Racconti Erotici

Narciso

Scritto da Nessuno

L’amore smodato, più grande che ti possa nascere dentro, è il più complicato. Sembra sia facile adorarla, amarla, sentirla nel tuo io ogni volta che le parli, l’accarezzi, la baci, la tasti, la prendi, la mordi, la penetri.

Alla tensione del coito, all’esplosione rapida, ripetuta dell’eiaculazione, subentra l’abbandono che rilassa le membra in uno stato di languido torpore.
Ma qualcosa ti manca. Avverti una sensazione d’incompletezza. Finito l’atto, ti tormenta l’idea di provare qualcosa che vada oltre. Bang, superare la barriera.
E' insano immaginarlo, in quanto lei ti bacia, ti accarezza, partecipa al tuo godimento. Cric, cric, l’abitudine ripetitiva ti spinge a fantasticare. Inizi, allora, ad avvertire l’insoddisfazione del tuo stato. Qualcosa ti manca. Completare l’esperienza amorosa, stufo dell’esclusivo, consenziente possesso dell’altro! Il tarlo ti rode. La smania t’invade. Invidia! Provi invidia di lei che subisce il tuo assalto, che non fa altro che accogliere, che t’ingloba, che ti costringe ad aggredire. Sì, svolgere una funzione diversa, remissiva, d’accettazione! Vorresti che ti si ridisegnasse addosso: essere oggetto del desiderio altrui, essere posseduto, girato, afferrato, goduto in ogni verso, anche... innaturale! Ti tenta l’idea. Vorresti sentirti toccare i seni da rudi mani, essere carezzato l’addome, palpato nell’inguine dove s’innesta il piacere; vorresti essere baciato rudemente, accettare l’umido titillare della mucosa linguale sui lobi auricolari, accogliere nelle labbra semiaperte la grossa, lunga, invadente escrescenza carnosa che ti riempie la glottide, togliendo il respiro! Brividi sul collo! Ansimare per la stretta dei capezzoli di mani rapinose sulle mammelle, pietrificate, irretite dall’attesa d'amore; accarezzare i capezzoli scuri, tesi di chi ti fronteggia nella battaglia d’amore, tozzi, piccoli scudi, sfriggendo d’ardore nell’attesa! Vorresti sentire succhiare il nettare che sai non spiccherà mai dalle tue sterili mammelle.
In quel frastuono d’eretici sensi la mano, le dita palpano la carne che dallo sterno s’affaccia sul dorato riflesso dell’addome convesso. Rimbombano nell’orecchio sospiri profondi che sembrano urla; poderosi tentacoli afferrano le anche e frugano nelle pelvi, nella riccia selva oscura che nasconde il piccolo despota, assediato con insistenza. E’ vano che si erga, mostrando la sua potenza. Succube, insoddisfatto sbava. Inutile, spudorato si offre. Sì, essere massaggiato da mani febbrili, essere rivoltato, sbucciato come un frutto, gettato sul ruvido telo, sconcertato nell’insolita posizione, le terga verso l’alto, la faccia contro il lenzuolo!
Contenuto da lacci impietosi ti scuote un brivido improvviso. Aaaah! L’anello si dilata, disposto ad assaporare quel che a languida amante nella cupa riposta valva convenivi a lungo introdurre. Legge del contrappasso! Provi la stessa ansia d’attesa sospirosa che hai dispensato affinché si compisse il sensuale progetto. L’elastico opercolo occhieggia, disponendosi all’accoglienza. Penetra la carne nella carne. Consenziente, pian piano, con reverenza sacrale, il corpo estraneo lavora. Avverti l’ingombro; un peso insostenibile che spinge innanzi il grimaldello del piacere. Che dolore! Ti sovvengono spontanee le parole che lei ti diceva in quei momenti: "Aspetta, aspetta, aspetta...! Mi fai male...!", allarmata dalla tua invadenza. E tu? Procedevi arando nel solco aperto senza ascoltarla, senza pietà, in cerca della tua affermazione di maschio conquistatore. Il doloroso senso ti attanaglia, ti fa disperare, ti umilia, ti sembra che ne morrai. Conosci il piacere che quella supplica provocava in te elevandoti vertici acuti: superuomo perverso. Capisci, ora, lo stato di sudditanza.
La testa dell’organo spinge, invasiva, spianando le crespe dell’ano; si espande nel reattivo ocello innervato di terminazioni sensoriali; la chiave gira nell’oliata serratura.
Sbuffa come fiera, l’assalitore; ansima, trattenendo l’attrezzo perché continui più a lungo la sofferenza del succube negletto mentre si sfalda ogni resistenza. L’avanzata guardinga, contrastata, continua, penetra, sfalda il riflesso a protezione dell’integrità fisica. Finché un terzo è dentro! Poi tutto scorre, scivola, precipita in avanti, raggiunge l’estrema espansione, si arresta davanti all’evidenza del fine corsa, torna indietro per precipitare in avanti. Così, avanti e indietro! Il dolore è sparito. Ora il desiderio può sfogare la sua rabbia. Condiziona entrambi a un gioco collaborativo, alternante. Scrolla il capo, l’aggressore, mentre la mansueta pecorella soggiace alle sue voglie. La meta s’avvicina, anche se entrambi vorrebbero che non fosse mai raggiunta.
La tenera preda, braccata, spossata, sbava; non oppone più resistenza al famelico serpe che percorre la tana in su e in giù. L’azione urticante della lotta iniziale si fa sentire nel vestibolo essudato di liquido prostatico, flottato fuori nella forzata presa. Al termine del cieco budello, esplode il pirotecnico gioco, innaffiando copiosamente la sterile alcova. Ora giace l’androgino efebo cinto dalla dorata pioggia. Come Danae s’addormenta e sogna. Il sorriso sottende la guancia rosata, le labbra dischiuse, l’essere abbandonato. La mano regge ancora nelle nocche socchiuse quello che sconvolse la sua ragione.
Dalla poltrona in un angolo buio della stanza, alta sui seni inturgiditi dall’eccitazione, lei si alza, sfilando il dildo dalla porta principale del sesso fra le cosce tornite. E' vicino all’ammasso di carne putrescente, fermentante di liquidi organici, di sessi depressi, di ventri molli, cosparsi di selve di peli. Degna di uno sguardo la mucosa ricettiva tumefatta e, prima di girarsi verso il bagno, esclama: "Fesso...!", e tira dritto.

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