Vic e l'esibizione

 

Sono ancora qui, dopo tutti questi anni, a chiedermi chi sia veramente quella ragazza.
Colei che, entrata sorridente dalla mia porta un pomeriggio di settembre di otto anni fa, mi ha sconvolto l'esistenza di ogni giorno successivo, travolgendomi con i suoi occhi dapprima e inchiodandomi con i suoi dinieghi, in seguito.
Se il viso angelico a cui consegnare tutta la complicità, e l'intimità, del proprio mondo, o la voce gracchiante capace di sgradevolezze mefitiche, miscelate all'acre puzzo del tradimento.
La giovane donna il cui pensiero illuminava la giornata. E le notti. O la cancrenosa megera attaccata alla propria avarizia col fil di ferro. Tenace fino ai denti.
E mi chiedo quale ruolo abbia avuto io, dentro il suo tempo.
Se sia stato uno dei tanti con cui si è divertita, e quindi destinato inevitabilmente all'accantonamento, oppure sia riuscito in qualche modo a far breccia in quel cuore malato, al punto da costringerla all'unica scelta possibile: il distacco.
Quel che è certo è che non sono iscritto alla sua lista di maschi disponibili, ben dotati e grandi amatori, sempre pronti alla chiamata delle sue voglie.
Non ho le fisique du role per entrare in tale nobile consesso e, soprattutto, non voglio essere pari.
Se non posso essere il primo, preferisco essere l'ultimo, soprattutto se la compagnia intona ben altre melodie.
Quindi escluso. Autoescluso, forse.
Quel che resta è una fantasmagoria di immagini e di momenti, del primo anno, e una stridente sudditanza alla scontro in seguito.
Progressivamente assottigliata sino al nulla. Un nulla tenace, fatto di colla e mastice, che mi tiene legato a quei ricordi, e a quel tempo, come una zavorra priva di ogni indulgenza. Costretto sul fondo.
E, da qui, ogni sguardo sul futuro è precluso, in favore di una penitenza infinita.
Seduto sul forziere del tesoro, nell'abisso dell'impotenza, senza possibilità di risalire.
Non posso far altro che ammirare le perle, e i diamanti, con cui condivido questa prigionia. E le giornate.

Ho conosciuto poche donne nella mia vita. Molte le ho sognate, alcune desiderate.
Ma sono pronto a scommettere che Lei farebbe categoria a sé in ogni classifica individuale maschile. Anche quella del più incallito donnaiolo.
Perchè riesce a sublimare gli estremi: innocenza e dissolutezza, empatia e disprezzo, luce e ghiaccio.
Come tutte le esibizioniste vere, nega fermamente di esserlo. Tuttavia il suo modo di porsi agli altri è inequivocabile.
Ama mettere in mostra il proprio corpo, ed è affatto generosa con se stessa nel concedersi questo pruriginoso atteggiamento.
La camicetta è spesso gioiosamente aperta, quando la stagione lo permette. Il reggiseno sottostante trascuratamente visibile, soprattutto perché sbirciabile al di sotto. Al lavoro usa di solito un camice scollato a V; i movimenti operativi la costringono spesso a piegarsi in avanti, concedendo al cliente o all'assistente ampie vedute del seno. Seno che spesso esce completamente dal suo incontinente sostegno. Un seno mantenuto a un volume piacevole grazie ad anni di allattamento. Figli abituati a succhiare fin dopo l'età prescolare. Lo facevano in ogni circostanza. L'ho vista imboccare perfino al bar.
E questo frequente utilizzo del capezzolo come succedaneo del succhiotto portava a un calcolato disordine del riassetto.

Un pomeriggio ero andato a trovarla a casa sua. Aveva dei muratori che stavano facendo un restauro. Restammo in giardino, con il figlio più piccolo.
Fu impossibile non notarlo: un capezzolo era rimasto piegato e sporgeva dal reggiseno. Lo si vedeva fare capolino con il suo tenue rosa, al di fuori del bordo di tessuto.
Non ho difficoltà a pensare che tale regalo fosse anche a disposizione degli operai che regolarmente andava a controllare.
I suoi capezzoli sono sempre eretti e si notano in maniera quasi imbarazzante, non per lei ovviamente, quando indossa magliette leggere, anche con il reggiseno.

