Racconti Erotici

Corpo esanime

Scritto da Bisanzio Velata

Sono steso sul letto, il mondo mi passa accanto e dentro la mente. L’amore è stato intenso e forte. Il mio corpo ha subito gli assalti del suo desiderio, il mio povero corpo.

E’ stato deluso nuovamente. Non dall’atto fisico in sé, ma da altre sottilissime cose.
Sento il mio spirito chiedere ma non capisco bene cosa reclami. Per il momento.
Fuori percepisco alzarsi il vento, segnale che un altro cambiamento è in corso.
La vita è davvero strana. Un attimo prima sei felice e un attimo dopo tutto è finito. La giostra gira per poco tempo e in pochi prendono il premio.
I più restano a guardare. Come me adesso.
A questo penso, in una mattina di fine inverno.
Pensieri che attraversano la mente. La mia mente così inquieta e viva anche ora che il mio corpo è come privo di vita. Pesante e quasi assente a me stesso.
Non sono più così giovane, faccio l’amore o semplicemente del sesso, a seconda dei casi, da tanti anni, eppure la notte scorsa è accaduto qualcosa in me.
Forse si sono rotte cose infinitamente piccole. Mi sembra ancora di sentirne il rumore.
Credo sia la fede a essersi irrimediabilmente frantumata. E con essa la speranza. Un milione di piccolissime schegge che vanno conficcandosi nella mia anima, o in quello che di essa vi resta. Fanno male, ora lo posso dire.
La fede se ne è andata ma ciò che ha lasciato ha infettato tutto il resto. Lo sento.
Chiudo gli occhi e posso ancora sentire il suo pene entrare in me, raggiungere ed esplorare le parti più remote e oscure del mio essere.
Il suo membro in erezione indaga la mia anima; essa si dilata così tanto che ora sono in grado di sentire la pioggia sulla pelle, come in un giorno di primavera, all’improvviso.
I miei pensieri si sciacquano come acqua di mare.
Il suo respiro forte su di me, il suo fiato così caldo e umido sul mio bianco collo, i suoi gemiti di piacere si mescolano ai miei, intricato nodo di estasi e piacere.
Le miei mani sfiorano e si aggrappano alle sue natiche sode che affondavano per spingere il suo piacere più in fondo in me.
I suoi muscoli si contraggono nello spasimo dell’estasi fino a quando la sua anima sconfitta si riversa in me, calda e abbondante.
A quel punto ci guardiamo negli occhi e anche la mia anima sgorga a nuova vita.
Vedo profondità immense, immensi deserti, sconfinate solitudini, come mari e come brughiere.
Impenetrabili nebbie e accecanti soli. Nelle steppe dell’essere.
Il mio desiderio ora si riaccende, lui assaggia il mio membro, lo inghiotte con ingordigia e mi esplora con le sue forti dita.
Sono nuovamente suo, ancora una volta e una volta ancora.
Lui è il mio dio, e io sono il suo angelo ribelle.
L’ho tradito, e lo tradirò ancora e lo amerò ancora, e ancora lo odierò.
Io vengo da lui e lui ha bisogno di me, come io di lui.
Io sono angelo e diavolo e lui mi ha creato per colmare gli spazi sconfinati della sua solitudine.
Ho permesso alle sue mani di plasmare il mio essere, di farne carne e sangue e poi nuovamente solo spirito, luce e tenebre.
Mi caccerà e mi ricercherà. Così è da sempre e sempre sarà.
Così è stato scritto, del resto. Da lui.
Indugio nell’attesa, non so bene di cosa; resto inebriato dal giorno che avanza, come un amato al quale lentamente l’amante scopre il corpo nudo.
Con lentezza, ma inesorabilmente, il lenzuolo scivola dal letto, la mia pelle si mostra al sole per ciò che è, una bianca tela senza passato né futuro, ma solo un lungo e accanito presente.
Un presente forse di follia.
Vedo la mia nudità riflessa nel grande specchio d’argento di fronte al letto, allargo le gambe e scruto le curve dei miei testicoli, accarezzo il mio pene e sfioro i riccioli immaginabili che lo potrebbero incorniciare; l’immagine che mi viene rinviata è quella di un corpo glabro, il mio, così tanto desiderato e amato da lui.
Con la mano destra mi sfioro la coscia e mi dirigo verso altre fonti di piacere.
Penso a lui, mi perdo e mi sento svanire, le miei mani e le mie dita sono le sue.
Ora lui è nuovamente qui, lo vedo riflesso nello specchio, è in piedi e si avvicina al letto. E’ nudo, in tutta la sua splendida possanza.
Le spalle larghe, il torace forte, le gambe muscolose, il pene in erezione.
Lentamente è su di me, mi sfiora con le dita, si sostituisce a me nel darmi piacere. Mi bacia e mi indirizza, spingendomi, al suo piacere.
Sono suo. Lo sento. E’ in me.
Spazio e tempo ancora una volta si annullano, Eros e Thanatos convivono. Si fanno forza vicendevolmente. Sono il suo male che cerca di sconfiggere.
Vuole liberarmi da me stesso, rendermi ubbidente e silente come gli altri.
Lo desidera e lo teme.
Cosa sarebbe il bene senza il male?
E dio senza il suo angelo ribelle?
Ricerca la mia distruzione, ma si ferma sempre un attimo prima della fine.
Non può andare fino in fondo, anche questa volta non avrà il coraggio di porre fine all’opera.
Lo guardo, l’apice è vicino. Per me e per lui.
Si muove più frenetico, ansima intensamente e... è tutto in me.
Ancora una volta. La sua calda vita scorre nelle mie profondità, il respiro si placa e il suo corpo ricade su di me, inerme.
Lentamente avverto tornare le tenebre, il freddo avanza e lui, lo sento, scivola via, giù dal letto.
Bacia le mie labbra e mi copre con il lenzuolo.
Senza fretta esce dalla stanza, mi guarda mentre il sonno mi sconfigge e sparisce.
Io sono Angelux e ora sono solo un corpo esanime...

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