Racconti Erotici

Notti arabe

Scritto da Bisanzio Velata

Aprile 1811. Alexander, sesto duca di Wellington, arrivò di prima mattina al porto di Southampton.

Lo aspettava un lungo viaggio prima di giungere nel piccolo emirato sul Golfo Persico, dove avrebbe condotto una missione diplomatica per conto di Sua Altezza Reale il principe reggente.
La nave e l’equipaggio erano pronti e il duca salì indugiando un po’ a osservare il placido mare nel porto e la distesa azzurra senza soluzione di continuità fra cielo e acqua. Dopo di che salutò il comandante e si diresse nella sua cabina, seguito da un valletto e da un facchino che trasportava i bauli di Wellington.
Nell’arco di poco tempo la nave levò l’ancora e partì, diretta verso i mari del sud.
Il duca decise di salire sul ponte per poter osservare la costa allontanarsi, lentamente ma inesorabile.
L’aria smuoveva i suoi capelli e i suoi pensieri e portava via con sé un po’ dell’inquietudine per la missione che si accingeva a svolgere.
Il principe reggente, Giorgio Augusto Federico, era stato irremovibile: "Wellington, andrete in Matar e porterete personalmente le mie felicitazioni per il matrimonio della figlia prediletta dell’Emiro. E’ necessario mantenere ottimi rapporti con tutti i paesi dell’area arabica".
E così Alexander, nel giro di pochi giorni, si era ritrovato a dover partire per un luogo lontano e a lui sconosciuto. Sapeva davvero poco del Matar: piccolo ma estremamente ricco emirato, era retto da un sovrano assoluto che aveva invitato il principe reggente d’Inghilterra al matrimonio dell’adorata figlia con un sovrano di un paese vicino.
Ovviamente Sua Altezza Reale non poteva allontanarsi dagli affari di Gran Bretagna, ma aveva deciso di presenziare ugualmente inviando uno dei Pari d’Inghilterra più degni e importanti, per l’appunto Alexander, duca di Wellington.
Dopo aver osservato per un po’ il mare, il gentiluomo decise di andare a fare quattro chiacchiere con il capitano e si diresse sul ponte di comando. Quando passava, tutti i marinai si mettevano sull’attenti e i mozzi smettevano di lavorare per potersi inchinare di fronte a Sua Grazia.
"Buongiorno capitano".
"Buongiorno Vostra Grazia, spero che la cabina sia di vostro gradimento", esclamò il primo ufficiale
"Certamente. La ringrazio per l’interessamento. Comunque sono pur sempre un soldato di Sua Maestà, per cui mi sarei adattato anche a una branda", rispose il duca.
Il colloquio andò avanti ancora un po’ fra finti convenevoli, fino a quando Sua Grazia non si stufò e decise di tornare nella sua cabina per riposarsi.
La mattina successiva si alzò, chiamò il valletto e gli chiese di preparare la vasca per il bagno. Alexander aveva l’abitudine di dormire sempre nudo, anche nei freddi inverni. Un caminetto acceso, le coperte e qualche bel giovane non mancavano mai di riscaldarlo.
Anche se James, il valletto, era abituato alle nudità del suo signore, ogni volta che lo vedeva non poteva pensare a quanto quel corpo fosse perfetto: spalle larghe, torace possente, natiche sode, braccia muscolose e un pene che suscitava invidia in molti e desiderio in non pochi gentiluomini e gentildonne.
Il duca si immerse nell’acqua calda e lasciò che la sua fantasia galoppasse verso quanto di bello e sensuale potesse aver visto in quei giorni di navigazione.
Finalmente il viaggio terminò e la nave, battente bandiera britannica, entrò nel porto del Matar.
Una carrozza inviata dall’emiro attendeva Sua Grazia e lo condusse in poco tempo al palazzo reale.
Tutto il Paese era in fermento per il matrimonio della principessa, infatti Alexander poté vedere dal finestrino della sua carrozza la città pulita e addobbata e una fila di carrozze e di carri dirigersi verso la residenza dell’emiro.
Una volta giunto, fu accompagnato nelle sue stanze da un intendente il quale si congedò dicendo "Vostra Grazia, Sua Maestà vi aspetta alle dodici per la colazione".
Alexander impiegò il tempo che aveva per farsi un bel bagno, riposarsi un po’ e prepararsi per essere introdotto alla presenza dell’Emiro del Matar.
E così alle dodici in punto il sesto duca di Wellington fu scortato prima in un salottino e poi in una sala di rappresentanza dove attese cinque minuti l’arrivo del sovrano.
"Vostra Altezza, vi porto dalla Gran Bretagna i saluti e le congratulazioni di Sua Altezza Reale il principe reggente", disse inchinandosi alla vista del re il gentiluomo inglese.
"Accettiamo e ringraziamo Sua Altezza", rispose l’emiro.
Dopo i convenevoli che l’etichetta imponeva, i due uomini si recarono nella grande sala da pranzo del palazzo dove era riunita tutta la famiglia reale, ovviamente solo il ramo maschile.
Durante il pranzo Alexander fu colpito da uno dei figli dell’emiro. Purtroppo non erano seduti accanto, per cui non poté scambiare nemmeno una parola con quell’uomo così affascinante e misterioso. Profondi occhi scuri, carnagione olivastra e capelli neri. Insomma una bellezza mediorientale.
