L'Artigiano

 

Anche quella sera, Monsieur Arnoud dava l’ultimo sguardo d’intorno e chiudeva la Bottega ereditata dal padre in quella piccola cittadina di Saint Michel.
Non era un uomo pacchiano ma un fine artigiano: incedeva lentamente, con eleganza, e le persone che incrociava ricevevano un delicato inchino con la testa in risposta al saluto.
Mentre ultimava l’ultimo giro di chiavistello della sua bottega, aveva stampata sul viso l’espressione soddisfatta di chi, quel giorno, aveva adempiuto al suo dovere in modo accurato, così come era da sempre nei doveri di Monsieur Arnoud.
Ma, oltre la soddisfazione, chi fosse stato attento avrebbe senz’altro notato una luce diversa negli occhi, come quella di chi si appresta a gustare piacevolmente una porzione di dolce desiderato da tempo.
Le signore aristocratiche che, abitualmente, si rifornivano a Bordeaux avevano creato una fitta rete di passaparola anche al di fuori dei confini cittadini, così che Monsieur Arnoud si era ritrovato lentamente a dover soddisfare in modo efficiente richieste di scarpe esclusive sempre più consistenti: aveva uno straordinario intuito e uno stile non comune nel consigliare il tipo di scarpa, il colore, il tacco, una delicatezza nel percepire i desideri femminili ma, soprattutto, possedeva il tocco delle dita che morbidamente percorrevano l’intera superficie dei piedi muliebri.
Era tutto questo, più che il modello esclusivo della scarpa creata, ad attirare le clienti e nei passaparola imperativo era il verbo compiacersi per le attenzioni che Monsieur Arnoud riservava alle sue clienti.
Quel pomeriggio era intento a riordinare i modelli delle scarpe esposte accuratamente sui ripiani all’interno della bottega, quando il campanellino della porta suonò delicatamente annunciando l’ingresso di qualcuno: una signora, nascosta da un cappello ad ampie tese, il velo ricamato a coprirle il viso così da nasconderne le fattezze; ma all’occhio attento di Monsieur Arnoud non era sfuggita la leggerezza e l’eleganza dell’ampio vestito, le mani foderate da guanti che rendevano ancora più raffinate – ne era certo – le mani sottili e delicate.
«Buongiorno Madame» intonò morbida la voce mentre la signora offriva la mano alla sua presa leggera.
«Sono Madame Recamier, si dicono grandi cose di Voi, Monsieur» rispose, quasi a confidargli un segreto, proiettando lo sguardo sui ripiani dove erano esposti i modelli delle scarpe. «Ho un’occasione importante cui partecipare e ho bisogno di un paio di scarpe esclusive, di quelle che soltanto Voi riuscite a creare».
Madame Recamier si diceva una donna di non facili gusti, tutt’altro che impegnata nelle arti amorose, ipocritamente ritrosa come si conveniva alle aristocratiche signore, ma l’artigiano percepiva che, nel suo intimo, la donna chiedeva ben altre attenzioni.
Il termine bisogno creò nell’uomo una cascata di fluidi che gli percorsero il corpo procurandogli un tremito, prontamente camuffato allungando le braccia per invitare la signora ad accomodarsi nell’ampia poltroncina dedicata alle prove.
Di fronte alla poltroncina era uno sgabello a doppia seduta contrapposta dove l’artigiano si sistemò, non prima di aver opportunamente avvicinato le tende per escludere gli sguardi esterni,  chiusa a chiave la porta – con l’immancabile e imbarazzante colpetto di tosse della signora – e raccolto, accanto a sé, gli arnesi del mestiere (un metro di seta, un panno di velluto rosso carminio pulito dove la signora potesse poggiare il piede nudo e una piccola bottiglia di vetro colorato).
Iniziò a slacciarle una scarpa, poi l’altra, liberando i piedi – fasciati dalle calze – dalla costrizione di quelle scarpe decisamente scomode. Delicatamente prese un piede, lo accompagnò sullo sgabello poggiando i due pollici sul dorso e, con questi, iniziando un movimento a ventaglio per rilassarne i muscoli e prendere contatto con il corpo di lei.
