Il prete bello

La curiosità era molto forte, l'invito molto appropriato. Alla reception lo salutarono con infinita deferenza, prese la sua chiave e condusse Rossana all'ascensore. Ultimo piano, evidentemente il migliore. Anche il piano d'arrivo era particolare, piccolo, rispetto all'ingresso al piano terra. Ci si affacciavano solo tre porte, più quella delle scale, sigillate per evitare il rumore. La porta centrale era molto imponente, le due laterali molto più modeste ma raffinate, ricercate. Lui aprì una di quelle laterali e la fece accomodare in un atrio elegante, illuminato appena. Richiuse la porta e la condusse in un vasto soggiorno, con le finestre sui tetti di tutta la città, uno spettacolo molto suggestivo anche per la penombra interna. L'arredamento moderno e minimalista lasciava immaginare il carattere del prete, quasi freddo, calcolato.
Prese i bicchieri, la bottiglia, fece sedere Rossana su un bel divano e si sedette accanto a lei.
«Vedi Rossana, non è poi la tana del lupo, benché io lo sia, una sorta di lupo. Adesso possiamo darci del tu, se lo vuoi... io lo gradirei molto. Non molte donne possono salire qui, ma tu sei salita, senza nessun controllo. Anche questo fa parte del sistema: se vengo io con qualcuno, non occorre che registriate nulla, naturalmente. Tu sei particolarmente intelligente, hai già capito la situazione».
«Ma certo, don Gastone... io son venuta qui anche per capire chi è lei e chi c'è dietro, è chiaro. Non che non mi fidassi, ma così sono più tranquilla. Pensavo a una canonica sperduta, non a questa meraviglia, ma questo le si addice molto meglio. Non ho timori, sono molto contenta».
«Ma non riesci a darmi del tu? Io preferirei...».
«Mi spiace... vivo col dottor Chiaretti da più di un anno e ancora do del lei anche a lui. E ci vado a letto assieme, naturalmente».
«Speravo in un trattamento di favore, noi lavoreremo molto assieme. Anche il professor Vasina mi ha raccontato di te... so molte cose».
«Quasi troppe, don Gastone... non penso di essere così interessante».
«Lo sei moltissimo e gradirei approfondire... se ti fermassi per la notte ne sarei molto onorato».
«Non conosce le mezze misure, don Gastone... non mi aspettavo questo».
«Ti scandalizza un prete? O preferivi un corteggiamento?».
«Non mi scandalizza nulla... mi sento un po' puttana, così!».
«Adoro le puttane. Ma non le pago, sia chiaro. Con te ho avuto bruschi modi per vedere le reazioni. In realtà ti desidero molto, da appena ti ho vista. Ma sei libera di non concederti, né adesso né mai. Sarò comunque dalla tua parte. Non ti voglio forzare con nulla. Era solo una cosa a cui tenevo...».
«Sincerità per sincerità, don Gastone... se lei non fosse un prete me lo son detta anche a tavola... scoprire che anche i preti...».
«Siamo uomini, coi nostri difetti, come tutti. Con le nostre passioni, come tutti. E tu alimenti le passioni con lo sguardo, Rossana».
«Lei è terribile: prima mi spezza le gambe con delle proposte secche e adesso fa il romantico? Faccio un colpo di telefono a casa, mi fermo qui».
Mentre lei telefonava, lui le era già arrivato addosso; la carezzava, la sbaciucchiava. Silvia capì immediatamente e le diede un bacio per la buonanotte, velocissima. Rossana ripose il telefono e si abbandonò tranquilla nelle mani del lupo, che dentro la sua tana l'aveva già portata.
«I tuoi seni liberi... li ho notati appena sei entrata. Adoro i capezzoli scuri come i tuoi, liberiamoli del tutto, togliamo la maglia...».
«Avevo visto che li guardava... pensavo la mettessero a disagio. Don Luigi mi sgridava spesso, alle prove del coro... pretendeva che li nascondessi meglio».
