Racconti Erotici

La sua bianca schiena

Scritto da Bisanzio Velata

Ero in quella piccola libreria che si trova subito dopo il negozio di fiori della signora Bettini e stavo presentando il mio nuovo testo di poesia, un anno di lavoro e finalmente l’uscita editoriale.

Raccontavo di come mi fossi imbattuto in un poeta che mi aveva guidato e suggestionato per tutto l’ultimo anno di lavoro.
Percepivo il moderatore come una persona piuttosto noiosa, mi poneva domande banali e mostrava scarso interesse per le mie risposte. Insomma, il mio narcisismo ne usciva piuttosto bistrattato e umiliato.
Pensavo Ora mi alzo e me ne vado! Del resto non sarebbe stata nemmeno la prima volta, quando improvvisamente mi accorsi di un dono che gli dei mi avevano inviato quel giorno; chissà, forse per farsi perdonare della brutta accoglienza riservata alla nascita del mio nuovo testo.
Seduto tra il pubblico, un giovane moro con gli occhi neri e l’incarnato del viso estremamente bianco, come una perla. Era inverno, aveva un cappotto blu e non riuscivo a vedere altro di lui. Improvvisamente portò una mano alla tempia per spostarsi una ciocca di capelli e riuscii a vedere le sue lunghe e pallide dita affusolate.
Da qui in avanti fu tutto come in un sogno, dapprima erotico, addirittura pornografico e poi piano piano sempre più dolce, quasi adolescenziale o tremendamente antico; non a caso si dice che gli opposti coincidano sempre.
Percepii distintamente un formicolio ai testicoli e un grande desiderio di lui si impadronì di me.
Mentre parlavo mi guardava, mi fissava e io ardevo dal bisogno di possederlo, di violarlo ed esplorarlo in ogni parte più recondita del suo corpo e del suo spirito.
Quando finii la presentazione si avvicinò con una copia del mio libro, mi chiese di firmarlo con una dedica e io gli scrissi A Rimi, nel giorno dello Svelamento.
Fu mio, e io suo.
Quella sera stessa facemmo l’amore a casa mia, nel mio letto, in quello che ora è anche il suo letto, nella casa che ora è la nostra casa.
Rimi era impacciato e timido, un venticinquenne vergine con un grande desiderio di imparare la vita, anche attraverso il sesso e l’amore.
Lo spogliai lentamente accarezzando le sue spalle, il suo torace, la sua bianca schiena, le sue natiche. Rimasero solo gli slip; gli tolsi anche quelli e davanti a me si presentò il suo pene, eretto e rigido, con il glande turgido dal colore intenso e fremente di desiderio.
Lo misi in bocca e lui gemette di piacere; gli passai la lingua lungo tutto il suo membro, mi soffermai lievemente sul frenulo e a quel punto Rimi esclamò: "Sto per venire".
Mi fermai in tempo, lo feci voltare e ammirai le sue natiche bianche, sode e totalmente glabre. Le accarezzai, erano morbide, con le dita iniziai a esplorargli l’ano, gli aprii i glutei, mi accostai con le labbra e baciai il suo ano, lo leccai insinuando la mia lingua al suo interno, alla ricerca dell’appagamento dei suoi e dei miei sensi.
Rimi ansimava di piacere e io con lui, le miei dita entravano e uscivano esplorando ogni parte del suo corpo. A quel punto era pronto, lo sentivo e mi lasciai trasportare dal piacere; lo penetrai lentamente e lui, fermandomi, mi disse di essere vergine. Che tenerezza, temeva che io non me ne fossi accorto.
"Pensa al piacere e non temere. Ci sono io con te", gli risposi.
Quello fu l’inizio della nostra storia.
La prima volta che portai Rimi nella casa al mare fu come accompagnare un bimbo in un parco giochi, tutto attirava la sua attenzione e tutto lo stupiva.
Si trattava di una semplice villetta sulla spiaggia, decisamente non risparmiata dalle intemperie e dal salino del mare; ma il suo fascino risiedeva e risiede tutt’ora proprio nei segni lasciati dal tempo. Le assi del pavimento in legno scricchiolanti, le imposte riarse dal sole e dal vento salato e ricco di sabbia, il grande tappeto turco del soggiorno consumato dai passi degli amici. E, su tutto, il caminetto, vero salvatore dai freddi dell’inverno sulla spiaggia.
