Racconti Erotici

Barbara

Scritto da Lazlo

Aveva lunghi capelli di corvo Barbara. La pelle bianca di luna ardente. Era una donna Barbara.

Due labbra rosse di sangue bagnate, le mani piccole e i piedi di neve. Come ogni venerdì, nella vasca da bagno, carezzava il suo corpo, sospesa fra il bianco di schiuma soffiata e l’oro di mille candele, in una danza rituale d’anima e fuoco, purezza e peccato. Una preparazione lunga e meticolosa dal respiro ampio e caldo... caldo come la cera, che a piccole gocce graffiava la carne e penetrava quell’anima che dal dolore traeva gioia e sicurezza. La bocca piegata in una smorfia sospesa, le mani a lenire il parto divino di una rosa scarlatta, dei suoi petali aperti a catturarne i sospiri.
Era una donna Barbara.
I suoi occhi erano grandi e rotondi, neri di carbone e brace. Molti restavano colpiti dalla loro dolcezza, dal loro abbraccio, da quel senso di perenne stupore e apparente mancanza. Pochi, forse nessuno, era capace di spingersi nelle loro profondità, come se un istinto primordiale di sopravvivenza potesse intuire un pericolo nascosto, un baratro troppo grande per lasciarsi cadere. La superficie appariva più sicura... e allora perché non accontentarsi? In fondo la bellezza è apparente... comunque appagante per chi si accontenta.
Aveva scelto l’abito giusto per quella sera. Una gonna nera sopra al ginocchio, le calze velate a colorare la pelle, un paio di scarpe lucide per tendersi in alto e una giacca che, stretta, esaltava le linee sottili di un corpo delicato. Nessun intimo era necessario, non quella sera.
Un ultimo sguardo alla posta. Nessun messaggio. Rilesse l’ultima mail inviata al prescelto, lapidaria e fredda come il respiro della morte. A mezzanotte.
Era ora, doveva andare. Scese le scale e si ritrovò a camminare sola nelle strade illuminate della sua città. Qualche gatto la osservava sornione passeggiare dritta, con passo deciso. Dalle finestre il rumore di qualche tv accesa, risate confuse miste a silenzio. L’aria fresca di una notte di fine estate si insinuava a piccoli vortici fra le sue cosce dando vita a piccoli brividi che, attraversando la schiena, arrivavano direttamente alla base del cranio. Pregustava già il piacere che di lì a poco sarebbe arrivato, ne era sicura.
In lontananza la luce della grande M la invitava ad allungare il passo, le gambe tese da muscoli lunghi e affusolati, lo sguardo dritto e talmente luminoso da trasformare in pietra chiunque lo avesse incrociato.
Era una donna Barbara.
Una maestra dai modi gentili e aggraziati. Giovane certo, ma non per questo penalizzata. Era riuscita in breve tempo a conquistare la fiducia di tutti ma, soprattutto, l’amore dei suoi alunni che vedevano in lei la dolcezza di una madre prima ancora della sua figura di insegnante. Certo il suo aspetto non era quello che stupidamente ci si aspetta da una maestrina. Era una donna, una femmina per chi aveva occhi abbastanza maturi, ed era bella... era molto bella.
Era una donna bellissima Barbara.
I corridoi della metro erano silenziosi, qualche barbone si preparava alla notte, gli ultimi passeggeri assonnati giravano come bambole meccaniche in attesa che la spinta della molla si esaurisse. L’odore di lamiera e di olio bruciato si mescolava al suo profumo aprendole le narici che respiravano ogni centimetro cubo di quel miscuglio. Le piaceva quell’odore immondo, quasi quanto quello del sangue. Faceva crescere in lei l’istinto predatorio delle belve, la salivazione aumentava, gli angoli della bocca si inumidivano, il corpo si tendeva all’infinito in spasmi di fame atavica, gli occhi già grandi diventavano enormi nella ricerca della preda... del predestinato.
