Fuoco

 

Oscena.
Se ne stava lì, oscenamente offerta al suo sguardo e al desiderio di lui altrettanto indecente: uno iato di emozioni in altalena a volte decise, altre imprecise, altre ancora incerte che lo facevano esitare quel poco che bastava a imprimere ancora più forza al suo sguardo posato su di lei. Una forza che lei sentiva travolgente così come l’essenza di umori nella quale si scioglieva mentre lui la stava guardando.
Reciproco era il piacere di darsi senza darsi realmente, ma con la netta percezione che tutto potesse accadere, che ogni cosa potesse essere e divenire, senza mai allentare la presa dello sguardo.
Sembrava che gli ospiti gustassero il cibo in silenzio; in realtà era l’atmosfera ovattata e le luci soffuse del ristorante che invitavano ad abbassare il tono della voce, a ricercare la calda intimità che si diffondeva tra i tavoli.
A me, attenta osservatrice, non erano sfuggiti gli sguardi intensi tra quei due, seduti a qualche metro dal mio tavolo, entrambi accompagnati dai rispettivi partner che continuavano a mangiare e a parlare, inconsapevoli co-protagonisti di quella che sembrava una serata particolare.
I due ignari accompagnatori non si accorgevano del duplice filo di fuoco che stava attraversando il ristorante che, denso, dolce, cocente si insinuava tra i commensali per raggiungere i veri bersagli delle stoccate ardenti.
E lei se ne stava lì, oscena immagine agli occhi dell’altro che continuava a fenderla nella carne: attraverso lo sguardo, lui non smetteva di indirizzarle carezze di fuoco che le lambivano le cosce infierendo sul sesso di lei, corolla spalancata dove avrebbe voluto la sua bocca suggerle via la vita. Più lui diveniva prepotentemente indecente, più lei lo desiderava.
Era piacevole osservarli, mi divertivo e intanto il cuore autonomamente pulsava più forte; mi ero intromessa in un gioco che non mi apparteneva ed era come violare una privacy sacrosanta.
L’attimo speso per il mio imbarazzo aveva creato una sorta di interruzione tra i due perché lui, inaspettatamente, aveva spostato lo sguardo dalla sua preda a me.
Mi aveva spiazzata.
La mia mano a sistemare i capelli e lo sguardo piantato sul piatto erano un ordinario tentativo per distogliere l’interesse: non riuscivo a starmene con gli occhi abbassati oltre il tempo necessario a infilzare uno scampolo di cibo per portarlo alla bocca.
Adesso lo sguardo di lui passava dalla donna a me e il mio imbarazzo era in crescendo, come una musica assordante nelle mie orecchie, un turbinio, un marasma viscerale che mi trapassavano il corpo.
Ero in trappola.
Ma in quella trappola avvertivo anche una sorta di invito al comando da parte di lui. Cosa voleva esattamente da me? Era così sicuro che avrei accettato di condurre un gioco di cui non conoscevo ancora le regole?
Mi era bastato incrociare lo sguardo di lei per capire che – sì – ero stata invitata a partecipare ma, soprattutto, a comandare. Non solo, ma un'impercettibile apertura delle sue gambe a offrirmi lo spicchio del suo sesso – che fino a qualche momento prima aveva concesso solo allo sguardo di lui – sollecitava in me il desiderio a farla continuare.
Incuranti degli ospiti nel ristorante, le fila di fuoco riprendevano a incrociarsi a ritmi più serrati, e l’uomo, compiacendosi per questa nuova entrée nel gioco, con lo sguardo mi chiedeva oscenamente: Vuoi scoparla?
, era la mia risposta mentre l’indice scivolava voluttuoso sulle mie labbra e il sangue scendeva copioso al mio sesso, languidamente sollecitato dal pensiero di questa strana situazione.
La cena era quasi al termine. Le luci divenivano più soffuse e sul palco, posto in angolo, dirimpetto all’ingresso, iniziava a sistemarsi il gruppo musicale in programma quella sera.
Era il momento.
Con estrema lentezza, posavo il tovagliolo sul tavolo, mi alzavo indirizzando lo sguardo complice prima verso la donna e, a seguire, sull’uomo. Avevano accettato l’invito a seguirmi.
Pochi passi mi erano bastati per raggiungere la toilette: profumata e accogliente, segnata da colori tenui, al femminile, arricchita da ampi specchi e lavamano con rubinetterie eleganti che invitavano a porre le mani sotto il getto dell’acqua tiepida per refrigerarle.
