Avevo sbavato tutto il cuscino

 

Avevo sbavato tutto il cuscino, a forza di «Sì...» e «Oh...» e «Uh!». Avevo continuato a mugolare e a pronunciare il suo nome per tutto il tempo, come per sincerarmi che, sopra di me in quel momento, ci fosse proprio lui.
Sì. Era proprio lui.
Con la scusa del regalo di natale L. mi aveva chiesto di passare a casa sua.
L'appartamento è al terzo piano di una vecchia palazzina in centro. Ci sono passata così tante volte, lì davanti, nel corso degli anni da quando mi sono trasferita qui. Eppure non avevo mai fatto caso al colore rosso scuro del muro, o al cancello verniciato di nero lucido davanti al giardinetto pieno di viole e tulipani.
Non se ne vedono tanti, di tulipani, qui.
Un vecchietto con un gilet marrone e un berretto a quadri calcato sulla testa è piegato in avanti, ha la faccia quasi davanti alle ginocchia e strappa via con le mani rugose le erbacce che si sono formate intorno alla sua aiuola. Quando gli passo accanto, lui non alza nemmeno la testa.
Salgo i tre piani a piedi - non mi sono mai fidata degli ascensori che non conosco - lentamente perché non mi venga il fiato grosso e non arrivi da lui in stato comatoso per la fatica.
La porta è aperta, lui mi aspetta dentro e vedo una parte del suo corpo attraverso lo spiraglio che ha lasciato. Mi pare sorrida.
Quando sono davanti all'entrata si fa avanti e mi abbraccia. Oltre la sua spalla guardo verso il campanello e non leggo il suo nome. La targhetta è bianca. Chissà perché poi sento il bisogno di leggere il suo nome su quella stupida targhetta.
Mentre mi abbraccia penso che sia incredibile quanto sia caldo il suo corpo. O forse è solo la reazione che ha il mio, freddo, a contatto con il suo.
Entro e lui chiude la porta alle mie spalle. Poi dà due giri di chiave. La cosa mi fa rabbrividire senza motivo. Guarda dove sono finita, penso. Nella tana del lupo. Eppure è una paura che mi mette sicurezza. È una paura di cui non ho paura.
Vedo un pacchettino sul tavolo di cristallo, avvolto con carta gialla a fiori e chiuso da un nastro blu. È una scatola quadrata e mi chiedo subito cosa possa esserci dentro.
Mezz'ora dopo, il pacchetto è ancora sul tavolo e noi siamo sdraiati nel suo letto, sfatto dalla notte precedente. Io sono a pancia in giù e lui è sopra di me. Ho sbavato tutto il suo cuscino perché stupidamente non la smetto di gemere. Lui è completamente nudo. Mi piace sentire la sua pelle addosso alla mia, mi piace sentire la pressione del suo corpo. I capelli mi si sono appiccicati alle tempie, ho la cassa toracica completamente compressa e faccio una fatica bestia a respirare. Eppure non immagino come potrei star meglio di così.
Mi morde il collo, mi lecca il sudore da dietro la nuca. Mi dice che ho un buon sapore, che non è cambiato dopo tanti anni. Anzi, non lo dice, me lo sussurra nelle orecchie mentre il suo cazzo è immobile dentro di me.
Penso che potrei venire, potrei avere un orgasmo solo ascoltandolo parlare. Glielo dico e lui mi pare sorrida. Poi mi bacia ancora, lentamente, e inizia a scoparmi sul serio adesso. Afferra le mie spalle prima, poi con entrambe le mani mi tiene fermi i polsi. Capisco che quest'uomo mi tiene stretta in una mano e non potrò mai allontanarmi da lui se non sarà lui stesso a deciderlo.
Ma questo non glielo dico. Preferisco tenermelo per me.
Intanto godo e mi rendo conto che lui sta continuamente ripetendo il mio nome, proprio come avevo fatto io con lui fino a pochi minuti prima. Poi affonda nuovamente i denti nella mia spalla, con più decisione stavolta, mentre la sua sborra mi riempie e sembra si accoccoli nel mio ventre caldo.
Mezz'ora dopo siamo nella stessa identica posizione, ma in piedi stavolta. In bagno, io appoggiata con le mani al bordo del lavandino, leggermente piegata in avanti, lui sempre dietro di me. Ha una mano poggiata di piatto sulla mia schiena. E non mi sta scopando, ora. Mi sta tamponando con un batuffolo di cotone il sangue che mi cola lungo la scapola. Lo tampona per un po'. Poi lo lecca, lentamente con la lingua di piatto dal basso verso l'alto, dalla scapola fin sulla spalla. Per un secondo lo vedo nello specchio, vedo la sua lingua rosso fuoco subito ritrarsi in bocca.
E ho un brivido.
Stringo le gambe, tengo ben serrate le ginocchia. Mi pare che ogni suo gesto contribuisca ad aumentare il desiderio che ho di lui, invece che placarlo. E allora chiudo bene le cosce, più che posso, per frenare queste oscillazioni che mollemente mi percorrono.
Lui se ne accorge, ride. Conosce bene l'effetto che ha - che ha sempre avuto - su di me. Poi guarda la ferita che mi ha inferto, confusa tra le decine di vecchie cicatrici, e si morde il labbro lievemente. So che è debole di fronte a queste cose. A un taglio, a una pelle insanguinata. Ai miei occhi che, nonostante il dolore, gli chiedono ogni volta un po' di più. Non per imprudenza o leggerezza, ma per bisogno e necessità.
«Non dovremmo farci questo» mi dice.
Poi butta il cotone intriso nel cestino del bagno e mi guarda, riflessa nello specchio, mentre di schiena rovisto a terra in cerca dei vestiti.


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