Racconti Erotici

Il corpo racchiuso nel pensiero

Scritto da Giovanni

Che cosa ero prima di essere? Prima di diventare? Un'intenzione, un pensiero, un desiderio. Carlo e Diana, per caso, lui di Brescia lei di Catania...

un fortuito incontro, uno scontro politico, lui di destra e lei per Marx, un'insidia, un'istigazione istantanea, un'attrazione e caddero sulle gambe forti di lui e le braccia spalancate di lei. Per caso, una sfacciataggine o una dimenticanza contraccettiva, un impeto in più della passione per la falce e la fiamma tricolore li unì, li mischiò e li fuse.
Ed eccomi al mondo! Io, il corpo del reato tra i due testimoni, dentro il mio involucro, il corpo, sfoderato dai fianchi di Diana che mi aveva custodito e al prezzo di penose contrazioni spinto fuori verso il mattino della vita, verso quel frequentato lasso di tempo che si interpone tra la morte e la nascita. Il mio corpo e tra chi ha partecipato all'iniziativa, quelli che hanno dato inizio al cammino, alla metamorfosi, alla riproduzione delle cellule che compongono il mio corpo, la materia, la corporatura. Ho tutto quello che devo avere, due braccia e due gambe, un viso con gli occhi chiusi, una bocca da pulire, due gambe aperte e poi respiro, dopo l'origine sospiro, inspirando quella linfa che sarà la forza che amplierà i miei polmoni, che darà vigore al mio cuore. Guardano il mio corpo Carlo e Diana, compiaciuta lei dopo avermi tenuto, sentito, tentato di allontanare dalla previsione e per nove mesi ospitato e rifiutato tra mille considerazioni e infine accolto tra noie e vomiti, calci e sorrisi. Lei mi parla, mi bacia, mi abbraccia con cautela, lui mi guarda con discrezione, riservatezza.
Una forma di delicatezza o d'insensibilità?
Lei mi vede fragile nella mia gracilità ma dice che crescerò sano e forte come Carlo, prendendo la sua solidità, la forza. Lui aspetta che io partecipi alla sua vita e il mio corpo li entusiasma quando mi lavano, mi vestono e mi comprano giochi e vestitini. La notte mi agito e piango, e non posso dirgli che sono irrequieto perché impressionato da semplici stimoli della natura che m'impauriscono, che sono frequentato da incubi che dal sonno mi svegliano. Frenetico si alza lui e mi stringe tra le braccia e mi conduce nella sua bisbigliata intemperanza, m'immerge nella sua ostilità riversandomi la sua avversione. Il mio corpo ha bisogno di tenerezza e trova amore solo tra le braccia di Diana che affettuosamente si alza e mi avvolge regalandomi se stessa ancora una volta, proteggendomi e attaccandomi al suo seno mi adatta a sé dicendomi che mi ama, riportandomi nel suo ventre fino a quando, calmo e sereno, ritorno nella culla a dormire.
Carlo e Diana non lo sanno ma il mio corpo assorbe le loro presenze, s'impregna dei loro umori, assimila e fa proprio il viso che guarda, carpisce lo sguardo, comprende e consuma come una candela l'ossigeno che mi gettano addosso soffiando le parole. Il mio corpo gioisce, soffre e s'inumidisce del loro sapore e matura nella conoscenza sempre più viva della loro presenza, giudica e discerne l'uomo dalla donna, le opinioni, le loro effusioni, i litigi, le incomprensioni, i loro ricercati momenti d'intimità, le scenate di gelosia. Io vivo di loro, per loro e con loro maturo portando il grembiulino ben stirato, imparando a leggere, socializzando con altri corpi di bambini che nel mio essere divengono disastri, eventi propizi, incidenti, mutamenti o semplici modifiche che poi cercano conferme ancora tra i bambini.
Il mio corpo coltiva giorno dopo giorno nuove casualità assommandole agli eventi di un mondo che gira attorno a Carlo e Diana, ai miei compagni di liceo che hanno imparato a volare con le loro ali, isolati e solitari in un cielo fitto di nubi dove si tuffano spavaldi e ne riescono nutrendo sempre più fiducia in se stessi. Io li guardo e li ammiro, li invidio e li imito ma le mie ali non mi spingono così in alto e rimango a guardare sentimenti che s'intrecciano, nubi che si aggrovigliano nella mia mente, e cerco di sapere perché, capire perché non posso come loro bucare le nuvole.
Paura?
