Racconti Erotici

Pazzia

Scritto da Nessuno

"Non conobbi legami. Allo sbaraglio andai. A godimenti ora reali e ora, turbinanti nell'anima, andai dentro la notte illuminata".

Senza renderti conto. All’improvviso esplode nella mente. Una bomba. Non sai più cosa stai facendo. Entri spinto da una voglia insostenibile. Giunto a quel punto non c’è soluzione. Ormai ti conosci troppo bene; sai dove arriverai! E poi? Preferisci pensare solo alla fame che ti attanaglia, per ora. Non puoi fermarti, devi andare avanti, proseguire disordinatamente con quello che non è neanche un piano. Una larva di idea, un modo per uscire dalla routine, un modo per sentirti vivo.
Ti indicano dove spogliarti e tutta la procedura. Intorno. Nella penombra una folla di torsi nudi di tutte le dimensioni e forme: allungate, schiacciate, grasse, filiformi, proporzionate, petti glabri, pelosi, irsuti. Girovita adiposi, stomaci prominenti, pancette appena evidenti, magrezze insostenibili o addomi ben scolpiti e, sotto, l’asciugamano stretto intorno ai lombi: cosce muscolose, grasse, magre, nodose, lunghe, tozze, pelose, vellutate come pesca, su polpacci a colonna, modellati, informi, con la solita abbondanza o scarsezza pilifera. A sorreggere il tutto, piedi: lunghi, magri, grossi, tozzi, proporzionati o sproporzionati. Caleidoscopio di umanità!
In sottofondo sinfonia di odori conosciuti. Pulito, senz’altro, ma con un pizzico di muschio. Le ghiandole secernono androstenolo. E' quello che ti dà la nausea. Ne hai troppo di tuo, ma è quello che innesta il desiderio strano. Stavi per dire perverso, ma ora non è più così. Pasolini, Penna, Bellezza e il più raffinato Kavafis hanno scavato nel tempo. Parafilia. Il Manuale Diagnostico dei disturbi mentali del ’94 fa da spartiacque; segna l’abisso che divide dal 1953, dalle catene di Krafft-Ebing. Non malattia, finché i desideri sessuali o le fantasie sono contenuti, finché non determinino disagi significativi sul piano dell’adattamento sociale, lavorativo. Finché non s’accende il segnale rosso della patologia, l’intermittenza della malattia. Già, tutto quel che è patologico nell’uomo si tinge di rosso! Rosso, come il sangue, come il tramonto, come le labbra.
La flebile luce azzurrata nei locali disegna gradazioni scure. I colori: travisati, le dimensioni sfocate, prive di profondità. Piatta, evanescente la visione. Potrebbe scomparire e riapparire senza sconvolgere nulla.
Membra nude. Fantasmi fluorescenti. Indifferenti fra loro, in apparenza. Si docciano nelle parti intime sotto piacevoli scrosci di acque azzurre che, livide, baciano la pelle indifesa, cadendo a cascata dall’alto, dove s’annidano le lampade al Led. Rumorosi, da otto getti martellano l’ammattonato in ceramica dell’ambiente unico. Ti adegui, accettando quella nuova nascita sotto la fonte rigeneratrice. Ospiti silenziosi, sguardo sfuggente, dissimulano l’ansia mentre, furtivi, adocchiano il vicino con discrezione, nascondendo la cupida invadenza. Ti asciughi non più di tanto, annodandoti convenzionalmente l’asciugamano sulle anche (pura ipocrisia).
Altri fantasmi deambulano nella sala antistante; ciondolano avanti e indietro per svanire dietro una porta o in una vasca ribollente di fumi, di vapore; c’è chi sale, arrampicandosi a una fredda ringhiera, su per le scale buie, inghiottito da una notte forzata. Ciascuno tira dietro di sé una fantomatica catena che l’attanaglia al piede dell’altro. Condannati a precipitare nella voragine infernale, i movimenti ovattati nella caligine.
Cieco, in un corridoio, avanzi. Deserto in apparenza, rabbrividisci; fiati sulle tue spalle ti raggiungono per poi fuggire lontano. Gli occhi lentamente s’abituano al buio, carpendo il riflesso di toni tenui. Luci non luci, ombre non ombre. L’inizio delle tenebre assolute. Allarmano flebili lamenti alla tua sinistra; guidano verso un corridoio parallelo. Tastando, stabilisci la direzione. Una serie di porte chiuse, grigio azzurre, senza maniglia. La dimensione è accresciuta dalla fantasia, nella penombra; le forme piatte; l’ambiente anodino. Gemiti soffocati, trattenuti, come un rantolo che non può essere fermato. Percepisci altre presenze, prima di vederle. Non sei più solo. Anime si agitano davanti alla porta del mistero, ti sono compagne. Si sfiorano senza toccarsi. Vanno su e giù; trepestii di ciabatte intorno all’alcova vietata. Dall’uscio borbottii di parole spezzate; inviti ad agire, ad aggiustare la posizione; rantoli sempre più frequenti. La tensione sale man mano che la bolgia di ansiti s’intensifica. Pescecani impazziti dal sapore del sangue che fiotta dalla ferita della preda. Se potessero si precipiterebbero sugli artefici dell’eccesso, scardinando la porta, avventandosi sui loro corpi per soddisfare la brama che li allupa (il corpo anela e cerca). Le convenzioni negano la possibilità e l’andirivieni aumenta incontrollabile. Nessuno ha il coraggio di fermarsi, di origliare, di spiare dalle fessure per paura di essere tradotto davanti al Sant’Uffizio, che non c’è, o solo di essere spedito fuori, "espulso con ignominia"; nessuno, però, si allontana di molto. La tensione insostenibile raggiunge il diapason oltre il quale la realtà si ferma.
D’improvviso, tutto si acquieta. Un sospiro chiude la partita. Poi movimenti e parole tranquille bisbigliate all’interno. La schiera si dissolve, l’assemblea è sciolta, svanisce con rapidità, delusa. Nel silenzio ritrovato, ombre si appartano. Da lontano però, dall’altra estremità del corridoio, mille occhi scrutano per indagare con discrezione. Tra le cortine della notte forzata, si avverte lo scivolare del chiavistello. Il forziere si schiude! Non trapelano luci; solo il movimento di un corpo che sguscia via, rapido; svicola scomparendo alla vista. L’altro, all’interno, si attarda, prende tempo, forse per consentire al sodale di allontanarsi, forse per tergersi, poi esce annodandosi il corto panno sui lombi. Si ravvia i capelli. Dall’andamento lento s’indovina la soddisfazione che lo gratifica. Ha qualcosa d’impalpabile da portare a casa, un trofeo, il senso di possesso, lo svuotamento del desiderio, di un uzzolo tolto. Galleggia, leggero sulle gambe.

