Brucarne i brividi

 

Certo, erano stanchi, era stato un fine settimana movimentato, il loro, ma non riuscivano a dormire. Lui pensava che lei ne avesse avuto troppo, lei non sentiva la sua erezione sotto la mano. Vagando casualmente era arrivata lì, ma era tranquillo. Non si fidava neppure a stimolarlo, pensava che avrebbe rifiutato, come il marito, quelle attenzioni. Era abituata a un uomo troppo freddo e a uno troppo legato dai suoi principi. Non abbandonava il fallo neppure così, in miti condizioni. Sentirlo sotto la mano le piaceva, aveva una pelle diversa da tutto il resto del corpo. Anzi, così, a riposo, la pelle era anche più morbida, delicata, sensuale. Scese un pochino, rovistò più in basso... anche quella dello scroto era bella da toccare, un tocco lieve, come pensasse di potergli fare male. Intanto chiacchieravano, si facevano coccole di parole, di baci. Le mani di lui sulla schiena e sul seno, le parole, i pensieri e il sonno lontano. E quella mano risalì e si trovò qualcosa un pochino più grande, più duro, non ancora abbastanza. Ci si fermò sopra muovendo appena le dita, piano piano. Poi ridiscese, carezzò lieve anche sotto, fin quasi dietro, che a lei era tanto piaciuto che lui (soprattutto lui, ma forse anche altri!) la toccasse lì, nel mezzo. Risalendo leggera incontrò un fallo quasi perfetto, mancava poco, non era del tutto.
«Ma allora non sei già stufo di me... sarebbe troppo, volerne ancora?».
«Pensavo che fossi stanca di questo giocattolo vecchio, un po' rugginoso...».
«È e resta il mio giocattolo preferito, lo sai... vado a mangiarmelo un poco?».
Senza aspettare nessuna risposta, l'aveva già fra le labbra, lo baciava e leccava, dolcemente vorticando la lingua tutt'attorno, ghiotta, affamata. Le ci volle pochissimo a ottenere il meglio, ma non le bastava. Restò lì a pascersi, a sentirlo lamentare, a gustarsi le sue carezze che diventavano via via più potenti come a trasmetterle lo spasmo di sentirsi mangiare, come per resistere alla meglio a quell'attacco di truppe d'assalto, chiuso nella trincea.
Poi gli salì a cavallo, s'infilò l'asta in grembo e mentre scendeva: «Adesso ti scopo io, amore mio... adesso ti scopo io!».
Non era la seconda volta che facevano l'amore, l'avevano sempre fatto, lui sapeva cosa ella cercava, lei sapeva dove portarlo, come portarlo e quando farlo ritornare. C'è un modo tutto strano di scoprire come far l'amore assieme: bisogna farlo, farlo bene. Bisogna provare varie cose, cercare dentro vari armadi, nei cassetti. Raccogliere i sospiri dell'altro, interpretarli.
Allora così sì, ma questo no. Proviamo ancora, magari... meglio questo, forse altro, così piace a me, a te piace?
Loro no! Non ne avevano bisogno, erano già fatti, concepiti per farlo.
Con grande invidia si racconta di una coppia felice, che si piace, che si compensa. Loro si raccontavano traducendosi in sorrisi. Ho visto questo, mi han detto quello, no! Non serviva. Ogni cellula lavorava per unirli, perché già da anni si scopavano la mente. Nulla da imparare, tutto da insegnare... e se l'erano negato fino a oggi.
Le mani di Vidì erano intrecciate a quelle di Corrado, dito per dito; quelle di lui lievemente sollevate dal letto, accompagnavano la danza di tutto quel corpo, esile e chiaro, sopra quello dell'uomo, quasi fermo sotto di lei. La danza era dolce, flessuosa; il movimento della testa esaltato dalla massa di capelli, nella luce della luna piena che entrava dalla finestra spalancata, era uno spettacolo che riempiva gli occhi di Corrado. Ludovica roteava piano, alzava e abbassava il bacino in un movimento di serpe, ipnotico e musicale.
Gustava questo suo possederlo, attimo per attimo, cercando di prolungare all'infinito quell'erezione che la frugava. Se fosse riuscita a non farlo mai venire, a non farlo spargere in lei, se solo avesse potuto andare avanti a danzare per giorni, mesi, anni... ma non ci sarebbe riuscita. Lo sapeva.
Adesso lo sapeva già, aveva già bisogno di emozioni più forti, di massaggi più potenti, di locomotive, di pistoni da corsa. Lo sapeva, lo sentiva... continuava a danzare ma l'estasi la chiamava. Si sciolse dalle sue mani, con una ne afferrò la nuca, i capelli, lo spinse verso il suo seno. Con l'altra afferrò il cuscino, lo violentò, lo trafisse con le dita rapaci, smise di roteare. Ora la sua danza era più veloce, più lunga. Lo sentiva quasi uscire da lei e vi si rituffava sopra, accompagnata dalla spinta di lui. E la bocca di lui a baciare il capezzolo, a suggere il capezzolo, ad accoglierlo dentro la bocca, fino in gola. Poi, d'improvviso, come frustata da mille scudisci, esplose contraendo ogni muscolo, roteando la testa, stringendo gli occhi e lanciando un grido acuto, quasi sofferto. Ansimando s'accasciò addosso a lui, ne ricoprì il volto coi capelli, sorrise al cuscino e non ebbe modo di muovere un dito. Meglio del vibratore, pensava in silenzio, meglio del vibratore.
