Racconti Erotici

Trance alcolico

Scritto da R. D. Hastur

Ho uno snare nel petto e un charlestone nella testa. Rulli incessanti scuotono la mia cassa toracica, interrompendosi per brevissimi sessantaquattresimi coperti dallo splash dei miei neuroni.

Fiumi di nettare etilico mi scorrono nelle vene in piena, ma sembrano non essere sufficienti per ammansire il violento percussionista posseduto da Joey Jordison che attanaglia la mia anima.
Il mio spirito viene estirpato in un’atroce sofferenza dal desiderio.
Tento di supplirne la mancanza con lo spirito alcolico, ma con scarsi risultati. Non sento più nessun gusto mentre il denso liquido biancastro scivola lungo l’hurricane per riversarsi nel mio stomaco. E’ freddo; talmente freddo da bruciare. Un fuoco ghiacciato. E’ il fuoco ardente e lento della brama; carpisce la mia carne, penetra nelle mie ossa e non posso ignorarlo. Diminuisce solo quando il mio corpo si avvicina al comburente.
La presenza di lui è il comburente: la sua pelle candida, il suo volto dolce, i suoi occhi glaciali.
L’incendio che mi pervade diminuisce al suono della sua voce, tornando a divampare quando il suo distacco si fa marcato.
Devo fuggire allora, rifuggirlo. Cercare un luogo lontano da lui; un luogo dove posso impregnare il mio corpo, il mio sangue, in liquidi più roventi del fuoco che la mia dolcissima e dannata ossessione innesca in ogni mia cellula.
Inutile. C’è sempre un po’ di lui, ovunque; anche in questa bettola.
Pina Colada è la sua pelle: dolce, dal profumo di una lancinante delicatezza; Golden i suoi capelli speziati di vaniglia; Sapphire Martini il suo sguardo, falso ma incantevole nella sua intensa sensualità.
Devo fugare queste immagini, queste inutili analogie; cancellarle perché possano tornare limpidi i miei pensieri.
La trasparente e pura vodka può servire allo scopo, ne ordino un bicchiere e faccio lasciare la bottiglia.
Mentre il liquido scende caustico lungo la mia gola, mi sollevo dallo sgabello. Fuori dal pub la strada notturna è buia e vuota.
Cammino lentamente sull’asfalto, come tutte le notti, dopo aver esaurito le energie nel lavoro e nel tentare di sedare il mio desiderio per lui.
La bottiglia di vodka è quasi vuota quando arrivo a casa; bevo l’ultimo sorso, fracassando la bottiglia sul pavimento.
In quel momento una luce comincia a fendere la nebbia dei fumi alcolici nella mia mente; inizia a farsi strada una certezza. Ma la ribellione dello stomaco mi distoglie dall’ammirare quella luce.
Senza capire come e in quanto tempo, mi ritrovo inginocchiato davanti al cesso. E’ un immenso, lunghissimo istante, quello che passo abbracciato alla tazza, nel quale mi appare nuovamente quella luce; quella certezza: non può rifiutarmi per sempre. Non so come, ma è l’unica cosa di cui riesco a essere cosciente.
L’etanolo in eccesso si riversa assieme ai miei succhi gastrici nell’acqua stagnante della latrina. Poi tutto si annebbia e svanisce inghiottito dal nulla di questa notte.
Mi risveglio come da un sogno durato un millennio. Non riesco a capire il luogo in cui mi trovo, né la posizione del mio corpo. Sento soltanto una voce che mi chiama, dei colpi leggeri sulle spalle e sul volto.
Richiudo gli occhi. Sono troppo stanco; ma non riesco a prendere sonno: l’avatar di Joey Jordison si è risvegliato con me e stordisce le mie tempie con i suoi ritmi alt metal, più violenti che mai. Rullante, hi hat, tom, rullante, tom, hi hat, rullante, splash!
Una cascata fredda si precipita sulla mia testa, discendendo lungo la mia pelle che ora avverto completamente nuda.
Le mie tempie smettono di pulsare; ora è ogni mia cellula epiteliale a emettere grida lancinanti.
Spalanco gli occhi e mi appiattisco sullo smalto della vasca da bagno. Mi guardo intorno, confuso, quando il mio sguardo incontra il freddo azzurro dei suoi occhi.
Sto ancora sognando?
Il respiro diventa regolare, man mano che la pelle si abitua al freddo dell’acqua.
No, non sto sognando. Lui è lì, davanti a me; mi guarda come fosse stato vittima di un torto imperdonabile. Blatera d’incoscienza, di stupidità e di vergogna.
