Danse Macabre - Il sapore della libertà

 

Berlino, estate 1990

Il primo era importante. Il simbolo di una nuova epoca. Non poteva essere uno qualsiasi.
Lo aveva voluto più giovane. Lo sarebbe stato in ogni caso, rispetto a lei. Tuttavia lo aveva scelto più giovane anche dell’età che lei dimostrava. In passato si era dovuta accontentare di quello che trovava, anche se non era di suo gusto. Perché non si può vivere in uno stato di polizia e nascondere troppo a lungo certe abitudini, quindi bisognava conciliare necessità e occasioni.
Karl era uno studente di ingegneria, aveva diciannove anni e non sembrava molto esperto. Non usciva spesso, giusto una sera ogni tanto; d’altra parte, tutti i soldi che riceveva dai genitori erano serviti ad affittare l’appartamentino in cui si era appena trasferito. Di sicuro lei era la prima ragazza a varcare la soglia del monolocale da quando lui ne aveva preso possesso. Quasi certamente sarebbe stata la prima a infilarsi nel suo letto. Ma a lei non importava: Marie aveva esperienza sufficiente per entrambi.
E poi Karl era attraente, magro quasi quanto lei, con capelli castani sul lungo, occhi dello stesso colore, guance imberbi e pelle liscia sotto le dita. Inoltre aveva l’entusiasmo e la curiosità di un ragazzo di quell’età che fino a quel momento – ingiustamente, a giudizio di Marie – non era stato molto fortunato con l’altro sesso.
Non che Karl si stesse dimostrando del tutto sprovveduto. Con segreto divertimento, lei se lo immaginava a documentarsi sui film porno, maneggiando alacremente il pene di cui lei sarebbe stata la prima a impadronirsi. Marie, in piedi appoggiata alla porta, lo lasciò fare deliziata. Lui le sollevò il tank top per baciarle i seni, piccoli e dai capezzoli durissimi; si soffermò con equità sull’uno e sull’altro, solleticandoli con la lingua. C’era qualcosa di innocente nel suo respiro affrettato, nel battito accelerato del cuore che lei gli sentiva pulsare nella cassa toracica, sotto le proprie dita.
Poi Karl le sbottonò i jeans con decisione e sicurezza sorprendenti, per sfilarli insieme alle mutandine. A quel punto lei divaricò le gambe, lo fece inginocchiare e lo guidò verso le grandi labbra. La lingua del ragazzo era inesperta, ma piena di buona volontà. Peccato che non ci sarebbe stato il tempo di istruirlo a dovere. Ma era una soddisfazione sentirsi leccare così avidamente. Ed eccitante sapere di essere la prima donna bagnata che lui assaggiasse in tutta la sua vita.
Quando Marie ne ebbe a sufficienza, lo fece rialzare, gli sfilò la camicia aperta e lo spinse verso il letto, prendendo una volta per tutte il controllo della situazione. Gli sfilò i pantaloni e i boxer, constatando l’erezione già in atto. Ma era sicura che lui potesse fare anche di meglio. Ci avrebbe pensato lei. Lo afferrò saldamente con una mano, mentre prendeva in bocca i testicoli, uno alla volta. Aveva la sensazione di sentirli pulsare sotto la lingua. Quando alzò la testa, constatò quanto già le dicevano le dita: il pene di Karl era ancora più solido, rispetto a qualche minuto prima.
Era venuto il momento di sverginarlo.
Marie gli si mise sopra a cavalcioni e lo inserì dentro di sé, per farlo scivolare sino in fondo. L’espressione del ragazzo era un misto di gioia e incredulità. Poi lei gli appoggiò le mani sul petto. Voleva sentire bene il battito accelerato del cuore di Karl mentre lo possedeva come non aveva mai fatto con nessun altro.
Per entrambi quel momento aveva qualcosa di sacro. Lui stava vivendo la sua prima vera esperienza sessuale e accompagnava con dedizione i movimenti di lei con il proprio bacino, in controtempo. Lei si lasciava alle spalle quasi mezzo secolo di prigionia: rinchiusa in una natura che le era costata anni accettare e gestire; rinchiusa in una città, Berlino Est, che non rendeva la vita facile a persone come lei; rinchiusa tra le sbarre di una fame insaziabile che non poteva essere mai placata a sufficienza.