Anche lui si rilassò un attimo, l'aveva aiutata porgendole il bacino in alto, ancora la teneva alta sul suo membro, infissa, incastrata. Piano si riabbassò, cingendole la schiena col braccio, carezzandola, giungendo alla natica, solcando il solco col dito, lieve. E la tenne, fino a che il respiro di lei non fu un poco più calmo. Ora poteva; la condusse al suo fianco sinistro, la fece scivolare, trattenne la sua coscia alta sopra le sue e cominciò a infliggerle una nuova bordata, lieve, la prima; poi più frementi, poi più vigorose. Ne trovò il volto, baciò le sue guance, cercò la lingua che già lo cercava e la condusse a cantare di nuovo. Meno intenso? Più dolce?
Nemmeno lei sapeva... non era lo scudiscio di prima a strapparle la carne e gli urli, ma era un piacevole fuggire dal mondo a quel modo, riempirsi di luce, respirare. Aveva fatto dieta per tanto di quel tempo, costretta a farsi godere da sola, che tutto questo trasportarla via le sembrava impossibile. Sapeva che le spettava, che era già suo, tutto questo... ma averlo era diverso. Anche Corrado leggeva i suoi pensieri, che lei non diceva. Sui suoi occhi veleggiava la gioia, illuminata appena dalla luna e lui leggeva. Si ritrasse appena, notò quasi un disagio negli occhi di Vidì, ma le sorrise. La fece ruotare su se stessa, se la spalmò addosso di schiena sul torace, tormentò di baci la nuca e lei stessa cercò il suo fallo da immergersi dentro. Ancora lentamente, ancora più piano di prima. Ma in danza reciproca, lui avanzava, lei avanzava, lui si ritraeva e lei si ritraeva. Attenti, lenti, a saggiare ogni millimetro di quel fluire. Lenti ma sempre meno. Sempre un po' più audaci, veloci, come a dimostrare d'aver imparato la strada. E le mani di lui! Una per seno, con le mani di lei a premerci sopra. E la bocca di lui! Sulla nuca di lei a brucare la pelle, i capelli, i brividi. Ma come? Come può farmi tutto questo? Tutto assieme, dopo tutto ciò che mi hanno fatto oggi? Dove mi porta, dove andiamo? Ma lui lo faceva, lei lo prendeva, lo aiutava, si aiutava... quanto poteva ancora resistere? Le avrebbe dato il tempo? L'avrebbe lasciata in alto ma non abbastanza? No... non era da lui. Allora assieme, assieme va bene, le piace. La prima volta è stato assieme, non la scorderà mai. Assieme, deve aspettare lui... ma non può aspettare. Cosa succede? Sta per venire lei? Ancora? Impossibile... tocca a lui, è chiaro! Ma invece è lei che esplode ancora. Scolpita come roccia sul suo fallo, incastrata e attraversata da mille spilloni da maga, da strega. È lei che urla, lo sa, ma non si sente... come in sogno, si vede urlare ma non sente la sua voce. Stravolta. E lui ancora dentro a cullarla piano, ad accompagnarla. Dentro di lei, enorme, duro, moltiplicato per mille, da fare invidia a tutti i mariti neri di Silvia. Piano si quieta, il respiro diventa più tranquillo, le sfugge un grazie... che non saprà mai se lui l'ha udito. Cerca di pensare ma non le riesce. Le ci volle un po' di tempo, per riprendersi, con lui che continuava a scoparla a quel modo, dolce dolce, come non avrebbe mai sognato. E chi glielo faceva fare di spostarsi, di farlo smettere, di toglierselo di dentro? Ma doveva... era la sola cosa che poteva fare, non poteva addormentarsi così. Lo sapeva! Con lenti movimenti si sciolse dall'abbraccio, cercando di mantenere il più possibile quel pezzo di lui lì dentro. Riuscì a baciarlo teneramente sulle labbra. Riuscì a guardarne il sorriso. Poi si rivolse a quel coso e andò tranquilla ad afferrarlo, a portarselo alle labbra.
«È tremendamente bagnato, fin sotto... anche qui, anche loro... bagnate di me... voglio che vieni sulla mia lingua, nelle mie labbra, lo sai!».
«Voglio guardarti, mentre lo fai... mettiti bene, in luce... così!».
Ed ella lavorò con impegno, di mani, di dita curiose, di lingua e di labbra. A lungo, non voleva che succedesse subito. Lui non l'aveva portata di corsa alla meta... gliel'aveva fatta sognare, la meta. Lo sentiva mugolare, quasi grugnire. Vedeva quegli occhi golosi cibarsi di lei e poi chiudersi e riaprirsi e chiudersi ancora. Il primo fiotto la sorprese, quasi non l'aspettava.
Per gli altri, con la lingua spalmata sotto il glande, col sorriso soddisfatto della vittoria, le sue mani spremettero ogni grammo, carezzarono ogni dove, ebbero il coraggio di stringere anche sotto, lo scroto, senza indugio. Poi se lo infilò in gola più profondo che poté e lo cullò di lingua e labbra fino a che non lo sentì quasi svanire, morbido, docile, ma presente.
Lo abbandonò soltanto perché voleva le sue mani addosso, le sue braccia addosso, la sua pelle addosso, i suoi pensieri addosso. Ma cercava di star lontana dalla sua bocca.
«Dammi un bacio... ti prego!».
«Ma Corrado... ho la bocca piena del tuo seme...».
«Lo mangi tu, posso mangiarlo anche io, no?».


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