«Magari ne era solo ghiotto... avrebbe voluto averli in mano come li ho io ora. Che splendore! Potrei passare la notte occupandomi solo di loro!».
«Mi aspettavo molte cose da lei, don Gastone... non questo. Ho fatto bene ad accompagnarla, molto bene... proprio bene!».
Davvero! La bocca del prete sui seni era veramente una gran bella sensazione, aiutata dalle mani che frugavano curiose la schiena, il ventre, i fianchi, le anche. Non riusciva neppure a pensare di alzarsi per togliere i leggeri pantaloni, i sandali. Le mani di Rossana erano attorno alla testa dell'uomo, ne carezzavano i corti capelli, le orecchie, la nuca. Tutti passavano molto tempo sui suoi seni ma in maniera diversa... questo pareva che avesse una specializzazione: riusciva a intuire un attimo prima la mossa che ella avrebbe gradito, l'anticipava e lei percepiva il dominio. Si sentiva uno strumento che lui abilmente suonava ed era una sensazione tutta nuova.
Possibile? Come se nessuno le avesse mai toccato una tetta, leccato un capezzolo. Assurdo. L'avevano avuta in tanti, ormai... nulla, la sensazione era quella: mai nessuno prima di Don Gastone! Perché?
«Alzati, ora, seguimi... io mi alzo e ti tolgo i pantaloni, non posso cibarmi solo del tuo seno... alzati...».
Ma non smise di cibarsene. A lei parve che ci mettessero delle ore, dei giorni, ad alzarsi, assieme, avvinghiati. Quando fu in piedi, lui con la stessa lentezza scese e continuò a leccare, baciare e mordere ciò che incontrava: lo stomaco, la pancia, l'ombelico. Le mani del prete avevano già saggiato la vita dei pantaloni, capito che era solo un elastico che li teneva al loro posto. Lo prese, con le mani assieme, ma non lo calò di colpo, con fretta. Lo fece scendere lento, accompagnandolo con baci e morsi; sotto le dita, sul dorso, sentiva la pelle delle anche di Rossana. Nuda, solo pelle.
«Nemmeno gli slip... adorabile Rossana! Già sento il profumo del tuo sesso, lo vedo umido e palpitante. Pronto, deciso...».
Ma non vedeva nulla, nemmeno il pelo del pube, ancora... e lei non era certa di potergli dar modo di vederlo, sentiva le gambe molli, il bisogno di sedersi, l'urgenza di sdraiarsi, svenire. E il pelo fu, ma a poco a poco. Ora la sua bocca andava quasi da un'anca all'altra, nel frattempo. E i pantaloni calavano piano. Quando la bocca incontrava il pube sentiva le labbra di lui carpirle i peli, tirarglieli, lasciare che sgusciassero dalle labbra e continuare i baci e i morsi. Rossana cercava di guardarlo, non sempre ci riusciva. Doveva chiudere gli occhi, volare via lontano, sognare. E più giù ancora! La bocca sulle cosce, lieve lieve, il passaggio laggiù in mezzo, davanti alla sua fonte.
Le gambe! Sapeva di averle già aperte, divaricate... aveva dovuto farlo per stare in piedi, da subito. Avrebbe voluto spalancarle, squarciarle, smontarle.
Avrebbe voluto offrirsi di più, trattenere quella testa in mezzo, sulla vulva, non via, non sulle cosce... più dritta, ti prego. No, non le riusciva. Una tortura immensa, non da primo incontro... dopo, col tempo, ma adesso? Quando ci si prende reciproca memoria, quando si cercano giochi per ravvivare, ma adesso? Al primo incontro? Anche lei aveva urgenza... solo lei aveva urgenza. Lui era la calma assoluta, il calcolo, l'essenza.
«Don Gastone, la prego... li tolga in fretta... li tolga!».