Forse fu per questo che raggiunse l’orgasmo più rapidamente del previsto. Si abbandonò sul corpo di Karl, inondandogli il viso con i lunghi capelli rossi e sussurrandogli: «Vieni quando vuoi...».
Lui non si era accorto di niente. La metamorfosi era impercettibile dall’esterno. Solo lei aveva riconosciuto, fin dalla prima scintilla di desiderio, la sensazione familiare dei propri canini che si protendevano verso l’esterno come gli artigli di un gatto, invisibili dietro le labbra socchiuse.
Marie si abbandonò a tutto come se fosse la prima volta anche per lei, avvertendo dentro di sé i sussulti del ragazzo e il geyser che esplodeva. E fu in quel momento che aprì la bocca e la richiuse sul collo di Karl, azzannando con forza, saziandosi del sangue di quel giovane, ignaro fino all’ultimo istante di vita di ciò che gli stava accadendo.
Sapeva come fare. Lo aveva fatto mille volte. Glielo aveva insegnato Heinz, colui che l’aveva resa ciò che era da mezzo secolo. Prosciugare la vittima provocandone la morte, a volte anche solo a seguito dello shock. Risucchiarne l’alimento per lei fondamentale e irrinunciabile. Regalare alla vittima una morte dolce, in fondo. Come quella che Marie aveva riservato al giovane inesperto ma attraente che aveva incontrato in un locale affollato di studenti nelle prime ore del mattino.
Ne avrebbe abbandonato il cadavere in quel letto, in quella stanza. Non aveva più bisogno di nascondere chi uccideva, seppellendolo nella cantina di un grigio palazzo fatiscente e abbandonato di Berlino Est, a un passo da Muro. La barriera ormai era crollata. Il corpo e il sangue che Marie aveva appena gustato avevano un sapore nuovo. Il sapore della libertà.

Il V-Bar era una stanza minuscola, con spazio sufficiente per pochi sgabelli intorno al banco circolare. Fin da quando era stato aperto, nella zona un tempo chiamata settore americano, vi si serviva un’unica bevanda: vodka, di tutti i tipi e le marche. Il fatto che il bar potesse ospitare solo pochi avventori per volta lo rendeva un locale esclusivo. E la donna dietro il banco lo rendeva magnetico. Con il busto serrato da un corsetto che esaltava il seno rigoglioso, lo sguardo intenso e i capelli rosso fuoco, Rhona Stirling catturava lo sguardo e mozzava il fiato dei clienti di ogni sesso, quando si chinava a estrarre una bottiglia di vodka dal frigorifero.
Erano le ventidue, ancora presto. Il locale si riempiva a mezzanotte e chiudeva alle tre. Dalla sera prima sul banco era rimasto un giornale ripiegato. Rhona lo prese per buttarlo via, ma lo sguardo le cadde su un titolo che le procurò un brivido. Fatto curioso, dal momento che fisiologicamente lei non poteva sentire né il caldo né il freddo. Ma era l’estate del 1990, un anniversario molto significativo per lei. Per quanto cercasse di mantenere quel pensiero sepolto in un angolo della mente, non poteva dimenticare l’episodio che aveva cambiato la sua vita in modo radicale.
A differenza del suo antico mentore, Rhona non aveva mai imparato bene il tedesco, ma lo capiva quanto bastava a cogliere il senso dell’articolo. Era il tipo di notizia che riempie una colonna in mancanza d’altro, per poi essere dimenticata; del resto, il caso di omicidio di cui trattava era probabilmente destinato a restare irrisolto.
