Racconti Erotici

Nudo d'autore

Scritto da Bisanzio Velata

Alberto si ricordava ancora con precisione del giorno in cui gli regalarono quel ritratto. Aveva non più di tredici anni e da poco la sua stanza era stata ristrutturata;

basta con i giochi e i colori dell’infanzia, fra pochi giorni avrebbe iniziato il ginnasio e i suoi genitori erano convinti che egli dovesse ormai dormire in un ambiente da adulto.
E così il quadro di Henry Scott Tuke arrivò nella sua stanza blu e lo accompagnò in tutti gli anni dell’adolescenza e ben oltre l’età adulta.
La prima volta che vide quel giovine nudo, colto in un momento di spensieratezza su di uno scoglio, Alberto rimase tutto sommato indifferente. Ma con il tempo divenne una sorta di presenza amicale, silente confidente dei desideri e delle passioni del giovane. Sì, perché Alberto, tra una versione e l’altra di latino e greco, con il passare degli anni iniziò a sentire dapprima piccoli rivoli di desiderio e poi sempre più ondate di passioni inconfessabili a tutti; tranne che a quel ragazzo eternamente giovane e sensuale, adagiato mollemente in riva al mare. E soprattutto estremamente provocante ai suoi occhi.
Alberto, spesso, dopo la doccia si asciugava lentamente di fronte a quel quadro, si toglieva la salvietta dalla vita, si stendeva languidamente sul tappeto di morbida pecora e diveniva il giovane biondo fatto di tela e di colori a olio. Le gambe aperte per accogliere la luce del sole che entrava dalle finestre, un braccio piegato per reggere la schiena e una mano che lentamente scorreva sul petto fino ad arrivare alla prima fonte del piacere fisico e cerebrale di Alberto. Con calma il giovane si amava. Tratteneva l’impeto della sua anima fino a quando questa, non potendo più ritardare lo sgorgare del piacere, si riversava calda sulla mano, sulla coscia, sul petto, sul corpo ambrato del giovane che, sfinito e appagato, si lasciava andare sul tappeto.
Alle volte era il ragazzo biondo che, uscito dal quadro, portava su di un cocchio Dioniso nelle mani di Alberto; in altre occasioni il dio dell’estasi mistica giungeva su ali di baccanti dai visi noti. Erano quelli di Antonio, di Giulio e di Mirko che, dai banchi del liceo e dalle docce degli spogliatoi, popolavano il grande tappeto della stanza di Alberto.
E Pan sorrideva, presenza silente e invisibile agli occhi del giovane; divinità figlia di Ermes e di Driope proveniente dall’Arcadia, il quale, stanco di inseguire le sue ninfe Siringa, Pitis, Eco, Eufeme, Selene, si abbandonava a solitari piaceri.
Il giovine dunque amava e bramava un po’ se stesso, un po’ il ragazzo sullo scoglio e un po’ altri visi e altri corpi. Il tutto confusamente, senza confini netti fra sogni notturni e diurni, fra realtà, immaginazione e desideri.
Questo fino a quando Dioniso lasciò il posto a Eros; l’ebbrezza si tramutò in amore vero e proprio. Il cambiamento avvenne attraverso un paio di occhi neri, un viso sporcato da un filo di barba scura, una testa rasata a coprire una precoce calvizie e un corpo taurino. L’esatto opposto del delicato e giovine corpo fatto di tela e colori.
Alberto incontrò Roberto un pomeriggio negli spogliatoi della piscina. Fu subito colpito da quel ragazzo che emanava forza e sicurezza.
Lo vide entrare nella stanza, togliersi il pullover, la camicia, i pantaloni e rimanere in boxer. Alberto seguiva con lo sguardo le linee di quel corpo, ammirava il torace, le gambe, il sedere e il pene che riempiva abbondantemente l’intimo bianco di Roberto.
A un certo punto anche quell’unico indumento venne tolto e agli occhi di Alberto si rivelò tutta la nudità del suo desiderio.
Quell’immagine restò nei suoi occhi e nelle sue mani ben oltre il tempo dello spogliatoio e della piscina; ogni martedì ammirava quel corpo ma il suo piacere restava muto. Non aveva il coraggio di dire nulla, si limitava a guardare e a godere in silenzio.
Tornava a casa e confessava al giovine sullo scoglio i suoi tormenti e le sue estasi, rivedendo, come in un sogno, la pelle e i riccioli neri che ornavano il corpo di Roberto. E liberava la sua anima solitaria riversandola di fronte al giovane sulla spiaggia.
Ma un giorno avvenne ciò che più aveva desiderato. Eco si concedette a Pan. Come e quando non sono noti, del resto Alberto non se lo ricorda più. Ma ciò che egli non si è mai scordato né mai potrà scordare, è l’amore fatto con Roberto.
Non esattamente la prima, la seconda o la terza volta, ma l’Amore inteso come somma di tutte le volte; la grande quantità di amore dato e ricevuto con quel ragazzo dalla testa rasata e dal corpo taurino.
Le mani che accarezzano ed esplorano, la pelle che si eccita, l’essere l’uno nell’altro indistintamente e scoprire così la seconda fonte del piacere fisico che si fa anche cerebrale. Ecco l’Amore di Alberto per Roberto e di Roberto per Alberto. L’anima dell’uno che si riversa, calda e salata, nel corpo dell’altro, reciprocamente. Senza soluzione di continuità, un unico corpo e mille emozioni. Il battito accelerato, il respiro affannato, il sudore, la rigidità dei muscoli, le parole sussurrate e poi urlate e finalmente il dolce abbandono nell’oblio dell’estasi e del piacere. Il piacere che esplode di fronte al giovine sullo scoglio, per una volta e per mille altre non più protagonista ma spettatore muto dell’appagamento altrui. E poi il riposo come guerrieri che abbandonano le spade, gli elmi e le else; e finalmente privi di armature si adagiano su di un letto divenuto un dolce e profumato prato. Il corpo dell’uno che lentamente si ritira ed esce dal corpo dell’altro, ritornando entità individuali e non più fusione di anime e carni. Addormentarsi per ritrovarsi al risveglio, con più fame e desiderio l’uno dell’altro. E ricominciare ad amarsi, una volta e mille altre ancora.
Questo Alberto ora ricorda. E nulla di più.

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