Resta a giocare

 

Mi ero divertito a giocare a pallone quel pomeriggio. Le giornate si stavano allungando e avevamo potuto goderci diverse ore all’aria, che non era più così pungente come nei mesi precedenti. Ora però si stava facendo tardi e il mio stomaco brontolava per la fame.
Come ogni giorno, tornando a casa mi ritrovavo davanti a un bivio: non era una metafora della vita, ma una semplice scelta di praticità. Scendendo dal campo di calcio c’erano due percorsi che mi avrebbero condotto a destinazione. Potevo scegliere di attraversare tutto il paese, perdendo una ventina di minuti, o tagliare per il piccolo parco giochi e arrivare diretto dietro la mia abitazione. Come sempre, guardando nella direzione del parchetto, un brivido corse giù per la mia schiena e la saliva mi si bloccò in gola. Era una paura irrazionale quella che mi coglieva ogni volta che passavo di là, dopo il tramonto. Qualcosa di stupido, me ne rendevo conto. Eppure, quel senso di inquietudine era reale e potente. Mi bloccava le gambe, dirigendo automaticamente i miei passi nell’altra direzione.
Ma era tardi e io avevo veramente fame, così, vincendo le mie remore, feci violenza sul mio corpo per imboccare il sentiero fra l’erba, anziché scegliere la sicura strada lastricata.
Non c’era anima viva lì attorno, ovviamente le mamme avevano portato a casa i bambini già da tempo, visto che si stava facendo buio. Nelle mie orecchie i Muse urlavano Love will be forever…, ma riuscivo ugualmente a distinguere il fruscio delle mie scarpe da ginnastica contro la sterpaglia che ricadeva sul viottolo. Un rumore ritmico e inquietante, come un bucolico requiem. Alzai ulteriormente il volume, non solo perché adoravo quella canzone, ma per evitare di sentire eventuali cigolii di altalene abbandonate. Tenevo lo sguardo basso, focalizzato sulle punte bianche delle mie scarpe, per evitare di lanciare anche un fuggevole sguardo verso quel giardino deserto e inquietante, nella velata oscurità del crepuscolo.
Se i miei amici avessero potuto intuire quel mio genere d’inquietudine, avrebbero riso a crepapelle della mia codardia, ma non potevo farci nulla, tutto il mio corpo era in preda al panico. Tremavo e sentivo un macigno che mi schiacciava il basso ventre, mentre il mio passo accelerava sempre più. Correre, sì, fare una corsetta sembrava una buona idea, anche se avevo già passato l’intero pomeriggio a rincorrere un pallone e, in quel momento, mi sentivo piuttosto spossato. Inoltre, ero già sudato: un sudore freddo che mi imperlava la fronte e correva giù per la schiena, lungo la spina dorsale.
Come può un robusto e atletico ragazzone di vent’anni avere la fobia di passare vicino a uno spiazzo deserto? Il tutto ha una spiegazione che risale a diversi anni prima e che proprio io avevo creato, una cosa innocente e ridicola che continuava però a perseguitarmi. Ai tempi delle scuole medie, io e gli altri bambini ci fermavamo spesso in quel vecchio parco giochi e, in estate, ci venivamo anche dopocena a giocare, scherzare e fare i galletti con le compagne di classe. Vivendo in una piccola comunità di provincia, i nostri genitori ci lasciavano uscire liberamente la sera, quando non c’era scuola. Una di quelle volte, ben dopo il tramonto, decidemmo di giocare uno scherzo a uno dei ragazzini più piccoli, che si ostinava a tampinare il mio gruppo per sentirsi più grande. Prendendo spunto da un fatto realmente accaduto, di una bambina morta in quel luogo molti anni or sono, iniziammo a inventare una storia sul fatto che lo spirito di quella bimba continuasse a visitare il luogo del suo incidente fatale. Sono sempre stato bravo a raccontare storie, e infarcii quella panzana di mille particolari, descrivendo quello spirito come se lo avessi visto io stesso. Inventai per lei un abito descrivendolo minuziosamente, immaginai precisamente il colore e la lunghezza dei capelli e anche qualche dettaglio riguardo ai lineamenti del viso. Davanti al mio tono serio e compito nel parlare di uno spettro incombente, il piccolo scappò a gambe levate e noi ce la ridemmo di gusto, seguendolo poco dopo perché ormai era arrivata per tutti l’ora del rientro. Ma, rimanendo leggermente indietro al gruppo, l’immagine che avevo creato si materializzò davanti ai miei occhi, sulla giostra in fondo al giardino, leggermente nascosta dagli alberi che circondavano il perimetro. Fu solo un attimo, ma scorsi il candore del vestitino di pizzo a contrastare con il corvino dei capelli di una bambina. Una sagoma sfocata ma reale che mi gelò il sangue nelle vene, spingendomi a correre a perdifiato fino a casa, superando e abbandonando gli amici perplessi che ancora se la ridevano per la storia che tanto aveva terrorizzato il nostro piccolo amico.
