Tocco il cazzo in un modo particolare

 

Tocco il cazzo in un modo particolare.
Me l'aveva detto dopo un orgasmo ed era la prima volta che qualcuno me lo diceva così. Anzi, era la prima volta che qualcuno me lo diceva, punto.
«Dipende dal cazzo» gli avevo risposto.
Ma poi non avevamo approfondito l'argomento perché lui, M., era concentrato nello strusciare il bacino contro la mia gamba.
Ero in macchina, seduta dal lato del passeggero e con lo sportello aperto. Eravamo nel parcheggio di un grosso centro commerciale. Lui era in piedi davanti a me e il suo cazzo era proprio all'altezza del mio ginocchio. Così ci si appoggiava contro e ogni tanto esercitava una pressione un po' più forte che mi faceva sentire netta l'erezione ancora in corso.
Ovvio che dipende dal cazzo. Ogni cazzo ha la sua forma e la sua consistenza. E in base a quello c'è una presa, un movimento della mano più consono e adatto piuttosto che un altro.
Gliel'avevo toccato velocemente e non come avrei voluto. Avrei fatto molte più cose e le avrei fatte molto più lentamente. Ma si sa, la situazione e l'eccitazione ti portano a correre, a volere tutto e subito.
Io volevo vederlo godere. Non che non l'avessi mai visto, ma mi piace guardare i suoi occhi socchiusi mentre gode e la bocca fiaccamente aperta. Dall'ultima volta era passato un po' di tempo.
Gliel'avevo toccato, quindi, e l'avevo fatto godere rapidamente. E non avevo fatto caso a come io gliel'avessi toccato. Ricordo poco non perché io non fossi presente. Al contrario, ricordo poco perché ci sono così tanti particolari che vorrei tenere a mente, troppe cose a cui essere attenta. Al suo viso, alle sue mani, alla sua lingua sul mio clitoride. E poi a quel dito indice (o medio?) nel culo mentre mi diceva di girarmi e di appoggiarmi al muro. Al fatto che volesse a tutti i costi tirarmi giù i pantaloni mentre io cercavo di lasciarli in una posizione che fosse sicura, perché ci sono cicatrici che non mi piace far vedere. Nemmeno a lui. E poi ai rumori fuori, allo sciacquone che a cadenza regolare partiva e distraeva - ma nemmeno troppo. Al fatto che continuassi a ripetergli «Sshh...» a bassa voce quando lo sentivo ansimare troppo forte. E mi piaceva sentirlo gemere, ma forse era troppo davvero perché c'era gente al di là della porta che avrebbe potuto sentirci. E poi ai suoi piedi che a volte sfioravano la porta - per esempio quando si è seduto sui talloni, piegandosi per terra, per leccarmi la fica - e potevano vedersi da fuori attraverso quello spazio di pochi centimetri che rimaneva aperto in basso e ci collegava con l'esterno.
Chissà perché le porte dei cessi pubblici hanno tutte queste aperture. A che serviranno?
Ah, sì, ho dimenticato di dirvi che eravamo in un bagno pubblico di un centro commerciale. Come in autogrill, anche in questi bagni c'è sempre - sempre - una signora che pulisce. Ventiquattro ore al giorno.
E quando siamo entrati ci siamo trovati alla divisione che tanto temevo.
Donne. Uomini. Io da una parte. Lui dall'altra.
L'ho salutato con lo sguardo. Poi ho pensato che, almeno, potevo lasciargli i miei slip visto che non c'era occasione per farglieli nemmeno toccare. Stavo per spogliarmi quando, dopo tre secondi netti dall'essermi richiusa alle spalle la porta del bagno più lontano dall'entrata, ho sentito bussare.
Ho aperto e lui si è infilato dentro velocemente.
«Tu sei matto» gli ho detto ridendo.
Ma eravamo già presi dallo smanettarci addosso. Dal toccarci, dall'infilarci la lingua in bocca come se non l'avessimo mai fatto. Dallo slacciarci i pantaloni e infilare la mano negli slip che ormai erano intrisi, zuppi e gocciolanti. E poi dal sussurrarci cose, dal morderci le guance e il collo, dallo stringerci per imprimerci addosso un'impronta dell'altro che restasse almeno qualche ora.
«Scopala» gli ho detto.
Gliel'ho detto piano, vicino al suo orecchio.
Lui aveva infilato dentro la mia fica le dita e le spingeva a fondo e io ero venuta subito.
Anche lui è venuto, sporcandosi la camicia bianca e non so cos'altro. Mi è piaciuto vederlo sporco, mi è piaciuto tanto.
Poi sono uscita io per prima mentre lui è rimasto dentro. E una signora con i capelli rossi si stava lavando le mani. Poi è entrata anche la signora delle pulizie, con quei guanti gialli e il camice lungo.
Quando sono rimasta sola nuovamente, dopo svariati minuti, gli ho bussato sulla porta e lui è uscito. In quel momento, però, la signora delle pulizie è rientrata e allora lui le è passato davanti dicendo: «Ah, è il bagno delle signore questo...».
Lei mi ha guardato male, forse. Non importa.
Mentre tornavamo alla macchina mi sono resa conto che non mi ero lavata le mani e che continuavo ad annusarle.
E poi quella frase mentre apriva lo sportello della macchina: «Tocchi il cazzo in un modo particolare».
E io ho pensato che nessuno me l'aveva mai detto. E che mi sarebbe piaciuto stare più attenta, tornare indietro - a quel momento - e rifare tutto da capo, ma con più calma e attenzione. Con meno foga, con più precisione e scrupolo. Gliel'avrei leccato per più tempo, l'avrei masturbato più lentamente, l'avrei baciato di più. Ancora di più. Gli avrei parlato, gli avrei sussurrato tante cose che non gli ho detto, per pudore o paura che sia. E poi l'avrei spogliato di più. E sarei stata attenta al modo in cui l'avrei toccato, of course.
Ma va bene così. A lui saranno rimaste impresse alcune cose che, magari, io non ho notato. E a me lo stesso.
Anche lui mi ha toccato in un modo che in pochi hanno usato. Che è il modo più semplice di toccare - non una donna, perché ognuna è diversa dall'altra; ma me - ed è quello più efficace anche. Mi ha toccato nello stesso modo in cui mi tocco io quando sono sola. Forse è un segreto che pochi uomini sanno, forse è vero che - visto che lui è uno degli uomini più grandi con cui sono stata - che l'esperienza insegna.
Fatto sta che, anche per la seconda volta, il mio orgasmo è arrivato veloce.

E quando siamo usciti, in strada, mi ha detto: «Vieni alla svelta».
Ma forse non aveva calcolato che, quell'orgasmo, era lì da mesi. Dall'ultima volta che ci eravamo visti. Era un orgasmo che era lì in attesa, sospeso da una vita, per me, e che solo in quel momento avevo liberato.


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