Con un amante mi ero persa

 

Con un amante mi ero persa, con l'altro mi sono presa a morsi.
Mi ero persa, con M., perché ormai la storia aveva finito il suo ciclo, il cerchio si era chiuso e non avevamo più bisogno l'una dell'altro. Che lui abbia trovato altre mani, altre bocche, un'altra voce non lo so; a questo non posso pensare perché, seppur amante, sono comunque tremendamente gelosa. Di natura. Il pensiero che lui possa aver preferito a me qualcun'altra, bellissima, strafiga e porca fin nell'animo, mi devasta dentro.
Con l'altro, invece, S., mi ero presa a morsi. Un continuo andare e venire di parole crude, forti, di stuzzicamenti di pelle, di graffi, di anfratti e ansimi del corpo e dell'anima. Di cattiverie, di inclinazioni perverse, di pensieri stravolti. Un continuo rincorrerci, acchiapparci per un lembo della manica, per un braccio. E poi uno strappo, un grido, un altro gemito. Dolore e piacere continuamente, perennemente avvolti su se stessi come bozzoli di farfalla, ormai così avviluppati che si fa fatica a riconoscerne i tratti dell'uno e dell'altro.
L'avevo sentito gemere, pochi minuti dopo aver iniziato la telefonata. E avevo sentito che lo stava facendo sempre di più ogni secondo che passava.
Io, con una mano affondata nella fica senza neanche slacciare i pantaloni. Tenevo il cellulare incastrato tra guancia e spalla e, con l'altra mano, mi toccavo una tetta. La destra.
Lui aveva cercato qualcosa da infilarsi nel culo. Aveva trovato un aggeggio, un portasalvaslip, mi pare. E io amo questa sua semplicità nel godere.
Mi aveva detto che non era esageratamente grande, che iniziava con una punta e poi si allargava, che era liscio. Mi aveva detto che mi avrebbe regalato volentieri uno strap-on e io gli avevo risposto che lo avrei inculato ancora più volentieri.
Avere il cazzo, almeno per un giorno, è stato sempre un mio sogno. Non parlo di strap-on, ma di un cazzo vero, fatto di carne. Perché solo così si possono assaporare tutte le sensazioni che si hanno entrando nel corpo di qualcuno, accarezzandolo dall'interno. Lo strap-on, questo, non lo regala; ne mima solo l'atto.
Io avevo goduto nello studio, che se quelle pareti potessero parlare credo mi arresterebbero. Il mio orgasmo era arrivato insieme al suo. Dopo, avevo sentito un dolore fitto tra le labbra. Mi ero graffiata con un anello sfregando la mano stretta tra slip e fica, e il clitoride era rosso di un sangue vischioso e denso. Inoltre, avevo un graffio sopra la tetta destra che dovetti nascondere chiudendo - fino all'ultimo - i bottoni della camicia.
E da sempre lui mi ispirava - mi ispira - le cose più dolorose, perverse, cattive. Lui mi ispira brutalità e violenza, mi ispira un sesso puro, vero, mi ispira sudore e occhi e mani e bocche. Intrecci di lingue, unghie, denti e saliva. Mi ispira sangue e carezze, mi ispira profumo, mi ispira rumore. Mi ispira ogni sacrosanta componente che possa lontanamente far pensare al sesso in ogni sua deliziosa, meravigliosa forma. E mi ispira dolcezza lasciva, mi ispira gioco e risate, mi ispira baci.
Stasera avrei una cena. Con un uomo che, con le parole, mi offre tutto questo. Che sarebbe disposto a farsi legare, chessò, frustare forse - ma non è da me - picchiare anche e che altro? Inculare, magari. Che si farebbe mordere, graffiare, ferire. Che si lascerebbe fare tutto questo perché ormai è pazzo di me, estremamente confuso e caotico nei desideri che mi compongono.
E io ho voglia di vederlo.
No, anzi, ho voglia di scopare, in realtà, che è ben diverso. Sento il cuore pulsarmi in fica, battere a ritmo sostenuto proprio tra le cosce.
Però nel frattempo lui è nella mia testa e finirà che lo cercherò sulla pelle di altri uomini. Una cosa estremamente sbagliata.
«Non farti mettere le mani addosso» mi ha detto.
Io baratterei qualsiasi cena e dopocena, qualsiasi mano addosso con una, una soltanto, sua carezza.
Tutto questo fa male, mi fa perdere l'orientamento, mi fa sbagliare strada. È possibile che una voglia, per quanto sia forte, ti faccia perdere la realtà delle cose?
Gli chiedo come si può fare, gli chiedo se sto sbagliando atteggiamento, se con lui sto andando troppo oltre. Mi rendo conto che è una devastazione, volere qualcosa che non si può avere. Mi rendo conto di quello e nient'altro, perché solo quello è il pensiero che mi assilla. Tutto il resto sfuoca, si dissolve ai miei occhi eppure è qualcosa che c'è ed è lì. Solo che io non lo vedo. Non vedo niente.
La sua risposta è stata che - forse - dovremmo trovare un equilibrio.
Trovare un equilibrio. La fa facile, lui. Io da sola non riesco. Non ho simmetrie, non ne ho mai avute. Ho sempre oscillato tra il troppo e il troppo poco, senza mai trovare il giusto. Irrimediabilmente, inevitabilmente senza vie di mezzo.
Chissà. Forse - forse - sono condannata a oscillare in eterno.
Vorrei non averlo mai conosciuto. Non per me, ovviamente. Ma per lui. Per non costringerlo, adesso, a sopportare le mie altalene.


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