Il titolo era esplicito: Dracula in Berlin. Efficace nella sua banalità, dal momento che aveva attratto l’attenzione di Rhona. Uno studente diciannovenne iscritto alla Technische Universität, Karl Kunze, era stato trovato assassinato nel monolocale che da pochi giorni aveva preso in affitto in città. Sul collo della vittima, che aveva appena avuto un rapporto sessuale con una donna, erano stati riscontrati i segni di un morso che non aveva nulla di erotico: le tracce sembravano infatti quelle di un paio di canini molto sviluppati. L’effettiva causa della morte era ancora al vaglio del medico legale. La polizia era cauta, ma i compagni di università della vittima raccontavano di essere usciti a bere tutti insieme, quella sera, e di avere visto Karl allontanarsi dalla birreria verso le cinque del mattino in compagnia di una ragazza dai capelli rossi, al momento non identificata. L’articolo si concludeva citando il caso di Peter Kurten, il serial killer che era stato soprannominato il vampiro di Düsseldorf. Ma lui sgozzava le sue vittime, non le azzannava.
Una ragazza dai capelli rossi... rifletté Rhona.

Le quattro del mattino, in un birreria affollata di studenti. Nuove possibili prede. Era passata una settimana da quando aveva preso Karl, in un locale simile a questo. Marie era abituata a digiuni ben più lunghi e non le sembrava vero di poter andare di nuovo, liberamente, in cerca di preda.
Per quasi mezzo secolo era stata in balia di una triplice schiavitù. Quella del regime di Berlino Est, incancrenito nel suo voler resistere a ogni costo ai venti della storia. Quella della sete che doveva saziare a ogni costo, nel perenne timore di essere scoperta. E quella di Heinz, colui che l’aveva trasformata in ciò che era: una creatura immortale, perennemente giovane, cristallizzata nella sua bellezza, eppure maledetta da una schiavitù peggiore di qualsiasi tossicodipendenza. Nei primi tempi Marie dipendeva in tutto e per tutto da Heinz per nutrirsi. Non le era stato semplice comprendere e accettare che cosa lei fosse diventata.
In cambio di addestramento e protezione, aveva dovuto rimanere asservita ai desideri del suo creatore. Fare a meno di lui poteva essere rischioso. Come quando si era presentato un uomo della STASI, convinto che le persone scomparse fossero scappate a Berlino Ovest e loro due facessero parte di una rete clandestina che organizzava fughe aldilà del Muro. Heinz era riuscito non solo a eliminarlo, ma anche a disseminare falsi indizi per depistare le indagini: la STASI aveva concluso che a far fuggire gli scomparsi in Occidente fosse stato proprio il loro uomo. Che invece era andato a tenere compagnia alle altre salme in cantina.
A Marie, Heinz non era mai piaciuto: era riuscito a sedurla giusto quella prima volta, tenendola in ostaggio il tempo sufficiente per fare di lei una vampira, forte del magnetismo sessuale che quelli della loro razza riuscivano sempre a esercitare sui comuni mortali e persino, almeno fino a un certo punto, sui loro confratelli. Tuttavia Marie non aveva mai provato il minimo desiderio nei confronti di Heinz. Solo, talvolta, un vuoto, meccanico piacere fisico quando lui la penetrava, sempre in erezione a comando. Il controllo della sessualità era uno dei privilegi della loro stirpe, oltre che lo strumento principale per procurarsi il cibo.
Non c’era niente di magico in tutto questo. Solo chimica e biologia, le aveva spiegato Heinz. Ciò che per secoli era stato chiamato vampirismo era una sorta di virus che alterava il DNA umano, trasformando i contaminati in esseri, sotto certi aspetti, superiori: immortali, più forti, più resistenti. Strumenti ideali per continuare a diffondere il virus, in un’ambigua simbiosi che richiedeva il consumo di sangue altrui. Esseri per i quali il sesso restava una necessità fisiologica, ma non più a scopo riproduttivo, bensì come mezzo per attirare in trappola le prede. Effetti collaterali, nel caso di una donna: niente più mestruazioni, nessun rischio di restare incinta nei rapporti non protetti. E scarse probabilità di contrarre malattie a trasmissione sessuale, se era per questo. Ma, nel contempo, nessuna possibilità di avere figli, se lo avesse voluto. Al virus non interessava: lui aveva altri metodi per propagarsi.