Venne eletta subito a nostro rifugio.
Con il tempo Rimi si trasferì nella mia casa in città che divenne anche la sua; conducevamo, e conduciamo, una tranquilla vita divisa fra il lavoro e gli amici.
Ma nei fine settimana, quando è possibile, scappiamo a fare il pieno di energie nella nostra casa al mare.
Soli, noi, la Poesia ed Eros.
Ricordo una domenica di gennaio, fuori pioveva e il mare era agitato; la casa era percorsa dal rumore delle onde del mare che si infrangevano contro gli scogli e il fuoco nel caminetto spandeva una calda luce dorata in tutto il soggiorno.
Io e Rimi eravamo abbracciati sul divano, i nostri corpi nudi protetti da una calda coperta. Il mondo poteva essere giunto al suo ultimo giorno e a noi importava solamente di Eros che univa la nostra carne e i nostri spiriti.
Improvvisamente mi alzai e, nudo, andai a prendere un libro nella libreria di fronte al caminetto. Lo aprii e iniziai a declamare: "Aufugit mi animus; credo, ut solet, ad Theotimum devenit".
"Ma io non so il latino", mi interruppe Rimi.
Lo guardai, gli sorrisi e ricominciai, questa volta in italiano: "Il cuore mi è fuggito; come al solito, credo; da Teotimo è andato. Proprio così, è là che ha il suo rifugio. Che mai accadrebbe se non gli avessi fatto divieto di dar ricetto a quel fuggiasco, se non gli avessi imposto di scacciarlo? Andrò a cercarlo. Ma d'essere io stesso catturato ho gran paura. Che fare? dammi tu, Venere, un consiglio".
Mi avvicinai al divano, mi piegai su di lui e lo baciai, appassionatamente e lascivamente.
"Chi ha scritto questa poesia?", mi chiese.
"Quinto Lutazio Catulo", gli risposi.
Mi coricai accanto a lui e lo strinsi, come se avessi paura che quel giovane dio potesse volare via come era arrivato.
Con il libro in una mano e con l’altro braccio attorno alle sue bianche spalle gli recitai un’altra poesia: "Mi ero fermato a salutare l'aurora che spuntava, quando improvvisamente spunta Roscio a sinistra. Sia detto senza offesa a voi, dei del cielo, ma un mortale mi parve più bello di un dio...".
Gli occhi di Rimi si rigarono di calde lacrime e io, baciandoglieli assieme alle guance, mi dissetai alla loro fonte e ci unimmo una volta di più in un amplesso d’amore.
La Poesia dunque con il tempo divenne come una sacerdotessa che officiava, e officia tutt’ora, i nostri week-end al mare, facendoci non solo volare con il cuore e lo spirito, ma anche ridere.
Quante risate infatti ci siamo fatti quando ho letto per la prima volta a Rimi gli epigrammi proibiti di Marziale: "Questa è la legge del poeta licenzioso: non può piacere se non è pruriginoso. Perciò ora la serietà ora deponi, assolvi dunque queste mie canzoni e guardati dal castrare i veli belli: nulla è più orrendo di un priapo senza orpelli", gli declamavo tra le lenzuola sfatte e impregnate dai nostri umori benedetti da Eros.
"Chi è Priapo?", domandò Rimi.
Allora presi un libro sugli affreschi della Casa dei Vettii a Pompei e gli mostrai un’immagine della divinità greco-romana.
"Ma sono io il tuo dio Priapo", gli risposi ridendo, accarezzandomi il pene e mostrandoglielo in erezione, pronto a cogliere il piacere procurato dalla sua bocca.
Oggi sono due anni che io e Rimi stiamo assieme, nel tornare a casa sono passato di fronte al negozio della signora Bettini, la fioraia, e ho visto un tulipano... bianco, come la sua bianca schiena.
L’ho preso e ho legato al suo stelo un semplice biglietto con su scritto Al mio Lare, il tuo Pietro.

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