La macchia si stava già asciugando

La macchia si stava già asciugando. Non ero venuta così tanto da chiazzare la poltrona, però mi dispiaceva non poter immortalare quel momento. Così ho infilato due dita in fica e poi le ho strusciate sul bordo del sedile. Vicino ho appoggiato la bottiglietta di acqua Lete che avevo usato come fallo di fortuna e poi ho scattato.
Clic.
Nella foto si vedeva bene, grazie ai riflessi sulla poltrona della lampada al neon appesa al soffitto, la macchia bella umida di sborra. Ma il tempo di prendere il cellulare, aprire la fotocamera e scattare, una parte si era già seccata ai bordi. Stranamente, di tutto quello che avevo fatto, era rimasta una macchia con un bordo quasi circolare e vuota al centro. Come quando si appoggia un bicchiere sul tavolino e, quando si toglie, rimane lo stampo rotondo del fondo.
È strano come, di me, lui abbia un'istantanea di tante cose che faccio, che ho fatto, dove però la protagonista non sono mai io, ma ciò che mi circonda. La bottiglietta d'acqua che uso per scoparmi, la poltrona bagnata del mio orgasmo, le quattro pareti vuote di un ascensore dove avevo provato a toccarmi. E poi un mattarello, le foto scattate tra gli scaffali di un supermercato, l'audio di decine di orgasmi. Sono tutti pezzi di me, di quello che mi appartiene quando ho voglia di lui. Ma io non ci sono mai.
È un puzzle fatto di contorni e dettagli, dove non si capisce cosa sia - o dove - l'elemento principale.
Mi piacerebbe trovare il coraggio di mandargli, un giorno, la foto di me che vengo. Non della mia fica o delle mie mani infilate negli slip. Di me, un primo piano del viso che gode. Mi piacerebbe trovare il coraggio di farlo, di farmi vedere.
Il problema è che nelle foto ci si mette in posa, in un certo senso quasi si recita una parte. E quando godi, invece, sei proprio tu, senza maschere o pose o parti da recitare. Mi viene da chiedermi se a lui piaccio io, per come sono, o se adora solo questo mio modo di recitare.
La foto nello studio l'ho inviata a lui, insieme a un file audio preparato poco prima, nel momento dell'orgasmo. Un file audio con la mia voce, con me che godevo. Come aveva fatto lui stesso solo il giorno prima, lasciandomi un messaggio nella segreteria del cellulare. Un altro, ennesimo, pezzo del puzzle.
Lui, tanto per intenderci, è M.
È più grande di me di qualche anno, è sposato e ha tre figli. È curioso, attento, mi fa ridere sempre, dopo l'amore. Di qualsiasi forma d'amore si tratti tra me e lui. Che sia un audio o foto o messaggi registrati in segreteria tra una pausa e l'altra dal lavoro.
La sua risposta è arrivata qualche minuto dopo: Il cerchio bagnato sulla pelle della poltrona. La bottiglia appoggiata con noncuranza. L'idea stessa dello studio per le visite, con il suo ricordo umido di bacio... i dettagli fanno la differenza tra erezione ed emozione.
Mi è subito piaciuta quest'assonanza tra le parole. È strano come cambi così poco graficamente - solo due lettere - e così poco anche nel significato. L'una può essere l'altra e viceversa. Possono coabitare.
In effetti, la prima volta che ci siamo visti è stato proprio lì, in quella stessa stanza.
Il primo bacio era stato rubato tra le quattro pareti di quel piccolo studio, in piedi tra la poltrona - la stessa dell'orgasmo di oggi - e la grossa scrivania in legno. Insomma, lui mi era dietro e io lo precedevo. Appena varcata la soglia non ce l'ho fatta e mi sono girata verso di lui. Mi ricordo che aveva una giacca, era vestito da ufficio. Non mi ricordo se indossava la cravatta ma ho come l'impressione di averlo afferrato da qualche parte per tirarlo verso di me. (Forse proprio la cravatta?) L'ho baciato e la sua lingua mi è sembrata morbidissima, proprio come l'avevo immaginata. Mi ha toccato le tette, da sopra la maglietta. Io gli ho stretto il cazzo, durissimo, nella mano. Solo per qualche secondo e da sopra i pantaloni.
C'era altra gente di là, nella stanza accanto. Chiunque sarebbe potuto entrare da un momento all'altro. Ma non m'importava in quel momento. Dovevo baciarlo.


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