Non la sentiva, oppure la sentiva ma la torturava uguale. Finalmente li sentì oltre il ginocchio, impossibile andare oltre, ricadde sul divano, senza grazia, quasi di peso. Lui si inginocchiò, li sfilò piano, una gamba alla volta, sollevandole il polpaccio con la mano da dietro, fin su al ginocchio. Le tolse i sandali, le baciò i piedi, prima il collo poi le dita, una a una. Che strano, aveva baciato di lei già tutto ma non le labbra, non quelle del viso, non quelle della vulva. Don Gastone si erse in piedi, composto, una mano sotto al mento, una al fianco, vestito tutto nero col collettino bianco. Non aveva la tonaca, una giacca tutta allacciata, i pantaloni dal taglio elegante e quel colletto tondo e bianco. Rigido, inamidato, quasi di plastica, sembrava.
«Sei splendida, Rossana. Verrebbe voglia di farti una fotografia, un quadro. Ma non sono un bravo artista, quindi ti scopo, ho deciso».
«Don Gastone... mi pare che sia un'arte anche quella e lei mi pare eccellente, come scopatore... non so se mi riesce di spogliarla, ma se promette di aver pazienza, qualcosa mi invento...».
«Mi piace farlo da solo, mentre ti ammiro...».
Senza aspettare risposte cominciò a spogliarsi lentamente, guardandola. Lo spogliarello di un prete, pardon, d'un alto prelato; bottone dopo bottone, con eleganza, via la giacca, sotto a torso nudo, con ancora il colletto addosso, via anche quello. Cintura, bottoni dei pantaloni, tanti, niente zip... le scarpe, le calze assieme ai pantaloni... il boxer, nero pure quello.
«Questo soltanto lo lascio fare a te...».
Lo disse avvicinandosi, andandosi a piazzare fra le sue ginocchia spalancate. Rossana si staccò dallo schienale, sorridendo gli venne vicino, abbrancò l'elastico in vita e si avvicinò col viso. Voleva rifare a lui la scena dei suoi pantaloni ma non le riuscì a lungo! Si ritrovò davanti agli occhi una sorpresa.
«Don Gastone! Non m'aspettavo una simile sorpresa da lei! È splendido!».
Don Gastone aveva un dono naturale, non come quello di Dario, ma molto vicino. Sprecato per un prete, pensò... poi si rimise in discussione: era un prete speciale, anzi, forse, tutti, no... il suo caro don Luigi? Faceva collezione pure lui? No, non le pareva... le ultime confessioni erano già prima delle sue trasgressioni ma... no, non c'era qualcosa che le riuscisse di pensare addosso a don Luigi. Mentre pensava a queste cose, tanto che era lì, prese a conoscerlo. Non girando attorno come faceva Don Gastone, no! Abbrancandolo a due mani e saggiandolo di bocca, decisa. Lui la lasciava fare, con apparente distacco. Ne seguiva i guizzi, i saliscendi, le leccate e i baci, ma pareva quasi non fosse roba sua.
«Ora che ci hai fatto amicizia, andiamocene a letto...».
Quasi le dispiacque che glielo togliesse dalle mani; lo seguì lungo un corridoio, dentro una stanza, si lasciò depositare sul letto e lo vide tuffarsi fra le sue cosce, a baciarla finalmente. La bocca no, non ancora. Certo che se era abituato a certe signorine di mestiere, magari rinunciava spesso a quello, pensò Rossana. Ma per lei restava un rapporto tronco, lasciato a metà, senza un bacio vero. Pensare che, con quel che stava facendo laggiù, quassù avrebbe acceso chissà cosa! Perché con la lingua era proprio bravo. Va bene, indagheremo dopo, si diceva. Frattanto il tormento cresceva, non le riusciva di pensare molto. Era quasi in cima, scuoteva la testa, inarcava la schiena, afferrava le candide lenzuola fra le dita... c'era quasi! Ma lui si sollevò grondante dal suo pube, le sorrise, le si avvicinò, la lasciò quietare, carezzandole delicatamente attorno all'ombelico. Le torture le conosceva tutte, quello era certo! Lei, con gli occhi quasi chiusi, umidi di gioia, cercò di avvicinarlo alla sua bocca, ma resisteva. Solo quando smise di cercarlo, andò a baciarla. Se ella s'aspettava un casto bacio fu sorpresa, se l'aspettava sensuale fu travolta. Un bacio strano, che le parve di non avere mai avuto.