Mentre mi asciugavo, ecco la porta aprirsi e la figura della donna stagliarsi d’impatto: gli occhi profondi mi squadravano mentre si avvicinava al lavamano, apriva l’acqua a replicare il gesto che avevo appena concluso.
Quello era il momento.
Mi era bastato aderire a lei, i miei seni contro la sua schiena, per sentirla gemere sommessamente e offrirle la spalla dove poggiare la testa, così da avere il collo a portata delle mie labbra. Non facevo che suggerle quel piccolo spazio di pelle tirandole su il vestito per arrivare al suo sesso.
«È questo che volevi, piccola troia? Un inizio, una esortazione?» le dicevo mentre le mie mani raggiungevano la corolla grondante, quel clitoride come cazzo fiorente che voleva solo essere goduto.
«Sì» la sua voce gatta era una ammissione di subordinazione.
Non aspettavo che questo consenso per spingerla oltre la porta di una delle toilette libere, liberandole il sesso dalle mie dita, all’improvviso consapevole – lei – di essere nelle mie mani.
La schiena contro il muro fresco della toilette la faceva rabbrividire insieme al desiderio di essere scopata: mi offriva il suo monte di Venere, ma io volevo egoisticamente condurre, non subire.
Forse entrambe le cose.
Così, prendevo le sue mani a percorrere il mio corpo, i seni turgidi protesi al piacere del suo tocco: aveva mani sapienti che sapevano dove, come sfiorare un corpo di donna; eravamo dischiuse l’una all’altra, le lingue che si rincorrevano avide ad arraffare e imprimere reciprocamente la fragranza dell’altra.
Un lieve bussare alla porta: sapevamo che l’uomo voleva partecipare. Non era stato quello lo scopo strategico del gioco?
All’interno di quella piccola stanza iniziava la partita a tre. Ero io, adesso, con le spalle al muro, i vestiti a scoprire il morbido mondo che di lì a poco avrebbe accolto qualcosa dell’altro. Lei era contro di me, aderente come stoffa di seta, le bocche incollate, le dita ad accarezzare il sesso, in mezzo fra me e l’uomo che aveva già accostato il suo cazzo nel solco delle femminee prominenze posteriori.
«Fatti scopare da lui» le dicevo io mentre continuavo a masturbarle il sesso morbido.
L’ordine era arrivato e l’uomo entrava dentro di lei, ormai sfatta dai continui assalti. Un piccolo sussulto, un lieve inarcare della schiena per attirarlo nel profondo del suo corpo che già lei stava godendo della carne nella carne e l’uomo, grato, affondava la sua lingua nella mia bocca immergendosi dentro di lei lentamente, aggrovigliando le sue dita alle mie posate sui seni della donna.
Come lentamente era affondato dentro di lei, altrettanto lentamente ne usciva smorzandole l’ultimo sussulto, mostrando la sua tensione ma non ancora appagato.
Da me voleva un altro ordine.
«Adesso, mia troia, devi scopare me» le dicevo mentre l’uomo, spostandosi di lato, non smetteva di guardarci e di sfiorare il suo turgore, in attesa dell’exploit finale.
La sua lingua era morbida e lei era intensa mentre mi leccava, affamata, intrufolandosi nel mio sesso mentre accarezzava il suo, grondante. Lui era osceno nella sua intensità solitaria.
Ma, insieme, eravamo tre perfetti sconosciuti che stavano vivendo un momento di osceno desiderio, uniti in un sigillo erotico che ci avrebbe accompagnato nei ricordi per il resto dei nostri giorni.
Le rovesciavo il mio piacere in bocca, dentro quella bocca assetata a cui avevo ordinato di farmi godere. Le dilagavo dentro mentre lei diveniva acqua e l’uomo aumentava il ritmo delle carezze al suo turgore violaceo e le inondava il viso del suo sapore, chiudendo, infine, la sua mano attorno al glande mentre si piegava su se stesso ansimante.
Stavano ancora applaudendo al termine di uno dei brani eseguiti, mentre la donna e io rientravamo in sala. Nessuno si era accorto della nostra assenza.
Il suo accompagnatore, da perfetto gentiluomo, aveva accennato ad alzarsi prendendole una mano e portandosela alle labbra per regalarle un bacio lieve.
Chissà se in quel momento, nel momento del contatto con la mano della donna, lui si era accorto che questa profumava di oscenità…


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