Un giorno le mandai un messaggio, in cui sottolineavo la peculiarità di quei bottoncini sempre induriti, ipotizzando fosse dovuta al carico di succhiamento a cui erano stati sottoposti.
Rispose che era andata allo specchio a guardarsi, e che no, i suoi capezzoli erano sempre stati così, anche prima dei figli.
Se le punte sono sempre ben visibili, e riconoscibili, non altrettanto si può dire delle areole. Di un rosa così tenue che risulta difficile, quasi impossibile, delimitarne i contorni. Sfumano nella cute circostante senza riuscire a dare l'esatta idea del loro diametro.
Non durante la gravidanza, ovviamente. Mutamento del quale, tuttavia, lei non sembrava affatto aver preso coscienza.

Un pomeriggio, al termine della giornata di lavoro, si presentò in ufficio con la solita camicetta aperta.
Al quinto mese, complice l'incremento del diametro e l'aumento della pigmentazione, quello che prima era quasi impercettibile non poteva non essere notato. E i miei occhi glielo comunicarono senza sotterfugi.
«Non posso andare in banca così, vero?» disse.
«No. A meno che tu non intenda provocare un attacco cardiaco al cassiere» risposi.

Ma l'episodio di gran lunga più emblematico avvenne una sera di prima estate.
Mi era stato offerto di partecipare alla presentazione di un prodotto e io avevo esteso l'invito anche a Lei.
La serata si svolgeva in un salone, alla presenza di una quindicina di persone. Tutti maschi, tranne la mia ospite.
Indossava un bell'abito rosso, al ginocchio, con un'ampia scollatura anteriore.
Già all'ingresso mi confidò una frase che, riconsiderata alla luce di quel vidi in seguito, mi avrebbe fatto capire che nulla era stato casuale.
Le sue parole furono: «Quando mi ha visto, prima di uscire, A. mi ha detto "Dove pensi di andare con quel vestito?" Ma io me lo sono tenuto lo stesso».
La ragione fu subito chiara.
Avvicinandola dal fianco sinistro, nonostante il reggiseno, il seno destro si mostrava integralmente; con il capezzolo, piegato dal contatto con il tessuto, in bella vista. Non potei fare a meno di farglielo notare.
Lei, senza scomporsi, rispose: «Lo vedi solo Tu. Perché mi stai di fianco».
Quanti altri, quella sera, sbirciarono sotto quel reggiseno, concedendole il piacere di farsi guardare, non saprei dirlo. Quel che è certo è che la mia eccitazione superò il livello di guardia. Aveva mandato, senza ombra di dubbio, qualcuno su di giri.
Il suo scopo era raggiunto. E io, che in altri tempi sarei stato la valvola di sfogo della sua voglia, diventai solo un anonimo strumento di una sinfonia che avrebbe suonato con altri.
Infatti, una volta usciti, la mia insistenza nel voler rimanere con lei venne respinta con fermezza. A casa l'aspettava un finale già scritto. Ne trovai la conferma il giorno successivo.

«Naturalmente ti sei fatta scopare, ieri sera, dal tuo compagno» le dissi.
«Era lì che mi aspettava» fu la sua beffarda risposta.