Era questo che aveva fatto Heinz con lei: l’aveva contaminata, un atto intenzionale che richiedeva più di un semplice morso. L’aveva resa simile a lui per sfuggire alla solitudine, dopo essere rimasto intrappolato dal Muro sul lato sbagliato di Berlino. Quello più rischioso per essere un vampiro. Era accaduto nell’autunno del 1961, quando lei aveva vent’anni ed era una ragazza carina, alta, ma troppo magra. Di lì a qualche anno, in Occidente, quelle come lei avrebbero potuto diventare modelle famose, posare per grandi fotografi nelle riviste. Ironia della sorte, essendo rimasta uguale ad allora, Marie aveva all’epoca il tipo fisico che conservava tuttora e che oggi avrebbe potuto anche darle opportunità di carriera in quel senso. Doveva pensarci.
Nondimeno, mentre Heinz si era fiondato in Occidente appena le frontiere erano state aperte, lei era rimasta cauta. Solo da poco aveva cominciato ad avventurarsi in quella che fino all’anno prima ancora si chiamava Berlino Ovest. E solo da una settimana aveva assaggiato, per la prima volta la libertà.
Questa notte era decisa a riprovarci.
Il locale non era lo stesso dell’altra volta, ma la popolazione sì. Ragazzi e ragazze. Universitari. Giovani in mezzo ai quali poteva mimetizzarsi. Sapeva di avere un certo potere: le sarebbe bastato soltanto sceglierne uno.
Poi vide lei.
Non poté fare a meno di notarla appena la vide entrare. Capelli rossi, come i suoi. Un corpo stupendo, un seno inconcepibile. Un’autentica dea. Marie la guardò così a lungo che a un certo punto la nuova arrivata si voltò e la fissò quasi con complicità, procurandole un istante di smarrimento.
Cosa le accadeva? Marie non ricordava di avere mai provato attrazione per una donna in tutta la sua vita. Forse perché le lesbiche che le era capitato di incontrare quando viveva di là dal Muro avevano l’aspetto di burocrati segaligne e occhialute, del tutto prive di sensualità. Ce n’erano un paio, sepolte nello scantinato del palazzo fatiscente – la sua personale discarica di rifiuti – ma per lei non erano state altro che cibo, facile da procurarsi.
Questa era tutta un’altra cosa. L’essenza della donna. L’apoteosi del desiderio. E stava venendo verso di lei, con due bicchierini in mano. Si piazzò, in piedi, accanto al suo sgabello e le mise uno shot davanti. Vodka, scoprì Marie nel momento in cui, docile, la trangugiò in un sorso, imitando la nuova arrivata.
«Wer bist du?» le domandò.
«Rhona» rispose l’altra. E senza chiederle nulla le appoggiò la bocca sulla sua e vi insinuò la lingua, decisa, irrefrenabile, possessiva. D’un tratto Marie si sentì come doveva essersi sentito Karl una settimana prima. D’istinto si strinse a Rhona per non cadere dallo sgabello, appena conscia degli sguardi di tutti coloro che avevano intorno.
«Mein Gott» mormorò Marie qualche secondo dopo, continuando a tenere Rhona per le mani, come se ne andasse della sua stessa vita.
L’altra non perse tempo. «Dove abiti?» le domandò in inglese.

Avevano ripreso a baciarsi sul taxi, poi in ascensore, poi nell’appartamento. Quando finalmente aveva potuto vedere Rhona nuda, ciò che Marie era riuscita a provare poteva essere definito solo con una parola: adorazione.
Aveva tracciato con la lingua mille percorsi sulla pelle della sua nuova dea, dal contorno del seno ai capezzoli, dalle areole sino alle punte inturgidite e poi giù fino all’ombelico e ancora più giù, combattuta come una bambina golosa che per la prima volta nella propria vita può entrare nella più magnifica delle pasticcerie e non sa cosa scegliere. E allora aveva deciso di assaggiare tutto, dentro e fuori, scoprendo un gusto inimmaginabile tra le grandi labbra di Rhona e innamorandosi del suo clitoride impudico. E si era domandata se fosse questo il paradiso che aveva provato Karl prima di morire.