Ma come? Con tutti quelli che aveva già avuto! No, non così! E come? Che c'era di diverso, di strano? Mentre la baciava già affondava la sua verga dentro lei. No, si ritraeva. Cercava, andava vagando, la lambiva, entrava! No, si ritraeva. Ancora, ci riprovava. Forse non era sicuro... come prima, solo un centimetro più a fondo e piano via, fuori. Ma lei cercava di assecondarlo, non stava mica ferma! Ancora a lambirle le labbra, in alto, in basso, troppe volte.
Poi dentro, ma poco, stavolta non è uscito, ritorna, si ritrae... terribile! Aveva quasi voglia di dirglielo, di insultarlo, di scappare. Inchiodata! Stavolta è profondo, non fugge! Soltanto quando lei si stava per approssimare, allora sì, ancora fuori. Ma era impossibile fuggire, inchiodata dai suoi baci! Quanto ancora l'avrebbe torturata, avrebbe fatto in modo che non raggiungesse l'apice? Era abituata a tutti che cercavano di farla venire mille volte, e questo le impediva di godere? Ma chi era? Nemmeno concentrandosi solo su quello, le riusciva. Lui l'interrompeva sempre, un attimo prima!
La tecnica di don Gastone era tremenda: ella si ritrovò quasi inconsapevole a raggiungere l'orgasmo solo quando lui glielo concesse. Fu esplosivo, una catastrofe, un sortilegio. Non sapeva... aveva letto che succedesse, ma parevano meschine leggende... eppure! Si sentiva allagata, come se avesse aperto un rubinetto. Era stato un orgasmo travolgente, dei suoi migliori, forse il migliore in assoluto... eiaculazione femminile?
Sciocchezze, la medicina dice che non esiste, non può, non l'ho mai avuta!
Eppure... che altro era successo? No, disagio non ne sentiva. Fosse stata pipì? No, lo escludeva! Don Gastone le baciava la gola, il mento, lei ansimava... non riusciva a parlare. Anche il cervello. Era come se l'avesse attraversata una scarica elettrica, esagerata! Lui si allontanò un poco, prese un ritmo più serrato. Poi lo vide quasi sedersi, eretto sul letto, sollevarle il culo, spingere con forza. Le sue gambe volarono sulle spalle del prete, ancora più vigore, sbattuta come un cencio, strapazzata come un libro di
scuola. E ancora venne, urlando la sua gioia, piangendo, contorcendosi.
Appena dopo, lui si calmò, accompagnando tutta la sua voglia di coccole.
«Don Gastone... lei è terribile! Ne ho avuti diversi ma lei è unico! Se gradisce, vista la postura, ci sarebbe anche il resto, un po' più in basso...».
«Dolcissima Rossana, quello lo tengo per ultimo... e ti prenderò da dietro, per quello... adesso voglio ancora la tua figa. Appena sei in grado, acquattati come un gatto. Ma solo quando ti ritieni pronta. Voglio vederti là, riflessa sullo specchio, voglio gustarmi tutte le tue espressioni».
«Mi piace molto, quella posizione... lo sento fin dentro al cervello. Il suo, poi, sicuramente mi tramortisce. Dario l'aveva un po' più grosso ma non l'usava così tanto bene. In genere, chi ne ha molto, non si cura di farne usi migliori...».