Realizzo che sta parlando di me, ma non m’importa.
Immediatamente ricordo quel lampo di lucidità prima del black out alcolico; mi ricordo della certezza che ha vacillato come una luce flebile nel buio della notte scorsa.
Non può rifiutarmi per sempre. Ora non può rifiutarmi.
Afferra i miei polsi e mi solleva a sedere. Lo fisso un istante; abbastanza a lungo per dimostrare che non ho più paura del suo sguardo... per accertarmi che, ora, lui abbia paura del mio.
Smette di parlare, le sue palpebre si aprono leggermente; quel che mi basta per essere sicuro.
Le mie dita ghermiscono i suoi abiti; faccio appello a tutte le mie forze e lo trascino nella vasca.
Appare confuso e dolorante; vedere la mia dolce ossessione così inerme riaccende il fuoco nella mia anima; prima che possa dire qualunque cosa, lo sollevo e lo sbatto contro la ceramica.
Riesce a emettere solo un gemito di dolore, prima che le mie labbra si premano forte sulle sue, dapprima serrate, poi schiudendosi; con la lingua e tutti i muscoli della mascella, forzo la sua bocca ad aprirsi.
Mentre le mie labbra sono occupate a convincere le sue, le mani vanno a liberare la sua candida pelle dai vestiti, ormai inzuppati completamente dal getto della doccia.
Quella foga con cui m’impossesso lentamente della mia persecuzione, si trasforma in crudele eccitazione; posso sentirla pervadermi completamente, come scariche elettriche, dalla punta delle dita che graffiano la sua pelle, alle cosce e le gambe che stringo intorno al suo corpo, trascinandolo a me.
Si ribella alla mia brutalità, tenta perlomeno; come io ho tentato di liberarmi della sua violenta presenza nei miei pensieri.
E’ una lotta impari: lui ha la forza della lucidità, ma è sorpreso e confuso; io ho l’accanimento disperato di chi ha subito per troppo tempo, rimanendo solo un’ombra.
Afferro con una mano entrambi i suoi polsi, tenendoli serrati dietro la schiena; con l’altra mano stringo i suoi capelli, tirandogli indietro la nuca, arcuando il suo esile corpo: mi pare più esile ora che il mio lo avvolge completamente.
La mia bocca discende lungo il suo collo; bacio la sua pelle, la lecco gustandone il sapore muschiato, succhio e mordo quanto più possibile.
Non riesco a fermare l’accrescere di quella crudele eccitazione; non riesco più a trattenere un’erezione che sento pulsare con prepotenza a velo dell’acqua.
Lui è tutt’altro che eccitato: vittima della mia irruenza, nudo e infreddolito dal getto d’acqua continuo, con tutto il mio corpo a ghermire il suo, continua disperatamente a strattonare e tentare di raddrizzare la schiena.
Quella sua ritrosità diventa comburente per il fuoco della mia anima; divampa in me un incendio che inizia a corrodere la carne quando, dopo aver assaggiato i suoi piccoli capezzoli rosa ed esser disceso lungo il plesso solare, la mia lingua inizia a giocare col suo ombelico ovale: in una lenta progressione i suoi muscoli iniziano a cedere, il suo corpo si rilassa, come rassegnato; smette di combattere, riconosce la mia superiorità. I suoi gemiti, da doloranti, iniziano a farsi più intensi e affannati.
Risalgo con la lingua fino al suo mento, lo afferro fra i denti e lo spingo in basso.
I suoi occhi fissano di nuovo i miei. Non hanno più l’ombra glaciale con la quale mi guarda di solito, ora sono socchiusi, le pupille si sono rimpicciolite e qualche lacrima scende sul suo viso dai lineamenti dolci.
Lo bacio intensamente, mentre la mano che tratteneva i suoi polsi lascia la presa.
Chiudo l’acqua, ormai nella vasca ce n’è a sufficienza.
Avvicino un po’ di più i nostri corpi, il mio pube va a spingersi contro il suo; sento le nostre erezioni pulsare all’unisono, l’una contro l’altra.
Le sue dita scivolano lungo le mie braccia, fino a immergersi.
La mia lingua danza un lento con la sua, accarezzandola e raccogliendo la sua saliva, che vado a deglutire. Non voglio perdere nulla di lui, ora che lo possiedo.

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