Ma era stato quando Rhona aveva deciso di prendere il controllo che si era sentita perdere completamente. La lingua della sua nuova amante le faceva scoprire piaceri che non avrebbe mai potuto nemmeno sognare. Quando l’orgasmo era arrivato, devastante, dilagante, aveva perso i sensi. O, forse, si era semplicemente addormentata, del tutto priva di forze, dimenticandosi che quella sera era uscita in cerca di nutrimento, non di sesso.
Marie si risvegliò con la testa che ancora girava. Non sapeva immaginare quanto tempo fosse passato: un minuto o forse ore. Ma, quando cercò di muoversi, si accorse che qualcosa glielo impediva.
Corde.
Era ancora nuda, legata al suo stesso letto, i polsi alla testiera e le caviglie al fondo. Con nodi ben stretti.
Il fruscio della lenzuola richiamò l’attenzione di Rhona, in piedi a osservare i volumi nella libreria. Lei si avvicinò al letto e lentamente si sedette a gambe aperte sopra la prigioniera, procurandole un nuovo sussulto di desiderio incontrollato.
Che fu subito rimpiazzato dal terrore quando Marie vide ciò che Rhona teneva in mano, nascosto dietro la schiena. Un grosso coltello da caccia dal manico di legno e dalla lama sinuosa e lavorata, che sulla punta mostrava una sorta di dente minaccioso, rivolto verso l’interno. Sembrava un antico strumento per uccidere e scuoiare.
La punta del coltello sfiorò un capezzolo di Marie con una delicatezza così sensuale che il terrore tornò a mescolarsi all’eccitazione. Chi era la donna che si era portata in casa senza pensarci un istante, senza ragionare? Un’assassina? Una psicopatica? E come aveva potuto farla cedere a un desiderio così incontrollato, nei confronti di una donna, per la prima volta nella sua vita?
Solo in quel momento Marie comprese la risposta.
Era una vampira anche Rhona. Ma molto più seducente, al punto di far perdere la testa persino a lei. Fino a quella notte, Marie aveva conosciuto solo un altro della loro razza, Heinz. In confronto a lui, Rhona sembrava venire da un altro pianeta. Ma quali erano le sue intenzioni, adesso? Poteva un vampiro nutrirsi di qualcuno della sua stessa stirpe?
«Da dove vieni?» volle sapere Rhona.
«Da qui... da Berlino Est».
«Voglio dire: chi ti ha fatto diventare una vampira».
Marie sospirò. «Si chiama Heinz. Nel 1961 una sera si è svegliato e ha scoperto che era stato costruito il muro. Si è sentito solo e ha deciso di crearsi una compagna. O una schiava».
«Non ti piaceva» disse Rhona. Non era una domanda.
«Odiavo il suo corpo sfatto. Mi faceva schifo, era come farsi scopare da un porco, anche se la prima volta non sono riuscita a respingerlo. Sai cosa voglio dire. E dopo non era più possibile stare lontana da lui. Eravamo legati dalle nostre necessità. Quando non prendeva qualcuno per nutrirsi, voleva me. Dovevo essere io a soddisfarlo» Marie scosse il capo. «Mi sono sempre chiesta quale vampira avrebbe mai potuto scegliere uno come lui. Poi una volta Heinz si è lasciato sfuggire che era uno scienziato; durante il nazismo sono stati fatti degli esperimenti e a lui dev’essere capitato... un incidente».
Rhona si irrigidì, come se tutto questo le ricordasse qualcosa. La punta della lama premette su un capezzolo di Marie, che si lasciò sfuggire un gemito, nemmeno lei avrebbe saputo dire se di dolore o di piacere.
Un’altra domanda. «Dov’è adesso, Heinz?».
«Non lo so. È sparito appena è caduto il Muro».
«E tu ti sei trovata in Occidente per la prima volta».
«Sì».
«Non so cosa facessi tu prima...» Rhona allungò la mano libera verso il comodino e le mostrò un ritaglio di giornale. Il titolo dell’articolo era Dracula in Berlin. Parlava della morte di Karl. «Ma fare questo è molto pericoloso».
Marie la guardò senza capire. «È quello che ho sempre fatto. Se no, come...».