Da quel giorno, ho evitato di passare per di là dopo il tramonto e, anche nelle ore diurne, il mio passo si faceva sempre sostenuto lungo quel sentiero, mentre lo sguardo cercava di non vagare tra i giochi, restando focalizzato a terra per la paura di scorgere una bambina diversa dalle altre, in mezzo ai bimbi che animavano il luogo, nei pomeriggi di sole. Una figura d’altri tempi con un vestito troppo elegante per giocare, ma che io stesso le avevo immaginato addosso.
Pur fissando attentamente l’avanzare dei miei passi, inciampai su una pietra e, per lo scossone, gli auricolari rischiarono di cadermi a terra. Cercai di non rallentare troppo, mentre le mie dita tremanti sistemavano il filo che penzolava. Ma un rumore mi colpì come uno schiaffo alla base del collo: l’altalena aveva cigolato.
Non guardare, non guardare, non guardare...
Avevo persino stretto gli occhi, per obbedienza verso l’ordine categorico del mio cervello. Poi, forse per esorcizzare quelle mie sciocche paure o per un movimento riflesso, gettai un fuggevole sguardo all’interno del parco. Naturalmente, era deserto. L’altalena ondeggiava leggermente e la giostra stava compiendo delle lievi rotazioni, come se quei giochi fossero stati appena abbandonati, ma erano cose che anche il vento avrebbe potuto causare. Non c’era vento, ma cercai di non rilevarlo. Nulla di anomalo animava quel luogo immerso nella luce innaturale della luna che, da poco, superati gli alberi, si era resa perfettamente visibile in cielo. Dopo quel singolo cigolio, un silenzio tombale era sceso attorno a me.
Rilassai i muscoli, cercando di scacciare ogni timore nel riprendere la strada di casa. Un candido movimento mi distrasse. Nuovamente il cervello mi intimò di non guardare, ma forse, dopo tanti anni, volevo vedere per scacciare una volta per tutte quel terrore cieco che mi limitava ogni volta che dovevo scegliere la strada da percorrere. Alzai lo sguardo ancora una volta, ma nulla sembrava mutato. Quel riflesso bianco doveva esser stata la luce lunare contro la parte metallica di qualche gioco. Non avevo scorto del pizzo bianco che ondeggiava, ma una luce e nulla più. Sentivo i muscoli intorpiditi dai tremori, ma cercai di scacciare ogni pensiero per riprendere il controllo. Regolare il respiro accelerato dal terrore era più difficile, ma potevo farcela. Ero uno sportivo e mi ero allenato a tal proposito, anche se questa volta avevo bisogno di calmarmi per farcela.
Non esistono i fantasmi e, inoltre, quello era uno spettro inventato, nulla di più irreale.
Avevo perso fin troppo tempo, infilai in tasca gli auricolari insieme al lettore MP3 e ripresi l’andatura sostenuta lungo il sentiero.
«Vai di fretta?».
Chi c’era dietro di me? Non avevo scorto nessuno, un attimo prima. Mi voltai di scatto, per ritrovarmi davanti alla creatura più bella che avessi mai visto. Forse solo al cinema esistevano ragazze simili. Le lunghissime gambe toniche e abbronzate spuntavano da un abitino decisamente troppo corto... di pizzo bianco; mentre i lunghi capelli neri le ricadevano morbidi sulle spalle, incorniciando un viso perfetto, dai lineamenti regolari. Gli occhi smeraldini, contornati da folte ciglia nere, sorridevano insieme alle labbra carnose, in un’armonia perfetta.
«È così una bella serata, perché non entri a farmi compagnia?».
Lei era al di là degli alberi e le sue mani erano protese verso di me, invitanti. Bella, anzi bellissima, e con la sua voce di cristallo stava chiedendo proprio a me di farle compagnia.