Raggiunse la porta dei bagni e si infilò in quello centrale. Allargò le gambe puntando i piedi nelle pareti laterali, e così fece anche con le mani. In quella posa quasi vitruviana, fece un respiro profondo e si mise ad attendere. A barbara piaceva l’attesa.
Era una donna bellissima Barbara.
Non passò molto tempo che la porta più esterna si aprì. Silenzio. Pochi passi discreti e anche la sua porta fu aperta. Rimase immobile nella sua posizione, sospesa. Sentì delle mani sulle caviglie percorrere la sua pelle fino a raggiungere il sesso, già umido e aperto. La gonna si sollevò. Una mano appoggiata al collo e una alla pancia la spinsero a inarcarsi in attesa della penetrazione. Sentiva il respiro affannarsi, una lingua insinuarsi nell’orecchio. Quell’uomo dietro di lei era pronto a farla sua, l’odore del cesso si mescolava a quello del sesso, che strana assonanza. Inarcò ancora di più i glutei Barbara, si aprì completamente in un invito esplicito e finalmente sentì il suo cazzo fra le pieghe della carne. In quella posizione i colpi erano profondi, lenti e inesorabili defloravano il suo corpo facendolo tremare. I muscoli tesi a premere le pareti di quel minuscolo bagno lurido e fatiscente... il suo trono. Stava godendo, le piaceva sentirsi schiacciare alla parete sotto i colpi sempre più forti, in un crescendo blasfemo ed eretico. La sua lingua leccava voluttuosa quelle pareti zozze come a volerle mangiare, i suoi gemiti erano sempre meno sommessi. L’uomo strinse la presa sul suo collo e cominciò ad ansimare sempre più forte. Il suo cazzo penetrava sempre di più... sempre più velocemente, e le sue cosce continuavano a rigarsi di quel nettare dolce simile al miele. Cercò di girarle il viso ma lei si oppose. Gli uomini vogliono essere guardati quando stanno per arrivare al piacere, un atto maschile e narciso, ma lei non voleva... sapeva di non poterlo fare... non ancora.
Il seno turgido uscito dalla giacca dondolava a ogni affondo. La fame cresceva costante, il culmine era vicino. Sentiva ansimare sempre più forte alle sue spalle, ormai gli umori erano mescolati e l’odore sempre più pungente. Tre colpi ancora e un fiotto caldo le riempì il ventre, colandone poi fuori lentamente.
Era una femmina bellissima Barbara.
Ancora nella stessa posizione sentiva il respiro calmarsi. Era arrivato il momento, ma non bisognava avere fretta. Ogni cerimonia ha i suoi tempi e vanno rispettati. Il silenzio era rotto soltanto dal ronzio del neon lì fuori. Sentiva il suo imbarazzo, lo percepiva, immobile alle sue spalle.
"Ora vorrei vedere il tuo volto... i tuoi occhi".
Silenzio. Barbara non rispose ma, lentamente, cominciò a girarsi lasciando cadere in avanti la testa così da guadagnare ancora qualche istante, fino a trovarsi di fronte a lui. Silenzio. Ancora a gambe larghe appoggiandosi alle pareti vedeva il cazzo che l’aveva appena posseduta e nella sua mente non poteva far altro che pensare a quanto è sottile il confine fra preda e predatore. Cominciò ad alzare il suo viso fino a trovarsi di fronte a quello dell’uomo. I suoi occhi erano enormi, tesi fino a scoppiare, di una bellezza ipnotica.
"Mah... hhhhhhhhhhhhhhhhh".
I suoi occhi lo stavano letteralmente divorando mentre con uno spillone trafiggeva la sua giugulare. Il sangue zampillava a fiotti scomposti mentre Barbara osservava la morte sopraggiungere e si nutriva di quello sguardo terrorizzato e gelido. Lentamente la vita fluiva fra tremolanti spasmi, fino a che i suoi occhi non furono vuoti... svuotati di ogni barlume. Era sazia Barbara. Finalmente sazia.
Era una fiera bellissima, Barbara.

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