La stava aspettando, sul letto, con una rivista in mano. Già in tenuta, una canottiera bianca e un paio di boxer blu.
«Dormono?» chiese Lei.
Assentì con un lieve cenno del capo.
«Com'è andata?» chiese. «C'era qualcuno che conoscevi?».
«Qualcuno. C'erano F. e A. oltre a S. Gli altri non li conoscevo».
«È stato interessante?».
«Abbastanza, anche se un po' fuori dal mio campo».
«E tu per gli altri sei stata interessante?» soggiunse con evidente malizia.
Gli occhi le si illuminarono.
«S. ha cominciato a sbirciare da subito. Me lo ha anche fatto notare che mi si vedeva un capezzolo. Credo ce l'abbia avuto duro per tutta la sera» sorrise. «Vado a farmi una doccia».
Tirò giù la cerniera e si sfilò il vestito, rimanendo in reggiseno e tanga.
Il gesto di abbassarsi per togliere l'abito confermò, qualora ve ne fosse stato bisogno, la sfrontata determinazione della sua scelta.
Le leggere coppe non erano per nulla aderenti ai piani sottostanti. A ogni piegamento, anche lieve, si staccavano dal corpo esponendo la candida pelle.
E ciò fu del tutto evidente quando si chinò per raccogliere il vestito da terra.
L'uomo potè vedere entrambi i seni con i loro appuntiti capezzoli fare capolino sotto la luce dell'abatjour. Un'inquadratura che lo eccitò parecchio. Al punto che un rigonfiamento cominciò a essere evidente sotto i boxer.
Se ne rese conto anche la donna, nel momento in cui rialzò la testa per slacciarsi il reggiseno. Il suo sorriso fu una specie di smorfia carica di sottintesi.
Decise che fosse il caso di levarsi anche il tanga. Lì, davanti al letto, anziché nel bagno come faceva di solito.
Alla vista del sesso della sua donna, quello dell'uomo cercò una via d'uscita, trovandola nello spacco dei boxer.
«Sei proprio una gran troia» senti la necessità di esclamare, mentre una mano iniziava a gratificare il suo desiderio.
Mugolò con occhi complici. Anche Lei si sentiva piuttosto su di giri. E l'epiteto con cui era stata apostrofata qualche secondo prima ne aveva aumentato il numero.
Nella cabina della doccia, uno dei posti in cui più di frequente si raccoglieva in intimità con se stessa, non resistette alla voglia di masturbarsi.
Stava voluttuosamente ondeggiando il dito medio sul margine superiore della fessura, quando il suo uomo fece ingresso nel bagno.
La decisione di entrare era una via di mezzo tra la scelta di svuotare la vescica, prima del rapporto, e la voglia di controllare cosa stesse facendo, sotto quel getto che scorreva da un po'.
Era tuttavia un calcolo sbagliato, perché se davvero Vic fosse stata stata sorpresa a fare quello che lui pensava, le sue possibilità di indirizzare lo spruzzo verso il basso sarebbero state pressochè nulle. Cosa che regolarmente avvenne.
Infatti la ragazza, una volta intuito che l'uomo la stava osservando già da qualche secondo, e realizzato che era ormai troppo tardi per fermarsi senza essere scoperta, continuò sfacciatamente a darsi piacere, raggiungendo ben presto la consapevolezza che quella variabile aggiunta le aveva perfino aumentato la libido.
«Lo immaginavo» esclamò A. intuendo il gesto al di là del vetro semiappannato.
Lei non rispose, intenta com'era a emettere un respiro roco e affannoso, ma riuscì a gratificarlo ugualmente con un sorriso che venne colto anche attraverso il diaframma della cabina.
A quel punto A. fece l'unica cosa che in quel momento aveva un senso. Si tolse quel poco che aveva addosso e si infilò sotto la doccia.
Qui poteva, finalmente, dare via libera alla minzione senza preoccuparsi della direzione dell'eiezione.
Scelse quella più ardita. Il corpo di Lei. Raggiungendola, nel momento di massima portata, anche sul viso.
La prese lì, una prima volta, con faccia e seni schiacciati alla parete piastrellata, e le braccia in alto, bloccate dalle sue mani. Senza preavviso, in fondo i preliminari erano già stati ampiamente espletati.
La ragazza scivolò lentamente verso il basso, protrudendo il bacino all'indietro per consentire al suo sesso di essere penetrato più a fondo.