Non ci pensai due volte, presi le sue lunghe dita delicate tra le mani e varcai il confine, entrando in quel luogo tanto temuto e a lungo rifiutato. Lei non si mosse e il mio corpo toccò il suo, come in un abbraccio senza vincoli. Poi, per mano, ci dirigemmo in silenzio verso le altalene e, come bambini, cominciammo a ondeggiare su quei sedili di legno. Fissavo le sue gambe lucide, che facevano leva a terra per dondolare lentamente, terminando in quel piccolo lembo di stoffa che le copriva a malapena il pube.
Non l’avevo mai vista, sicuramente non era delle mie parti. Forse stavano girando uno spot pubblicitario nei dintorni e io avevo avuto la fortuna di incontrare una modella in pausa.
Non parlavamo, non ne sentivamo affatto il bisogno. Si era creata un’armonia spontanea tra noi, erano i nostri corpi a dialogare fra loro, senza bisogno di sprecare inutili parole. L’unico rumore era il monotono cigolio delle catene che aveva smesso di spaventarmi, risuonando invece come una romantica melodia. I suoi movimenti erano lenti e, con la stessa delicatezza con cui si era seduta, la vidi alzarsi e avvicinarsi per adagiarsi a cavalcioni sulle mie gambe. Il mio respiro faceva fatica a transitare nella gola, ma questa volta la paura non c’entrava: era un’altra l’emozione che governava il mio corpo.
Fissai le labbra morbide che si aprirono nuovamente in un sorriso per rivelare una dentatura candida e perfetta, mentre le sue dita s’intrecciavano dietro al mio collo. Le cinsi la vita, troppo sottile per una ragazza qualsiasi, per stringerla a me, rabbrividendo quando i suoi seni toccarono il mio petto. Anche attraverso la stoffa potevo sentire quei capezzoli ritti e duri che svettavano sui seni generosi e rotondi. Scorrendo le mani verso l’alto, lungo la linea della schiena, ebbi la conferma che non portava il reggiseno, dunque, tutto quel ben di Dio era completamente genuino, senza bisogno di alcun sostegno.
Ancora una volta fu lei a prendere l’iniziativa, premendo le sue morbide labbra sulle mie e infilando prepotentemente la lingua nella mia bocca, provocandomi un guizzo di piacere che scosse tutto il mio corpo. La mia eccitazione si era resa pienamente manifesta ed ero sicuro che lei l’avesse sentita, visto che ci stava adagiata sopra. Sentii le sue mani premere leggermente sulle mie, affinché la liberassi dalla fasciatura di quell’abitino che nascondeva le sue forme. Il corpo nudo di quella dea ondeggiò davanti ai miei occhi, mentre buttava la testa all’indietro offrendo alla mia bocca i seni che erano pieni, esattamente come li avevo immaginati.
Dimenticata la fame di cibo, era come se avessi appena rotto un lungo digiuno, mentre leccavo e succhiavo quelle morbide rotondità, non avendone mai abbastanza. Lei gemeva, stingendosi con le braccia e le gambe a me, e la pressione del suo corpo rappresentava un piacevole giogo per il mio membro granitico.
Non c’era dubbio su chi dirigesse i giochi. Quando, a suo parere, quel preliminare aveva sortito l’effetto desiderato, si alzò dalle mie gambe e, reggendo la mia mano, mi trascinò verso la grande giostra dall’ampia superficie di legno, offrendomi lo spettacolo delle sue natiche nude. Dimostrando che, oltre al reggiseno, evidentemente non era solita indossare nemmeno gli slip.
Si adagiò supina sulla superficie piana del gioco, attirandomi suadentemente sopra di lei affinché potessi riprendere a nutrirmi della sua pelle liscia e profumata. Volevo esplorare quel corpo, conoscerlo con la mia lingua per possederlo totalmente. Il suo monticello di venere era perfetto, forse il frutto del lavoro di un esperto estetista, ma non mi soffermai sul pube, la mia bocca scalpitava per incontrare il calore della sua femminilità. Lei sussultava come in preda a febbrili convulsioni, mentre lambivo il suo clitoride e la possedevo con le dita e la lingua.
Sentii le sue mani tirare la mia maglia, mentre l’eco dei suoi gridolini riempivano l’aria. Mi voleva, il suo corpo era pronto ad accogliermi senza ulteriori preliminari. Entrai in lei come fosse la cosa più naturale del mondo: come se si trattasse della mia compagna di vita anziché di una perfetta sconosciuta appena incontrata. Il mio membro la riempiva, mentre sentivo la sua vulva calda inondarsi sempre più di piacere. Scivolavo fuori e dentro lei con delicatezza ma, man mano che il piacere avanzava, il mio ritmo si feceva frenetico, guidandomi al soddisfacimento finale, senza curarmi di precauzioni alcune. Il mio seme schizzò copioso nel suo corpo, contribuendo anche al suo piacere.
