Racconti Erotici

Riflessi di notte

Scritto da Nessuno

Notte in città. Afa. Sul letto, nudi. Finestre cave nel cielo buio. Nella strada ultimi saluti fra tiratardi. Lazzi strafottenti alla luna che assente guarda. Silenzio. Finalmente.

Sbadigliano sul soffitto della camera i riflessi delle luci dei lampioni che, nella notte, si alternano a occhieggiare sulla strada. Le palpebre si chiudono. L’ipofisi elabora. Endorfina pura. Narcosi. Si perde la mente. Le sinapsi staccano il collegamento una a una; provano a riposare.
Qualcosa gioca lenta sul petto. Una mano accarezza; tasta al buio; peripla i capezzoli nella selva pilifera. Ristà, ferma, immobile. Discreta avanza. Scala pian piano le costole in discesa. Scivola sul ventre rilassato. Si sofferma. Scorre i contorni dell’ombelico. Procede. Penetra nella foresta a difesa dell’inguine. Liscia, palpa nel cavo della mano. Soppesa. Misura lo stato. Piccolo, riposto nel suo fodero, adagiato di lato sulla coscia; una volta catturato, sonnolento, muove il capo perplesso. Tenero, indifeso. L’indice e il pollice giocano sulla cappella che lenta si spoglia. Come una mamma lo guarda, lo culla. Lo coccola nel palmo d’entrambe le mani, uccellino sperso; lo liscia, lo stuzzica con l’indice alla base della parte più sensibile, godi-go sulla tenera gola di un bimbo. Un pulcino assonnato, contento del calore che proviene dalla chiocciola. Nel comodo nido si stende. Protende il corpo molle. Un tubero rosa venato da azzurri canali. Ancora più perplesso, è sveglio: lei lo bacia, bocca sulla boccuccia, gioca con lui, poi lo succhia, con un delicato movimento lo ingloba all’interno delle labbra come fosse un dolcetto o una viscida, ghiotta lumaca. Solido ma ancora tenero, lui si ritrova smarrito, un cannolo prelibato con prezioso ripieno di ricotta, cioccolato e canditi, bagnato di un rosolio casereccio, un muscolo profumato di mare. Ancora non sodo, ma composto, ora ingigantisce la forma.
L’appuntita piccola lingua, leggera e nervosa, lo cinge, lo batte, lo liscia, lo blandisce e lo adagia sul condotto muscolo-membranoso, abituato a convogliare tutto ciò che di buono gli è offerto all’ingoio. Si accresce di millimetro in millimetro, finché il maschio corpo cavernoso non appare snudato. Deve retrocedere, se non vuole soffocare l’ardita messalina.
Ora è completamente sveglio, si protende ringalluzzito e gonfia il collo. Come un obice mira al profondo bersaglio. Si scuote e si agita. La povera amazzone non può più contenerlo. Spronato, ormai è imbizzarrito. La furia occlude la vista e strappa le briglie alla mano. Per non essere ferita, lei tenta di raffreddargli i bollori e soffia sul capo e con dolcezza lo acquieta. Poi, visto il tormento che continua a consumarlo, con mano sicura lo impugna. Lo guida nella naturale fessura, lo innesta al mondo oscuro, verso il nirvana. Iniettato di sangue, senza guida nel breve condotto il corpo cilindrico stantuffa e si divincola a più non posso.
Tesa la pelle, turgido il collo, l’arma protesa verso la matadora, scalcia, sbuffa e mugghia l’essere taurino, mostrando le sanguinolenti, profonde ferite inferte dai picadores negli infingardi preliminari d’amore. Le corna basse carica, folle di rabbia. Nei ripetuti assalti avverte che il gioco lo attrae; si sente vincente nella sua potenza, ma l’ultima incornata si avvicina; quasi si ferma. Il colpo lo raggiunge mortale. La garrota ha esaurito la sua corsa. Uno scatto laterale e il fiotto sprizza violento dalla ferita profonda, le zampe traballano. Lo schianto è vicino. Sfiata, schiuma, immobile sulle quattro zampe a cui più non comanda. Rabbrividisce, crolla a terra ed esala l’ultimo respiro, sgonfio il collo taurino.
Nello slancio del travolgente finale, giace sull’assassina. Lontano, plaude la folla. La vincitrice solleva l’orecchio mozzato; lo lancia in alto. La carcassa del toro slitta di lato, gira intorno all’arena; segnata dalla scia del liquido che era vita; in un angolo è lasciata. Lei felice ripensa a quella battaglia che l’ha vista vincitrice, mentre la doccia scorre sulla pelle.
In dormiveglia.

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