Con l’ultima portata la compagnia si sciolse e il duca si ritrovò a girare per gli immensi giardini della reggia. Giochi d’acqua, siepi, alberi maestosi e centenari, piante potate con l’arte topiaria rendevano quel luogo decisamente magico.
Alexander, accaldato a causa del forte sole, decise di sedersi presso una fonte e lì fece la conoscenza di Amir, il bellissimo principe arabo che tanto lo aveva sedotto durante il pranzo. "Sedurre" nel senso etimologico della parola, ovvero "condurre a sé".
I disegni degli dei sono davvero imperscrutabili, penserà più tardi il gentiluomo inglese nonostante la sua grande passione per l’astrologia.
"Buongiorno, sono Alexander, sesto duca di Wellington".
"Buongiorno a voi, io sono Amir, principe del sangue del Matar".
I due giovani trascorsero la restante parte del pomeriggio a chiacchierare, raccontandosi aneddoti e stravaganze dei rispettivi paesi. Mai il tempo era trascorso cos velocemente.
Con il far della sera il principe si congedò, assicurando che avrebbero continuato la conoscenza a cena.
Il duca rientrò nei suoi appartamenti fischiettando, si concedette un bel bagno per togliersi la sabbia che, spirando dal deserto, si infilava sotto gli abiti e nei capelli, e si preparò per la cena. Tutto sotto l’occhio vigile del fidato valletto James.
Purtroppo i posti a tavola erano stabiliti dalla rigida etichetta di corte, così i due giovani furono nuovamente separati in quanto, di fronte all’ambasciatore di un sovrano quale era il duca, sedeva il principe ereditario che a sua volta si trovava alla destra del re, seduto invece a capo tavola.
La conversazione, durante la cena, fu decisamente formale ma Alexander spesso riusciva a incrociare lo sguardo con Amir nonostante i grandi candelabri in argento che occupavano la tavola, per poi subito distoglierlo e tornare alle questioni diplomatiche con il sovrano e l’erede al trono.
Finalmente la cena finì e il duca, chiedendo permesso all’emiro, poté avvicinarsi al giovane principe.
I due gentiluomini uscirono su di un giardino pensile, la luna illuminava la città e dal deserto poco lontano spirava una calda e profumata aria d’oriente.
L’atmosfera invitava ad amare e ben presto Alexander e Amir lo compresero.
Ma i tempi, come si suole dire, non erano ancora maturi e, dopo uno scambio di pensieri, il principe arabo si congedò, non prima però di invitare Sua Grazia a una battuta di caccia nel deserto la mattina successiva.
Il duca stette ancora alcuni minuti a osservare l’agile figura di Amir scomparire oltre il parco in direzione dei suoi appartamenti.
La solitaria notte araba passò e i due giovani si ritrovarono di buon ora, a cavallo di due forti e imponenti purosangue pronti a galoppare fra le dune a caccia di antilopi.
Amir si dimostrò abile nell’antica arte della caccia con il falcone, e Alexander, da gentiluomo inglese quale era, non fu da meno nell’attività venatoria.
Ma gli dei erano al lavoro per fare in modo che Amore, portato dalle fragranze del deserto, potesse dimorare almeno per un po’ nelle stanze del principe arabo.
La notte che sopraggiunse dopo le fatiche della caccia non fu solitaria come le precedenti per i due nobiluomini.
Terminata la caccia, fu organizzato un banchetto in onore di Wellington in un accampamento nel deserto, dove i due giovani si erano fermati per riposarsi. Un grande falò, gazzelle arrostite e danze rallegravano l’atmosfera araba.
Una volta rientrati a palazzo, i due giovani non si separarono per la notte, ma tacitamente Alexander seguì Amir nelle sue stanze.
Le grandi finestre erano aperte, l’aria del deserto si faceva largo fra le sottili tende e avvolgeva i loro corpi. La loro pelle, così ricca ancora di sabbia.
Amir si spogliò di fronte al duca e si immerse nella grande piscina del suo giardino privato.
Alexander fece altrettanto e lo raggiunse. Finalmente l’uno nelle braccia dell’altro poterono baciarsi e scambiarsi Amore.
Grandi fiori galleggiavano sull’acqua e timidamente si chinarono all’arrivo di Eros.
I corpi stretti nell’acqua dei due giovani si davano piacere, poi si staccavano per concedersi una nuotata e ritrovarsi più appassionati di prima. Liberi dalla millenaria sabbia del deserto, uscirono dalla piscina come alleggeriti dal peso delle rispettive tradizioni. Non erano più il sesto duca di Wellington e il principe del sangue del Matar, ma erano due giovani uomini desiderosi di amarsi.
Amir prese per mano Alexander e lo condusse a letto. Un grande talamo proprio di fronte alle finestre affacciate sul giardino, con in lontananza il deserto.
"So che dopo il matrimonio di mia sorella tornerai nel tuo Paese. Ma il bacio che ci siamo scambiati nelle acque fiorite del giardino resterà. I fiori sono i nostri testimoni".
Quella fu la prima delle cinque notti arabe che il duca di Wellington ricorderà per tutta la vita. Tutto il suo soggiorno nel Matar sarà racchiuso in cinque tramonti e in cinque albe, e nulla rimarrà nella sua memoria dello sfarzoso matrimonio della principessa a cui dovette presenziare come rappresentante di Sua Altezza Reale il principe reggente di Gran Bretagna.

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