«Non così» la interruppe Rhona. «Non puoi mordere qualcuno e lasciarne in giro il cadavere. La prima volta la polizia può non capire, pensare al brutto scherzo di un maniaco. Ma se succede ancora, comincerebbe a sospettare qualcosa. E la notizia potrebbe arrivare a gente più pericolosa per noi. Gente che ci darebbe la caccia. E che verrebbe a Berlino a cercare una vampira con i capelli rossi. Potrebbero trovare te. Ma potrebbero anche trovare me. Non posso permetterlo».
La punta della lama risalì verso la gola di Marie.
«Per la mia sicurezza, ti dovrei uccidere» aggiunse Rhona. «Ci sono molti modi per ammazzare quelli come noi».
Marie trattenne il respiro. Poi disse: «Cosa posso fare?».
«Primo: non lasciare mai tracce dei tuoi denti sulle vittime» Rhona mostrò il coltello da caccia. «Io uso questo. Secondo: scegli le tue vittime tra persone di cui né la polizia né la società sentiranno la mancanza: piccoli criminali, spacciatori, gente che se viene trovata con un taglio alla gola verrà liquidata con un probabile regolamento di conti. È l’unico modo per restare invisibili».
«Farò tutto quello che vuoi» assicurò Marie.
Rhona si protese in avanti per appoggiare sul comodino il coltello e il ritaglio di giornale. Poi si distese sopra Marie e la baciò. La vampira di Berlino Est sentì i capezzoli ancora duri strofinarsi sui propri, il clitoride rigonfio sopra il suo. Dischiuse la bocca dai canini snudati per accogliere la lingua dell’altra. Nella trance del desiderio si domandò per un istante come potesse una donna procurarle tutto quel piacere. Non avrebbe mai creduto che lasciarsi possedere in quel modo, nuda, legata, da una femmina della sua stessa specie, potesse portarla a un simile livello di godimento.
Quando infine Rhona portò il pube sopra il suo viso, per godere sopra di lei innaffiandole sfrontatamente la bocca di umori mai assaporati prima, Marie non avrebbe potuto chiedere di meglio. Fu quasi con dolore che la vide staccarsi da sé.
E afferrare di nuovo il coltello sul comodino.
Ma era solo per appoggiare la lama alla corda che bloccava il polso destro di Marie al letto e reciderla con una mossa rapida e decisa. Ora sarebbe toccato a lei liberarsi dagli altri nodi.
«Quando potrò rivederti?» chiese la prigioniera, troppo intenta a contemplare il corpo della sua dea per perdere tempo con le corde.
«Considera che avrei dovuto ucciderti» rispose Rhona, infilandosi gli stivali. «Se non l’ho fatto è stato solo per festeggiare un anniversario». Continuò a rivestirsi. La gonna. Il bustino.
«Quale anniversario?» domandò Marie.
Rhona mise il coltello nella sua capiente borsetta floscia. «L’estate del 1890. Il mio momento di passaggio».
«Cento anni fa?» fece Marie, incredula.
«Quindi comportati bene» proseguì Rhona. «Altrimenti, al prossimo incontro, le cose andranno diversamente». Si diresse verso la porta.
Solo allora Marie si rese conto che non avrebbe voluto lasciarla andare senza baciarla un’ultima volta. Anzi, non avrebbe voluto lasciarla andare, punto. Cercò di parlare per trattenerla, mentre armeggiava frenetica con la corda che le serrava il polso sinistro. «Ma chi è stato, per te? Com’è andata?».
I capelli rosso fuoco balenarono per l’ultima volta sulla soglia. «Se te lo dicessi, non ci crederesti». Poi Rhona scomparve e la porta si chiuse.
Quando Marie riuscì a liberarsi l’altro polso e si precipitò ancora nuda sul pianerottolo, non c’era più nessuno. Corse alla finestra, ma non vide Rhona neppure in strada. Era quasi l’alba e preferì tirare le tende, come sua abitudine.
Quella notte aveva ricevuto una lezione di sopravvivenza da una vampira di oltre cento anni, quasi il doppio dei suoi. Aveva ancora la testa sul collo. E aveva vissuto la più straordinaria esperienza erotica della sua esistenza. Chiuse gli occhi per un istante e sentì ancora l’odore di lei su di sé. La libertà aveva anche un profumo.


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