«Ho dovuto curare molte pecorelle smarrite... tante non capivano nemmeno cos'era, far l'amore. Adesso son quasi tutte fedeli a ciò che insegno, devote e molto osservanti».
«Comprendo, ha redento molto traviate, immagino...».
«Non quelle che intendi tu: non le puttane. O meglio, quelle che lo fanno per mestiere le lascio redimere da altri. Io mi sono sempre occupato di quelle che non sanno di esserlo dentro. Ragazze andate in sposa a gente coi quattrini, che rischiano il naufragio ai primi problemi. Signore che si atteggiano a fredde e distaccate, rischiando di mandare i mariti a cercare altrove... ora i mariti stanno a casa, al limite accompagnano la moglie...».
«Ecco spiegato l'arcano! Dunque lei è un... missionario?».
«Bella definizione, non me l'avevano mai detto ma mi piace... mi ci trovo. Sapessi quante ne ho salvate! E i mariti mi ringraziano...».
«Tonti... se erano capaci, si salvavano da soli».
«Sei crudele... molti non hanno idea del tempo e dell'impegno».
«Un lavoro duro... ma qualcuno deve pur farlo, no?».
Ridendone ella stessa, si sollevò, lasciò sgusciare la mazza dal suo posto, si pose come lui le aveva detto, ben piantata dentro lo specchio che occupava tutta la parete e attese. Nello specchio vedeva il suo viso, il letto, le sue natiche sollevate, lui dietro e una grande finestra aperta sui tetti della città. Era una bel modo di farlo, quello. Nemmeno da Chiaretti c'era tanta lussuria. Vedersi lì, aspettare che lui s'introducesse, vederlo lavorare, impastargli le chiappe, godersi tutto. Adesso che s'aspettava le torture, sentì soltanto lo schianto, l'urlo, lo spasmo. Dentro tutto, fino in fondo, piantato nel cervello, come pensava già di sentirlo. E poi pompate, rabbiose, dannate.
Nello specchio la sua espressione era terribile, piena di rughe sopra al naso.
Lì, nel mezzo della fronte, si concentrava tutto. Si gonfiava, si contraeva. Con gli occhi quasi chiusi seguiva le sue smorfie, poi lui rallentava, lei prendeva fiato, si rilassava, sorrideva e lui giù forte, come un maglio. La prendeva per le chiappe, la tirava, infilava le sue dita nella carne e l'immagine di Rossana nello schermo era tremenda. Quasi si chiedeva Perché soffre, povera ragazza? ed era lei riflessa, riletta dal di fuori. Una tortura lunga, anche questa. Sembrava che lui avesse il telecomando: appena lei era vicina lui si fermava, la bloccava. Poi riprendeva piano, poi forte, arrivava quasi in cima, ma non in fondo. Poi esplose d'improvviso, senza che neppure lei capisse.
Non come il primo ma devastante, lungo, lunghissimo... forse perse i sensi, forse si ritrovò da sola su un altro pianeta, forse un sogno la raccolse e la portò via lontano, spinta dalle sue spinte che non si arrestavano. Non seppe mai per quanto tempo, di certo sa soltanto che, poi, lui si era calmato.
Fermato no, calmato molto. Lo sentiva centellinare ogni millimetro di quella cosa dentro di lei, avanti e indietro, lento come una lumaca. Poi ne uscì, la lasciò all'aria. Sentì che le premeva l'altro buco, sentì che era bagnato, caldo, che scorreva. S'introdusse piano, ma senza pausa. Profondo che forse non era ancora stato, così profondo. Ondeggiava piano, retrocedeva e ritornava giù, appena più veloce. Anche di questo, di questo suo cullarla, ne ebbe per un poco. Si guardava, lui la guardava, vedeva che lui la vedeva, lo sentiva, grosso, lungo. Poi lui cominciò ad andare più veloce e lei non capiva più, solo vedeva la faccia di lei stessa nello specchio. E il getto, il fiotto, dentro! Come se lo vedesse!