"Finalmente e con che gioia 
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi".

Invidia, quella che provi. Anche tu vorresti raggiungere quello stato. Ti senti scuotere nel più profondo del tuo essere. Annullarti anche tu nel buio, nel malessere d’un incontro temuto, da cui pure sei calamitato! La verga solleva il panno manifestando la sua fame. Un compagno anche a te! Non c’è automatismo; non può essere creato quando e come vuoi. E' lì, tuttavia, impalpabile, in quella congerie di anime! Vicino, ma irraggiungibile. Ti senti spossato dall’attesa, dall’eccitazione. Ti allunghi su un divano di pelle. Pelle come la tua; ti viene di girarti per farla provare al turgido strumento di piacere che vibra tra le gambe. Rasenti la disperazione per il vuoto che avverti.
Una mano sul dorso si sofferma, calda, invitante. S’accende la speranza. Lunghe dita scivolano sullo stupore della tua spalla, accarezzano l’omero. Attendono un sì che manifesti la tua accettazione. Di cosa? Non sai. Sai solo che vorresti che quell’ectoplasma ti stringesse le mammelle. Strisciano le mani a coppa rinserrandosi al tuo petto, come se ti avessero ascoltato, se avessero letto il pensiero. Contemporaneamente, l’indubitabile maschia presenza ti ingombra la schiena; s’insinua fra le chiappe, mentre carezze sempre più pressanti ti costringono a serrare i denti, i capezzoli martoriati dallo strizzare delle sue dita. Lacrimi per il dolore. Vorresti scuoterlo via, scacciarlo, il moscone fastidioso, farlo smettere da tanta arrogante intrusione, invece resti a sua disposizione, stropicciato, indolenzito, ferito, eccitato. Con emozione pieghi la testa indietro mentre ti bacia sulla nuca, sul collo. Ogni centimetro di pelle del tuo dorso aderisce al suo petto, al suo addome, mentre le bocche si cercano. Una torsione del collo per raggiungere il suo viso. Ti doni alle sue labbra. Lungo, ruvido, improvviso, caldo bacio. Le lingue si legano, scivolano, s’ingoiano. Grossa, piatta, penetra la sua. Una spatola che vuole dragare il cavo orale come tu scandagli il suo. Salato, viscido, nervoso, vorresti masticarlo quel mollusco, quel gasteropode che ti si annoda in bocca, ti frusta, ti lecca, ti penetra nelle orecchie, impedendoti di sentire altro che il battito del cuore, del sangue che fluisce nelle vene attraverso quell’escrescenza carnosa. Il sesso sbava, dimenticato sul divano, sempre più geloso del piacere riservato all’ipofisi. All’improvviso si riattiva, si drizza. Un sussulto. Un bussare improvviso, l’accostarsi di un corpo estraneo all’occhiello che s’apre fra le chiappe. Appoggia la testa con discrezione, l’invitato, distendendo le crepe dell’ingresso. Lo avverti caldo, suadente, accattivante, allettante, insinuante. Scivola lentamente. Un dolore acuto, profondo ti raggiunge. Fa sobbalzare il cuore, cerchi di sfilarti da quel bruto che t’invade. Subdolo ti possiede. Urtica, ora! Vorresti porre fine a quel supplizio, ma il peso dell’anfitrione ti schiaccia sulla seduta del divano, ti toglie il respiro, ti costringe ad ansimare, sudi. Un ulteriore improvviso scivolamento e tutto il dolore provato ti gratifica nel nirvana del piacere. Finalmente pieno, gravido di pace. Vibrano i due corpi febbricitanti. Infierisce con irruenza l’uno; accetta remissivo l’altro, scosso da brividi. Il piacere è reciproco. Si aggrappa al petto del succubo, l’insertivo. Il ricevente rovescia le mani per serrare le cosce di chi tanto profondamente lo marchia, spronandolo nella corsa eccitata. Cerca di garantire con la forza delle sue mani l’adesione completa all’atto concupiscente. Avvinghiati combattono la battaglia per la sopravvivenza, sicuri di restarne esangui entrambi.

"Di gioia mi profuma la vita la memoria
dell’ora che fu mia la voluttà che volli".

Violento sprazzo t’invade, ti sommerge. Annaspi, ti manca il fiato. Provi l’impellente necessità di riemergere dal nero Stige, di prendere fiato. Una mano carpisce l’asta del tuo piacere che a vuoto s’induriva, lumacando sul divano. L’agita, ti rapisce, ti porta in estasi.

"Dolorosa gioia nel petto ti sconvolge
mentre ti porta al limite della lasciva scossa".

D’improvviso avverti il prolasso dai lombi, il flusso t’invade le cosce. Caldo liquido, vorresti berlo, ma la bocca è troppo lontana. La mente vaga, trascende, finché un sospiro profondo ti squassa il petto. Uno scalpiccio d’intorno si materializza. Ti sembra un coro di angeli. Si solleva il drudo, ti bacia ancora. Vorresti trattenerlo ma non ne hai la forza. Infila le ciabattine infradito, stringe in fretta l’asciugamano ai fianchi, si volta e furtivo svanisce. Vorresti trattenerlo, chiamarlo, pregarlo di restare. Ma non sai come si chiama, non sai come sia, non sai perché t’ha preso.

"Ormai la loro voluttà vietata
è consumata. S’alzano, si vestono
frettolosi e non parlano.
Sgusciano via furtivi, separati".

Piano ti siedi. Dolorante appoggi il peso da un lato, su una chiappa. Eviti il contatto sulla mucosa irritata. Brucia, il centro d’attrazione. Ti sollevi e ti pare che occhi fiammeggianti ti osservino. Nudo! T’affretti a coprire il sesso abbandonato fra le gambe; lo scroto penzoloni batte sull’interno delle cosce, mentre il pistolino rattrappito sonnecchia intorpidito per gli abusi consumati. Il succinto asciugamano intorno alla vita dovrebbe essere un sudario in cui nasconderti. Vorresti scivolare via senza essere visto, invece resti presente indissolubilmente; non puoi correre via da te stesso. Sembra che strane presenze si facciano beffe di te. Scappi temendo di essere rincorso, di essere acchiappato, di essere rivoltato, violentato, lapidato, finché il buio non ti veste della sua impalpabilità. Larva tra larve in attesa di metamorfosi. Il cuore in gola, il fastidioso senso di sporco si accompagna all’infiammazione che avverti in fondo alla schiena. Ti duole tutto! Le articolazioni, la schiena, il collo, le gambe. Un tremore ti prende. Ricordi! Appena passato e già ritorna! Torna il brivido che ti ha appena colto. Fai per sederti su un divano. No! Meglio la sedia, in un angolo buio. Rifletti. La scena ti si prospetta di nuovo. Dall’alto, però. Sei lì, sul soffitto che guardi. I tuoi occhi soltanto, perché il corpo è altrove. E' su quel divano, il viso compresso contro il cuscino, mentre un omone villoso penetra nel tuo intimo. Un angelo ti pare! ("O esagerato amore della carne, maledizione sacra a chi non sa!"). Avverti un fiato vicino. No, no! Basta! Corri giù per le scale. Sotto la doccia. Lacrime azzurre ricoprono il tuo corpo. Via, ancora, sempre, lontano da quell’incubo. Asciugamano, phon. Ti rivesti. Nessuno ti guarda più. Eviti di rivolgere lo sguardo intorno. Rapido saluto alla porta e finalmente fuori. La sera s’è fatta alta. Respiri a pieni polmoni ("Camminano/per via con una vaga inquietudine, quasi/sospettino in loro un non so che tradisca/su che sorta di letto giacquero poco fa").
"Scusa...", un tocco sulla spalla ti frantuma i nervi.
Schizzi via. Interdetto l’uomo con la sigaretta da accendere in mano ti guarda scomparire all’orizzonte.
"Cos’e pazz...!", biascica basito.

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