La piscina

Il cielo è grigio questa mattina. Le nuvole sembrano distratte pennellate nivee, dimenticate da un imbianchino sulla parete di un cantiere. Un lavoro iniziato e mai terminato, sospeso nell'incertezza di una qualunque periferia.
Probabilmente pioverà, ma non importa.
M'infilo il costume blu e sono pronta a nuotare.
È il ricordo di quella giornata che mi ha portato qui. Una giornata rimasta a mezz'aria, in cui all'improvviso mi sono trovata inciampata. Forse intrappolata.
Un respiro profondo e poi giù, sott'acqua.
Non ho bisogno della vista, qui, ormai ho imparato a conoscere il perimetro di questa piscina, così posso chiudere gli occhi, abbandonandomi al buio e alla carezza dell'acqua.
Non portavo con me domande, solo alcune inquietudini cui, però, non chiedevo soluzioni e che mi permettevano di camminare sempre a una certa distanza da terra.
Un passo svelto, dentro l'aria, fino a quando non sono precipitata.
È allora che ho incontrato il soffio delle tue labbra, un ritmo costante e sicuro, dalla tua bocca alla mia, senza esitazioni.
Avevo scelto quella piscina con accuratezza, valutandola sufficientemente lontana dal mio quartiere da permettermi di lasciarmi condurre dal mio dolore – che allora era come una macchia scura e informe – senza il timore di essere riconosciuta o avvicinata.
Mi bastava chiudere gli occhi e immergermi per non sentire più nulla, nemmeno il rumore del mio passato, di ciò che era stato e improvvisamente cessato.
Una volta sospesa nell'acqua, scoprivo di non avere più bisogno di una direzione, di una traiettoria, di una domanda o di una risposta.
Era un modo di esistere semplice e senza contorni, un modo per essere qui e altrove.
Fu allora che arrivò il tuo bacio. Mi trovavo al bordo della vasca con gli occhi chiusi e pensieri indistinti che vagavano attorno a me, quando inaspettatamente mi sentii sfiorare le labbra.
Ora non riesco esattamente a ricordare, ma qualcosa mi trattenne dall'aprire gli occhi – in quei giorni era troppo anche dare dei confini esatti alle cose.
Fu un bacio lieve come una piuma, e si concluse con una domanda appena sussurrata al mio orecchio: «Perché vieni qui?».
Allora non possedevo risposte, così mi limitai a rimanere con la bocca socchiusa per un tempo che mi parve infinito. Quando riaprii gli occhi, ad aspettarmi trovai solo la piscina deserta, stancamente illuminata dalle asettiche luci al neon.
I nostri incontri divennero così consuetudini, scandite dall'attesa e dal silenzio di quelle ore solitarie, di cui solo raramente qualcuno varcava la soglia.
Era un autunno livido, che invitava a starsene a casa, nel tepore dei propri pensieri. Solo di rado qualche figura umana faceva il suo ingresso in quelle sale, ma senza mai turbarne l'immacolata esattezza, con passo lento e stanco, lo sguardo rivolto per terra, come superstite di un invisibile processione.
Quella piscina di periferia si era tramutata in quei giorni in un luogo scardinato dall'umanità, in cui l'esistenza sembrava affievolirsi per lasciar affiorare qualche nota sepolta.
Il mio corpo si muoveva adagio, proteso nell'attesa di un gesto, di un tocco, mollemente avvinto si allungava nell'acqua, fluido, abbandonato nello spazio tra le tue labbra e le mie, alla ricerca di un senso.
E la tua bocca si posava così leggera sulla mia – senza un passato e un domani – che quando lentamente iniziò a discendere lungo il collo e verso il seno, non ebbi paura e non opposi alcuna resistenza.
A occhi chiusi le cose prendevano una forma indistinta e lontana, scomparivo io e scomparivi tu, restavano solo i tuoi baci sul mio corpo, pelle contro pelle.
Era poi il ritorno a casa ad aprirsi sul mio cuore come una nera macchia di petrolio: le stanze d'improvviso tornate silenziose, trasparenti, con tutta la vita che c'era e ora era scomparsa. Una chiazza nera tutt'intorno al cuore, e il mio viso che si tuffava nell'acqua.
I baci divennero poi dita, lievi lungo il mio corpo, una danza d'acqua e pelle, che partiva dall'interno del mio ginocchio destro per poi risalire attraverso la coscia, e poi di nuovo giù verso il ginocchio, più e più volte, con una calma inesorabile che scioglieva la mia carne al desiderio e la mia mente al ricordo.
L'immagine del corpo minuto divorato dalle onde, sopraffatto dall'acqua, forza cieca e primordiale, senza parole strappato al mio ventre.
I miei occhi sugli occhi che non rispondono, sulle labbra che neppure gridano più... “Mamma!”.
Gli istanti che si fermano e cessano di scorrere, incespicati così nel cuore, tra i pensieri. Un meccanismo inceppato dalla vita, parole che si rincorrono senza trovare un filo, si perdono, si osservano, restano senza fiato.
«Non hai paura? Non conosci nemmeno il mio volto» le mani che scivolano attraverso il mio corpo, leggere e sinuose sul mio seno, una carezza appena percettibile che ridesta i miei sensi intorpiditi, restituendomi a me stessa.
«È difficile avere paura, qui, se provo a stringere l'acqua nel mio pugno, nulla rimane, nulla riesco a trattenere».
Le labbra che inscrivono delicate note sul mio viso, circonferenze di mondi lontani.
«Cosa sei venuta a dimenticare qui?».
«Quello che non posso dimenticare. Quello che sono».
Le dita che risalgono verso la mia bocca, socchiudendola, e un bacio morbido e lento sulle mie palpebre chiuse. A sinistra e a destra. Come un fiume che finalmente arriva al mare, un dolore che dopo tanto tempo si scopre libero di sgorgare.
Quando apro gli occhi, le ombre della sera scivolano sull'acqua, le luci del tramonto sfiorano i contorni.
Lentamente esco dalla vasca e mi siedo sul suo bordo, osservando tutta la solitudine che è rimasta qui.
Mi alzo e vado a cambiarmi, sguscio fuori dal costume blu e indosso un vecchio maglione bianco e un paio di jeans scoloriti.
Leggera, un passo dopo l'altro, m'inoltro tra i bagliori della città. Lascio la piscina completamente deserta.


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