Come una geisha, dopo che, esausto, rotolai sul fianco per distendermi a mia volta sul tavolazzo di legno, si sistemò carponi accanto a me per ripulire scrupolosamente il mio pene e succhiarlo profondamente con la sua bocca vorace. Sentivo la mia cappella che si infilava profondamente giù per la sua gola, cosa che sembrava piacere anche a lei, visto il ritmo con cui continuava a frizionare alacremente la pelle dell'asta. Il mio corpo rispose in modo più che soddisfacente alle sue sollecitazioni, permettendole di salirmi sopra per una nuova cavalcata di piacere. Era selvaggia, con il corpo statuario contro il riflesso della luna e i capelli scarmigliati, ma continuava a possedere una bellezza innocente, che imponeva rispetto. Il suo corpo godeva e donava piacere, ma non c’era nulla di volgare in lei. Raggiungemmo l’orgasmo all’unisono e la ragazza si accasciò su di me per sollevare subito dopo il capo e sorridermi con quegli occhi da gatta, trasmettendo, ancora una volta, un’intesa perfetta.
Rimanemmo abbracciati sulla giostra, sotto la luce della luna, ancora una volta senza sentire il bisogno di parlare. Il battito frenetico dei nostri cuori era l’unico rumore che ci interessasse in quel momento. Con le braghe abbassate e le gambe a penzoloni non dovevo essere un bello spettacolo, mentre lei, rannicchiata fra le mie braccia, contro il mio torace, era sempre perfetta.
«Ho aspettato così tanto, questo incontro!».
Era una dichiarazione d’amore? Non sapevo cosa rispondere, tutte le parole risultavano vuote davanti a quel sublime momento d’estasi. Ma lei non sembrava aspettarsi risposta alcuna, quella frase aveva un suono solenne, come un innegabile dato di fatto. Qualcosa che era doveroso dire, a coronamento del nostro incontro.
Il suo respiro caldo contro il mio collo era qualcosa di ritmico e rassicurante che mi trascinò in un piacevole torpore. Non dormivo, ma i miei sensi erano acquietati, in uno stato di totale rilassamento. Non so dopo quanto mi scossi. Faceva freddo e il mio inguine scoperto non migliorava la situazione. Lei non c’era più. Nulla, a parte il mio sperma secco sui peli pubici, lasciava presupporre che quella donna magnifica fosse stata realmente lì con me. Alzai il busto rimanendo seduto sul bordo della giostra con la testa ciondoloni sul petto, nel tentativo di riprendere le forze. Ero lì, all’interno del famigerato parco giochi, ormai in piena notte, ma l’unica sensazione che avevo addosso era un senso di pigrizia che mi impediva di muovere gli arti. Eppure dovevo andare, rientrare a casa: i miei genitori dovevano essere in pensiero per il mio ritardo.
Sospirai profondamente. Avevo vissuto l’esperienza più appagante della mia vita e non c’era nulla che mi desse la certezza che fosse stato reale. Poi, sentii qualcosa di morbido tra le mie dita. Aprii lentamente la mano per rivelare ai miei occhi un lembo di pizzo candido, consumato e sporco di terra. All’improvviso, l’ondata di terrore mi travolse nuovamente. Quella stoffa candida era parte del vestito di una bambina, una bambina morta da chissà quanto, ma che io avevo riportato alla luce grazie a un mio racconto. Il pizzo aveva avvolto il corpo perfetto della mia dea, che altri non era se non quella bambina che aveva aspettato per tanto, troppo tempo, che io tornassi lì a giocare con lei, in modo da potersi sentire nuovamente viva e reale, come ero stato capace di renderla anni or sono. Ma adesso i nostri non erano più giochi da bambini: ero cresciuto e la mia spettrale amica aveva voluto offrirmi qualcosa di adatto alla mia età, per legarmi a sé.
Mentre i miei occhi allucinati continuavano a fissare quel tessuto sdrucito, l’altalena prese a ondeggiare in un chiaro e cigolante invito a tornare a giocare di nuovo, in quel luogo fuori dal tempo.


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