Solo parecchio dopo, si riprese, Rossana. Lui la teneva tutta stretta sul petto, steso sul fianco come lei.
«La porta centrale è molto importante... è quella del vescovo?».
«Certo, abita qui a fianco...».
«Spero abbiate insonorizzato bene le pareti...».
«Le pareti non trasmettono nulla... la finestra aperta avrà sicuramente fatto contento qualcuno ai piani più bassi...».
«Io sono esibizionista di natura... spero di non averle arrecato danni».
«Nessun problema Rossana. Tu canti molto bene, molto forte, ma nessuno mi chiede perché canti... potrei io chiederlo a loro, ma non lo fanno loro con me».
«Bene... è stato straordinario, don Gastone. È stato tutto come se non avessi mai fatto nulla di simile in vita mia... una sorta di sogno».
«Perché eri vergine, Rossana. Vergine di me e non ho badato a spese, non ho cercato di capire come farlo, non ti ho dato il tempo di cercare come farlo».
«Uno strano concetto di verginità, ma non mi dispiace... la prima volta ha un valore sempre alto, in effetti. Ho perso molte verginità, lungo la strada... la prima a quindici anni. In un bel modo, poi... con dolcezza, ma con tanta voglia anche. Ne son sempre andata fiera. Questa sera è stato stupendo, don Gastone. Io abito sempre lì, lei mi chieda, se lo desidera».
«Non mancheremo di vederci, Rossana, stanne certa. Sono molto indaffarato ma tempo da dedicare a te ne trovo».
«Io tornerei anche a trovarla qui... ma mi fanno salire?».
«Se ci sono, se non sono impegnato... altrimenti... altrimenti no!».
«Non intendevo essere oppressiva... ma se avessi bisogno di lei?».
«Ti lascio il mio cellulare personale, va bene?».
«Ecco... lì volevo arrivare. Lei il mio lo conosce già, giusto?».
«Certo, è nella tua scheda. Ora ci aggiungo una postilla...».
«Che postilla?».
«Non porta mutandine e ha un corpo stupendo, con due tette da perderci il senno. Accetta anche il secondo canale».
«Lusingatissima... non lo nascondo quasi a nessuno, che non porto slip».
«Don Luigi mi disse solo del reggiseno, non ti ha mai visto con il reggiseno!».
«Mi ha sempre dato fastidio... ci ho provato, mio padre si lamentava ma io non lo sopporto. Stanno su da sole ancora bene, dopo vedremo...».
Al mattino la luce entrò con tutta la forza dell'alba estiva, molto presto.
Lui si svegliò per primo, ma Rossana dormiva profondamente. Se la carezzò, se la baciò ma gli ci volle tempo. Finalmente, dopo una mezz'ora di trattamento lei aprì gli occhi da cerbiatta, sussurrò un buongiorno e sorrise.
«Che occhi da cerbiatta... non vedevo l'ora che li aprissi».
«Silvia mi chiama Piccola Cerva, come una squaw...».
«Bello, mi piace molto... Piccola Cerva. Piccola Cerva molto bagnata, direi».
«Lei mi tormenta... io ho cercato di far finta di dormire ma lei insiste!».
«Come senti ho le mie buone ragioni, per svegliarti...».
«Sento sì... mi piace svegliarmi così, al mattino. Diciamo che mi piace».
In un vortice quasi danzante si ritrovò a cavallo della sua vita, lui steso di schiena. Non le passò nemmeno per l'anticamera del cervello di andare a prenderselo in bocca, in gola... ci aveva pensato un attimo prima di aprire gli occhi, voleva dargli un buongiorno degno di nota, ma adesso, lì a cavallo, con tutto quel suo tormentarla di prima, era meglio approfittare della situazione.