L'uomo ne accompagnò il movimento piegandosi leggermente sulle ginocchia.
Venne quasi subito. Le manovre precedenti avevano portato la pratica già molto avanti.
Chiusero l'erogatore, si asciugarono a vicenda e tornarono in camera.
L'arma di lui era ancora carica, ovviamente.
Quella di lei era a ripetizione, e aveva sparato solo il primo colpo.
Glielo succhiò per un po', giusto il tempo per scaldare il ferro, poi si accomodò sulla sua faccia, affondata nel cuscino.
Seduta sul suo torace, a ginocchia aperte, gli offriva il suo sesso, a pochi centimetri dalla bocca. Non dovette far altro che aprirla e tirarne fuori la lingua.
Durante il suo nuovo viaggio attraverso il piacere, Vic, iniziò ad emettere mugolii e a pronunciare qualche parola di senso compiuto, anche se non di grande significato: si, ancora, si, così, continua. Nel progressivo avvicinarsi al suo secondo orgasmo l'apporto della fantasia divenne via via più sostanziale, fino a ad essere decisivo.
Iniziò a ripensare alla serata appena trascorsa, al capezzolo che lei stessa riusciva facilmente a vedere sotto la sua scollatura; agli occhi rapaci degli uomini che accostavano al suo fianco, incapaci di staccarsi dal quel dettaglio; alle parole di S, alla sua evidente eccitazione; a tutti quei sessi gonfi di voglia di lei, e che ora stavano magari trovando sfogo in attività solitarie o con compagne di ordinanza, ma sempre sotto il suo segno, quello con cui aveva marchiato il desiderio di tutti quei maschi.
Iniziò a titillarsi i capezzoli con pollice e medio, poi ne abbandonò uno per dirigersi verso il centro della scena.
Con le dita aperte a V tirò verso l'alto la parte superiore della vulva, offrendo alle attenzioni della lingua un turgido e roseo bocciolo.
Il culmine la raggiunse senza difese, come un'onda improvvisa.
Il tempo di tornare tra i vivi fu necessariamente breve, perché una piccola promessa l'aspettava un metro più in basso.
Scivolò languidamente sul corpo di lui, facendo in modo che i suoi umori lasciassero una scia lungo tutto il tragitto.
Quando fu nei pressi, allungò una mano, afferrò senza indugi il carnoso veicolo dell'uomo e tenendolo nell'inclinazione giusta, lo parcheggiò con manovra sicura, dentro il suo sesso.
Come un'auto che entra in garage, pensò, solo che stavolta era stato il garage a muoversi.
I primi ondeggiamenti furono lenti. Poi via via si fecero più frenetici.
La donna a volte si piegava verso di lui, concedendogli la possibilità di rendere omaggio ai suoi seni, a volte si inarcava all'indietro, alla ricerca di una maggior pressione su quella parte del suo sesso che le dava le sensazioni più forti.
Ogni tanto si cercava anche con le mani, in quei punti che ben conosceva.
Il suo uomo non riuscì ad accompagnarla per la terza volta in paradiso.
Iniziò una sorta di rincorsa, quando capì che il suo tempo stava per finire.
«Ti è piaciuto stasera, mostrarti a tutti, non è vero?» disse ansimando.
«Sì» rispose lei quasi in un alito.
«Ti piace essere spiata sotto i vestiti, vero?».
«Sì».
«Sei proprio una gran troia» ripetè l'uomo.
Quelle parole, tuttavia, ebbero un effetto collaterale imprevisto. Si rivelarono benzina sul fuoco anche per lui.
Venne dentro un respiro affannoso e complicato.
Una chiusura che avrebbe lasciato alla ragazza qualche perplessità, se non l' avesse già vissuta in molte altre occasioni.
Vic fece un estremo tentativo di portarcisi da sola, al piano superiore, ma il gioco di mano fu troppo breve, e frugale, per poter sortire qualche effetto significativo.
Si concessero così, ognuno dalla propria parte del letto, ad un silenzio rilassato.
Per Vic fu un abbandono soddisfacente.
Tra tutti gli uomini che aveva avuto, il suo compagno era uno di quelli con cui le piaceva meno fare sesso, ma stavolta il risultato era stato assolutamente all'altezza.
Tutti quegli occhi su di lei, dentro di lei, avevano contribuito non poco alla riuscita dell'orbita completa.


Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna