Racconti Erotici

Sei tatuata di me

Scritto da Ermione

Era un periodo in cui nulla al mondo sembrava interessarmi più dei capelli, i miei. Lunghi e di nero tinti. Tingere di un colore tanto scuro una capigliatura, che al naturale dorata sarebbe, provoca non pochi effetti indesiderati.

Il capello trattato si inaridisce inverosimilmente e l'impertinente affacciarsi della brutta riga sul cuoio capelluto (che gli altri si limitano a chiamare ricrescita ma a cui io guardo con autentico orrore) provoca in me stupefacenti crisi di nervi.
Credo sia stato proprio a causa di tale difficoltosa manutenzione che trovai opportuno iniziare a rivolgere languide occhiate al mio parrucchiere, che lasciarono in fretta spazio a virtuosi colpi di minchia. Lo guardavo e le cosce aprivo nello stesso modo in cui avevo già fatto con l'insegnante di scuola guida quando l'idea di patentarmi contando sulle sole mie scarsissime abilità era sbiadita.
Mi piaceva sedermi su una delle poltroncine gialle, sempre la stessa, e respirare a pieni polmoni tutte quelle deliziose fragranze: quelle degli shampoo, quelle delle creme e quelle con cui le donne si bagnano collo e polsi. Mi piaceva finger di sfogliare le solite rivistucce da cui ogni salone d'acconciatura è sommerso, nel tentativo di dissimular gli sguardi indagatori che mi veniva naturale rivolgere alle clienti, a tutte. Mi piaceva guardar il mio amante con le belle mani sulle loro teste e scorgere nei loro occhi il momento in cui vengono da un fremito di erotismo scosse.
Volevo godere dell'attimo in cui immaginavano di esser da lui sbattute e a mio parere lo immaginavano tutte.
Più erano divorate dall'avanzare dell'età e più mi lasciavo eccitare di vederli insieme.
Mi piaceva cogliere le occhiate vogliose che gli rivolgevano, alcune quando lui non poteva vederle, altre quando erano certe d'esser viste.
Tra una piega e l'altra insistevo per trascinarlo nel magazzino e per farmi dare qualche colpo di verga veloce e mi piaceva moltissimo trovarlo già con l'uccello rigonfio grazie alle attenzioni di qualche signorina a cui aveva poco prima massaggiato la cute immaginando di massaggiare la fica.
Un giorno le cose cambiarono. Cambiarono quando vidi una ragazza di nero vestita, pallida in volto, ma con gli occhi dipinti e brillanti. Attendeva, al mio fianco seduta, che le venissero colorati i capelli che le spalle le accarezzavano, di viola.
Pensai che avrei voluto essere io ad accarezzarla. Se fossi stata capace me ne sarei presa cura io stessa.
M'innamorò quel suo atteggiamento triste e pensoso ma elegantissimo. Le sue sventure sembravano affacciarsi timidamente da quegl'occhi di pece.
La guardai meglio: le sue carni erano, fino a dove i miei sguardi potevano spingersi, traforate da innumerevoli piercing; ne aveva ovunque. Aveva lineamenti incantevoli e un'aurea al contempo magica e gelida.
Io, che solitamente nulla temo, ebbi paura d'avvicinarla.
Poi la avvicinai, sentendo che ormai mi stava scompigliando il cuore. Iniziammo a parlare, avevo compiuto un errore di valutazione, forse era solo la sua bellezza a farmi sentire in forse.
Quando mi sorrise e lo fece dopo poco, ebbi la sensazione che quello fosse il suo più bel sorriso, il migliore che avesse mai fatto e soprattutto il più bello che mai avessi ricevuto.
Quando il nostro discorrere che si era fatto fitto fitto, fu interrotto dal mio amante desiderai annientarlo, era di troppo.
Le lasciai il mio numero di telefono e mi allontanai.
Fu quello l'unico caso in cui il cogliere occhiate audaci tra i due mi avrebbe indispettito.
Lei mi telefonò la sera stessa. Facemmo l'amore per telefono, non l'avevo mai fatto prima di allora.
Io ordinavo, lei eseguiva.
Ciò che più amo nelle donne è il seno e le fu subito chiaro.
"Toccati le tette e pensa che sia io a farlo. Scuotile, lascia che ballino".
Immaginavo di potermene riempire le mani e la bocca e poi ancora le mani e la bocca un'altra volta.
"Fammele passare sul corpo, su tutto".
Sentivo quei seni grossi e pieni scaldarmi il ventre e la schiena.
Fantasticare è una delizia.
Lei, probabilmente, aveva per l'eccitazione iniziato a strofinarsi la fichetta... perché a un tratto, senza nessun preavviso, la sentii godere.
Ansimava. Avrei preferito sentirla urlare. Lei ansimava.
Ansimò anche tutte le volte in cui facemmo l'amore dal vivo in un tripudio di lingue, cosce, capezzoli e caldi aliti.
Non amavo i suoi piercing, mi pungevano le carni.
"Perché ti torturi così?", le domandai.
"Amo il dolore, ma quello rapido e denso".
"E i tatuaggi?".
"No, quello è un dolore sottile e continuo, non fa per me".
La vidi spesso in quei giorni, troppo forse.
Amavo trattarla da principessa. Mi accorsi poi che in realtà riservavo a lei attenzioni che avrei voluto che un uomo, bellissimo e potente, dedicasse a me. La portavo fuori a cena, le regalavo fiori e completini intimi che potessero esaltare il suo seno e i miei sensi di conseguenza.
"Ricordi quando parlavamo di tatuaggi?", domandò lei dopo una delle solite cenette romantiche con una luce che mai le avevo visto prima negli occhi e che mi fece paura.
Non dissi nulla, attesi in silenzio che si spiegasse meglio.
"Sai, sono tatuata di te ormai".
La paura, la mia, aumentò.
Lei si alzò la maglietta e vidi il mio nome tatuato sul suo seno. Uno scempio.
Non la volli incontrare mai più. Come il più codardo degli uomini, finito di godere del suo corpo, ebbi paura del suo amore.

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