Incoraggiamenti non ne servivano, l'erezione era piena e pronta. Con la mano si aiuto a calzarla, vi discese sopra con grazia e iniziò a danzare, roteando bene il bacino, accogliendo don Gastone fin dove poteva. Stavolta guidava lei, lo scopava. Anche qui era curiosa di capire se lui fosse in grado di decidere come e quando farla venire o se potesse deciderlo lei, stavolta.
Per dispetto avrebbe voluto portarlo all'orgasmo per primo, ma considerava tutto ciò che aveva subito da lui e la cosa le pareva alquanto improbabile.
Però, almeno decidere il suo piacere, era convinta di poterlo fare. Che avrebbe fatto per fermarla? Quali erano le sue armi, adesso che giaceva sotto di lei? Se lo godeva e se lo guardava. Adesso, sotto la luce del sole era ancora più bello: muscoloso, atletico, con larghe spalle da nuotatore. La mascella squadrata, l'espressione sicura, i tratti nobili... proprio un bell'uomo, in quanto anche bello. Lo guardava anche nello specchio, con lei danzante.
Quello era il suo ruolo, indubbiamente. Nato per far l'amore, come lei... anche lei era nata per quello. Pensare a queste cose l'aiutava... era già arrivata vicina alla meta, lo sentiva. Lui non poteva nulla... stavolta no. Ieri sera gliel'aveva rimandato indietro almeno venti volte ma stamattina non poteva.
Come faceva a negarle il suo piacere? Era lei a comandare, a stare a cavallo del suo stallone come un Napoleone nei quadri, come un Garibaldi nelle statue, come una Lady Godiva... ecco, un paragone più assennato.
Sicuramente. Non comandava un esercito ma cavalcava nuda il suo stallone.
E chi mai poteva fermarla, adesso? Nessuno avrebbe potuto!
Ma la porta si aprì di schianto, lei si volse, vide una donna nel vano, coi suoi vestiti in mano, coi vestiti di don Gastone. Cercò di coprirsi, il seno, il culo, il fatto che avesse dentro quasi tutta la mazza del prete... anche quella, da coprire. Che figura, trovata a letto col prete, col monsignore, col... non sapeva nemmeno come chiamarlo... il vicevescovo, esiste? No, non credo...
«Gastone, è tardi, hai un appuntamento alle nove, ricordi? I vestiti li metto qui, sulla poltrona... la colazione è pronta».
«Grazie Maria, buongiorno... arriviamo quasi subito. Grazie. Rossana, ti presento mia sorella Maria... si prende cura di me... Maria, lei è Rossana».
Solo un cenno del capo, nemmeno un saluto, ma negli occhi non c'era rimprovero... era una donna serena, appena più vecchia di lui, forse meno bella, ma molto fine, tranquilla, elegante. Se ne andò via, chiuse la porta e li lasciò lì, incastrati e immobili.
«Non possiamo concludere... purtroppo. Mi spiace per te, proviamo sotto la doccia ma ho davvero poco tempo, non ricordavo...».
«Non si faccia scrupoli per me, don Gastone... io sono stata così bene che non è questo che mi rovina la giornata. Sua sorella è abituata, vedo...».
«Molto abituata... sono anni che sta con me. Se può evita queste intromissioni, ma l'ora è davvero tarda...».
Si lavarono in fretta, senza cercare di giocare minimamente. Tornarono in camera nudi, come ne erano usciti, si rivestirono chiacchierando amabilmente e raggiunsero la cucina per la colazione.
L'ultimo bacio, appassionato e lungo, glielo diede in ascensore, ed ella guardava la porta terrificata a ogni attraversamento di piano. Non ci salì nessuno, per fortuna, ma il solo perdere quel contatto le avrebbe rovinato tutto. Al pian terreno era contenta, lui l'accompagnò fino all'auto, la salutò quasi con distacco ma le porse un biglietto col suo numero privato. Intanto quello c'era. La scopata a cavalcioni, la cavalcata alla Lady Godiva era solo rimandata! Era riuscito a interromperle anche quella!


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