Devastata

 

«Adesso ti bevo io...».
Steso sulla schiena, il busto addossato a due cuscini scomposti, seguivo il tuo vorticare senza poter raggiungere che la tua testa di capelli corti. Con gli occhi luccicanti di sorriso quasi sempre piantati nei miei, lambivi soddisfatta la mia pelle in un avvicinamento circospetto e lento. Con le mani già prendevi possesso di tutto, raccoglievi, allungavi, carezzavi, trattenevi... finché, affamata, l'hai ingoiato. L'hai ingoiato guardandomi, sorridendomi soddisfatta. Eri scivolata sempre più giù, mezza fuori dal letto, le ginocchia a terra, sempre più lontana dalle mie mani; riuscivo a riempire solo i miei occhi di te, del tuo lavoro, del tuo sorriso. Quel tuo lento annuire, accompagnato dalle mani, pareva un danzare di strano animale. Arrivavi in cima, lo lasciavi sgusciar fuori, lo baciavi e lo leccavi come fosse pasto prelibato, troppo prezioso per esser mangiato. Le mani accompagnavano la danza, spesso una sola; l'altra arroccata più in basso, delicata massaggiava... a volte spariva, sentivo le dita cercare più in basso, arrotolare la pelle, premere e spingere e stringere la mia carne fra i testicoli e il buco... quel tratto di pelle che anche a me piace tanto tormentare. Non sarebbe potuto succedere così, non te l'avrei permesso, lo sai, lo sapevi. Il massaggio, ritardante o stimolante che fosse, non m'avrebbe impedito di pensare a te, esaltare te, volere te. Il tuo gioire era stato troppo poco, avrei dovuto sentirti cantare ancora, almeno tre volte, per potermi abbandonare... lo so, non è ragioneria, non conta nulla il numero, non serve manco chiedere. Il mio, come sempre, è solo il bisogno di dare, l'unica cosa che mi esalta e mi appaga.
Basta, non posso continuare a guardarti stando fermo, attendo un attimo che tu sia distratta, che non guardi i miei occhi ma dritta dritta l'asta, luccicante di saliva e umori appena fuori dalla tua bocca, mentre t'avvicini a baciarne adorante la punta e... non lo trovi più, fuggito. Il tuo bacio lo voglio io, in bocca. Lui, il Giangiovedì, come lo chiamava Miller, lo lasciamo un attimo da solo. Prima o poi un posto glielo trovo, per ora lo lascio lontano, lontano dalla tua bocca e dalla tua lingua... non dalla tua mano che non l'ha mai mollato.
Approfitto, io, di questa tua postura... forse approfitti tu, di questa tua postura. Mentre ti bacio scendo, t'affianco, mi guidi, ti raggiungo... son dietro di te ma ancora intreccio la mia lingua alla tua. Non capisco nemmeno come ma sei riuscita già a innestarlo dentro.
Rovesci il capo, mugoli, sospiri con le braccia quasi distese sopra al letto, le mani piene di lenzuola torte e stritolate, le mie mani a impastare i fianchi, ad allargare e stendere la schiena come pasta. Scivoli, nella profondità del vortice, un grido più profondo, un rotear più svelto... scivoli, dentro un travolgente orgasmo accasciandoti ansimante senza ch'io smetta il mio tormento. Ma se di tormento devi esser torturata è bene che mi organizzi ancora... il tempo di riprenderti, di farti ritornare e il mio rallentare, fermarmi, restarti dentro immobile, quasi ti sorprende. Ancora due minuti, lunghissimi minuti; ogni tanto, soltanto col pensiero, lo muovo dentro te, senza muovermi per nulla... sorridi, di questo mio danzare... rispondi con un morso, quasi facessimo una gara. Fermi immobili, muovendo solo loro. Un gioco divertente che necessita di grande concentrazione, se perdo l'erezione me lo sputi fuori... lo tolgo io ma solo per farti risalire sul letto, voglio vederti in faccia. Sei stremata ma sorridi; distesa quasi di traverso mi offri tutto senza il minimo pudore.
M'accogli su di te, allunghi appena le labbra a cercare il bacio mentre, da solo, mi guido a conquistare un posto accogliente, caldo, viscido d'umori. Non so per quanto tempo, molto penso, danzo lentamente sul tuo ventre, lecco avidamente le tue labbra, mangio goloso la tua lingua. Molto tempo che t'aiuta a ritrovar te stessa: non vuoi più venire tu, adesso.
Adesso vuoi il mio seme. Lo sento da come ti muovi, dalle tue mani, dai tuoi occhi e dai tuoi sorrisi... non basta: pesino me lo dici, m'implori, me lo chiedi. Allora mi fai una proposta strana, cosa che non hai mai fatto: accetto titubante, probabilmente indotto dal ritmo più incalzante che sto dando al nostro amore. Venirti sulla lingua. Lo estraggo, ti lascio sola, vuota, quasi strana... in fretta ti inginocchi accanto al letto, mi alzo e ti raggiungo. Magnifica postura, le tue cosce spalancate, il busto eretto, una mano al seno e una al grembo e, come sempre, i tuoi occhi puntati nei miei, sorriso complice ed estasiato. Ecco: la tua bocca si spalanca, la tua lingua guizza a carezzare la sua punta, attendi fiduciosa. Come vorrei poter essere fuori di me, abbastanza lontano, guardarti e guardarmi come fossi un estraneo... gustarmi appieno, con l'occhio già appannato, questo nostro vortice, questo tuo attendere. Attendi molto poco, per la verità: i fiotti inondano abbondanti la tua lingua, le tue labbra, il mento e le guance. Il tuo sorriso, che al primo fiotto aveva accennato a dissiparsi, s'illumina di luce. Temevo lo prendessi come umiliazione, come volgarità... voleva solo essere un dono, omaggio a questa dea accovacciata. Non resisto, non posso! Ti prendo per le ascelle e ti faccio alzare in piedi, ti guardo negli occhi, trattengo la tua testa per impedirti di fuggire e bacio la tua bocca, piena del mio seme. Ancora prime volte, ancora a imparare, gesti nuovi, gesti semplici, specchi profondi di questa gran passione che ci travolge, ci trascina, ci traduce. Risucchio la tua lingua, raccolgo dal tuo mento e lo riporto a te, a te che succhi la mia lingua, avida e sorridente. Sapore inconsueto, sebbene quasi già intuito; sapore che si esalta della tua meraviglia. In questo vorticare strano di lingue, labbra e sperma, sento la tua gamba che mi s'avvinghia forte fino a strusciare il tuo bocciolo tormentato sulla mia anca... così, così ti fai venire, ancora devastata!


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