Sospetto di essere condizionato dalle mille riflessioni di Diana in gravidanza, dai suoi digiuni per non ingrassare, dalle sue perplessità di essere una buona madre, di essere abbandonata da Carlo, dalle restrizioni che quella gravidanza le comportava. E quei lunghi interminabili silenzi di Carlo che mi guardava riservato, disturbato della mia presenza, confuso dai miei pianti notturni, interdetto tra il dire e fare il padre, disorientato, reo confesso del mio corpo inaspettato e giunto, rammaricato e colpevole di non aver abbandonato Diana accusandola di essere rimasta incinta, e quindi assumendosi la colpa di essere rimasto invischiato in questa storia che io mi porto dentro.
Che ci faccio in questo corpo non voluto?
Lo capirò vivendo la mia omosessualità, abitando nell'incertezza che non mi fa individuare cosa sono e cosa sono diventato, sviluppando la perplessità trasmessa e vissuta nella placenta, infettata e vissuta negli sguardi ambigui di Carlo.
Posso mai rifiutare il mio corpo trascorrendo la vita provando vergogna di me stesso?
L'ansia la devo combattere, abbattere la paura, farmi valere per quello che sono diventato e che adesso sono, infischiandomene del passato che così mi ha consegnato alla società che adesso mi respinge, ipocritamente mi aggrega, apertamente mi ricaccia nelle mie angosce, nelle inquietudini di Carlo e Diana.
Il mio corpo è sottomesso e dipendente precisamente come Carlo, che ha atteso troppo per rifiutare e abbandonare Diana. Il mio corpo è legato ed esposto esattamente come quello di Diana alle sofferenze per sapermi omosessuale. Il mio compagno non ha scrupoli, vive la sua omosessualità e vola alto nel cielo ma non buca le nuvole, e io con lui ho imparato a innalzarmi alto nel cielo e non comprendiamo perché schiviamo le nuvole e ne abbiamo paura. Al mio compagno rifiuto i baci ma non il corpo, che offro accucciandomi come un cane sottomesso, piegandomi come un ramo flessibile al peso gelido della neve.
Quanto amore fu negato attorno al mio corpo?
Soffro nel vedere felice il prossimo perché suppongo che finga, sopporto il dolore degli altri perché non sono provvisti della mia prodigalità, tollero che mi guardano come considerano i gay, subisco e patisco invece la loro falsità e il conformismo accettato con sincerità. Oggi in molti si preoccupano dell'omosessualità e si espongono di giorno a un balcone da cui lanciano pietre verso i gay che di sera cercano per un’ora di amore mercenario, per sessanta minuti di desiderio, per una lussuriosa e bizzarra curiosità. E si accostano di sera con indifferenza per strada, di notte con rispetto in albergo e con molto riserbo si adagiano sul letto facendo in modo di non mostrare le spalle temendo qualcosa che può ulteriormente metterli a disagio, minacciarli mentre accettano raffinati espurghi e prelievi di desideri che la propria donna rifiuta di soddisfare. E quando il timore è sopraffatto dal piacere, si sciolgono in parole scartavetrate, sempre più levigate e infine morbide e tenere, delicate mentre vengono risucchiati nell'intimo dei loro affanni, gli affanni di una vita, le agitazioni di un'infanzia inquieta, una adolescenza irrequieta, dei desideri repressi, bugie dette e ridette, trepidazioni per un sesso piccolo.
Il mio corpo trema assieme a quello del mio cliente e io l'accetto mentre lui gode accolto tra le mie labbra. Ha sempre rifiutato i gay, mi svela, mentre condivide la mia cortesia, dimenticando di aver comprato il mio servizio, pagando così la sua falsità. Mi parla e mi dice tante cose sue, mi chiede senza guardarmi in viso se sono maschio come lui e vuole vedere quanto io lo sia veramente e vuole che mi scopra, mi guarda, mi tocca, e docile mi chiede di non farne parola con nessuno. Lo osservo come guardo sbadatamente tutti quegli omaccioni che mi chiedono prima il servizio e poi gnaulano accoccolati come cuccioli.
Poi torno a casa dal mio compagno che legge nei miei occhi la tristezza e mi abbraccia, mi coccola e mi prepara un bagno caldo dove immergo il mio corpo completamente nudo lasciandomi sommergere dall'acqua che mi allontana da un mondo perfido, degno di uomini spregevoli; e quando riemergo ritrovo il mio compagno che mi chiede cosa metterei sotto i denti, alludendo alla colazione e io gli dico... non gli dico niente. Esco dalla vasca e mi strofino dentro il telo da bagno morbido e profumato e così avvolto mi adagio sul divano stendendo le gambe sopra le sue ginocchia. E prendo sonno.

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