Forse, con il suo stesso bisogno.
Man mano che l’Artigiano procedeva nella sua manovra, Madame Recamier si inoltrava nella consapevole e sistematica dismissione dell’abbigliamento: via il cappello che scopriva due occhi lucenti; via un bottone alla volta della camicetta in macramè che liberava l’incavo di due seni splendidi, via le calze nere che lasciavano spazio alla pelle setosa delle gambe.
A queste ultime l’uomo poneva la sua attenzione, con una mano alla coscia libera dagli ingombranti merletti intimi, percorrendo la sottile consistenza della caviglia, non prima di aver cosparso le sue mani del misterioso contenuto della bottiglia colorata, concedendo così la strada a un intenso odore di lavanda, di arancio e sandalo che si spargevano nell’aria inebriando Madame Recamier.
E mentre lei reclinava la testa indietro, già pronta all’assalto dell’uomo, questi le aggrovigliava le vesti sul ventre, le spalancava le cosce libere e si regalava la vista del suo sesso, una mano ad accarezzare il piede e l’altra che giocava attorno a quella corolla rosea che non chiedeva altro che essere suggellata da una bocca e penetrata da una lingua.
Ma l’Artigiano non affondò oltre, anzi prolungò le carezze d’intorno, sfiorando, carezzando, lambendo la pelle sottile, giocando con i graziosi cespugli della vulva, portando la donna sull’orlo del piacere ma interrompendo il gioco affinché l’orgasmo si ritraesse per il tempo necessario ad assaporare il timbro gutturale offerto dalla donna.
«Non ancora, mia cara, non è ancora il momento» le sussurrava piano.
E interrompeva del tutto il contatto con quel centro del piacere. Ormai consapevole del suo potere sulla donna, l’Artigiano procedeva lento alla misurazione del piede, la seta del metro a tormentare ancora la pelle resa ormai ricettiva dalle lunghe carezze.
Aveva bisogno di tutto questo per carpire i segreti di Madame Recamier, affinché lei gli si rivelasse, gli regalasse i suoi inconfessati e profondi desideri, gli anfratti, le pieghe dell’anima, le curve assioniche del suo piacere per farne il proprio desiderio, per comporre la scala armonica dei colori che avrebbe utilizzato nel produrre le scarpe, uniche, esclusive, senza uguali. A ogni donna corrisponde un colore, un desiderio, un segreto che è univoco e ammette, quindi, una sola interpretazione mai uguale a quello di un’altra: a questo era votato Monsieur Arnoud, al piacere che riusciva a creare per ogni donna che aveva bisogno di lui.
Adesso era pronto, nel momento stesso in cui tutto questo gli si era svelato, ad assaporare l’insieme della donna, affondando il sesso dentro quello di lei, palpitandone la consistenza, la voluttuosa fragranza, i gemiti rappresi rimasti in sospeso, a concedere, ricevere e condividere l’intensità erotica di due corpi eufonici senza tempo.
Le scarpe esclusive sarebbero state pronte in soli sette giorni e Madame Recamier era certa che tutte le altre donne le avrebbero ammirate.


Commenti   

0 #4 BHW 2017-04-10 03:33
Great post. I will be going through some of these issues as well..
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0 #3 BHW 2017-04-02 11:42
You could definitely see your enthusiasm in the work you write.

The arena hopes for more passionate writers such as you who
aren't afraid to mention how they believe. Always go after your heart.
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0 #2 Cinzia Gamberini 2016-05-03 10:25
grazie, Andrea...
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0 #1 Andrea P Miller 2016-04-29 23:23
E mentre lei reclinava la testa indietro, già pronta all’assalto dell’uomo, questi le aggrovigliava le vesti sul ventre, le spalancava le cosce libere e si regalava la vista del suo sesso.

Sublime...
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