'entità incorporea. Fu un tempo breve, ma che a lei sembrò quello di un'esplorazione intergalattica. Poi un turbine di benessere mai provato prima la attraversò da capo a piedi facendole perdere anche l'ultimo appiglio con la realtà.
Si risvegliò fresca, viva e soddisfatta nel punto esatto da cui era partita. Il suo primo viaggio nel piacere, l'ingresso nell'età adulta. Quella dell'innocenza era finita.


Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna