Racconti Erotici

Lucilla

Scritto da Roxy

Lucilla. Sedeva e pensava, Lucilla. Si alzava dalla sedia di mogano e prendeva la sigaretta tra le labbra.

L’accendeva e subito la gettava via, incurante della cenere calda che rotolava lungo la pelle rosea delle gambe, arrossandola.
Non c’era una traccia d’ordine nei suoi ragionamenti. Erano troppe le notti che trascorreva insonne nell’ultimo anno. Per l’esattezza 519 giorni, 14 ore e una manciata di minuti da quando il suo demone personale si era infilato nella mente, silenzioso e morbido come la nebbia di certe sere spettrali...
Un giugno come un altro, umido e torrido. Quel caldo che scivola sulla pelle, che incolla gli abiti al corpo, che porta via con sé ogni genere di riflessione a favore dell’assoluta voglia di non fare nulla.
Gli amici avevano organizzato una grigliata di pesce sulla spiaggia del piccolo paese della provincia genovese. Un gruppo affiatato e divertente che assicurava una serata tranquilla e tuttavia piacevole: quattro coppie di fidanzati e una di novelli sposi di ritorno dal viaggio di nozze carichi di foto e aneddoti che avrebbero dovuto indurre gli altri a decidersi per il grande passo.
Già intorno al falò, però, le cose sembravano non essere quelle previste... troppi visi sconosciuti e soprattutto troppi uomini mai visti. Del resto che male avrebbero potuto fare... di solito più si è, meglio riesce la serata.
Iniziarono così le presentazioni reciproche e Lucilla incrociò per la prima volta il suo demone.
Paolo, sorriso un po’ triste e grandi occhi neri. Pelle chiara quasi lunare su un viso che poteva non apparire bello ma che sicuramente colpiva. I capelli marroni erano ampiamente spruzzati di bianco quasi a rendere più mature fattezze da ragazzino. Per strada nessuno lo avrebbe mai notato e anche in comitiva era piuttosto taciturno. Eppure quella sera nella tenue luce del falò per Lucilla non era possibile scorgere altro che lui.
You are the only one who knows me... and I’m afraid of sinking...
Sei l’unico che mi conosce e ho paura di affondare...
ecco cosa era la verità per Lucilla.
Una lucida frase di una canzone rock romantica che incessante le rimbombava nelle orecchie. Non un sottofondo calmo e rilassante ma un ronzio continuo che non dava pace, che non le faceva chiudere occhio, che non le permetteva di dimenticare.
Dimenticare Paolo. Dimenticare di averlo amato. Per un anno erano stati insieme. Il cinema, le cene con gli amici, le serate passate a fare l’amore; tutto come una coppia di normalissimi fidanzati. Nulla stonava nella loro vita e se anche il sesso non era certo da set di cinema porno a Lucilla andava bene così.
Lui aveva imparato a conoscerla, sapeva cosa le piaceva e avevano condiviso le fantasie più trasgressive.
Facevano sempre l’amore con la luce spenta, per volere di Paolo. Si spogliavano a vicenda, timorosi quasi di far qualcosa che all’altro potesse non piacere e, lentamente, i piccoli baci delicati cedevano il passo alla voglia prepotente di fare l’amore.
Lucilla sentiva nella mente il desiderio che la spingeva ad aprire le gambe, il deliquio scendere giù tra le labbra bagnate che sentivano la pressione del suo corpo. Una voce dentro gli urlava Scopami, ti prego, fammi godere, non voglio sentire null’altro che te, ma quella voce rimaneva lì, chiusa dentro di lei, a fomentare un fuoco che le faceva spingere i fianchi con sempre maggior vigore. A quei movimenti serrati lui non riusciva più a controllarsi e, con foga crescente sentiva l’orgasmo raggiungerlo e vi si abbandonava nella maniera più completa.
Erano felici e abbastanza complici da condividere dopo un po’ giochi sempre diversi.
Tutto era iniziato con i film porno che si divertivano a guardare nudi in un letto invaso da popcorn e biancheria. Ai film erano seguite le chat erotiche in cui loro si scambiavano i ruoli in una continua recita che vedeva gli altri, uomini o donne che fossero, inconsapevoli partecipanti. Infine erano arrivati in casa di Lucilla sempre nuovi e divertenti giocattoli che entrambi usavano con divertimento e leggerezza.
Lucilla amava stendersi sul divano, sollevarsi la gonna e inoltrare la chiamata. Non sempre lui rispondeva al primo squillo allora lei ne approfittava per iniziare a masturbarsi. Spingeva le dita lungo il bordo del perizoma di pizzo, accarezzando il clitoride con piccoli colpetti e solo quando la voce di lui si materializzava nel microfono si penetrava con le dita rendendolo partecipe di ogni fantasia e gemito che quel gioco le procurava.
Alla fine rimaneva lì a gambe divaricate e col perizoma, ormai sfilato, in terra a sentire il suo corpo pulsare e il rossore defluire lentamente dalle guance. Tutta l’energia diventava spossatezza e spesso si addormentava, indecente, sul divano.
Anche i giochi a un certo punto non bastarono più e così una sera, mentre leggevano nel letto, Paolo le propose di passare una notte in un club per scambisti.
Lucilla era meravigliata da questa proposta, quasi a disagio. Non era certamente una bacchettona, anzi amava molto il sesso e tutta la complicità che avevano raggiunto insieme ma questo forse andava un po’ troppo oltre.
Immaginare il suo uomo nel letto con una sconosciuta forse non era un gran problema... ma come si sarebbe sentita lei quando un uomo estraneo l’avesse posseduta?
Riuscì a tergiversare facendo passare qualche settimana nonostante le richieste di Paolo si facessero sempre più pressanti.
Lui non capiva i dubbi e le perplessità che Lucilla oramai gli manifestava apertamente. Alla fine delle vacanze di Natale, quando sembrava oramai troppo tardi per uscire, lui le chiese di vestirsi in maniera molto sexy, quasi al limite della decenza.
"Stanotte voglio che tu sia la mia puttana”, le disse.
Lucilla sorrise ma sentì dentro di sé morire qualcosa.
Odiava quella sensazione ma odiava ancora di più sentirsi chiamare puttana. Non lo era e non lo sarebbe mai stata, per nessuno.
Giunsero in prossimità di una casa immersa nel bosco, in una località non troppo distante dal paese dove vivano.
La villa era tutta buia, eccezion fatta per delle candele che segnavano il cammino per gli ospiti. In quello che doveva essere un ingresso una donna piuttosto volgare, sigaretta in bocca e rossetto color fuoco, li accolse con un sorriso. Sembrava una delle famose matrone di felliniana memoria ma questo non bastava a calmare la sempre crescente ansia di Lucilla.
"Tutto è pronto se volete accomodarvi, signori", esclamò, sorridendo ancora più enigmatica mentre li accompagnava in una camera da letto.
Lucilla si sentì nuda. Nuda non per il mini abito di rete, indossato con un microscopico tanga in tinta che nulla poteva lasciare all’immaginazione, né per la depilazione brasiliana che Paolo le aveva richiesto per la serata. Era una nudità dell’anima, quasi che varcando quella soglia avesse detto addio al pudore che ogni storia d’amore porta con sé... e che lei non avrebbe voluto perdere.
"Non so se sono pronta a un'esperienza del genere, ma con te accanto potrei provarci", disse sottovoce lei.
"Questa sera voglio realizzare ogni mia fantasia e so che tu mi accontenterai", le rispose lui con un sorriso suadente ma quasi sconosciuto.
La stanza era buia e a sensazione doveva essere deserta.
Paolo si voltò verso Lucilla, la spinse verso il letto delicatamente come tante volte aveva fatto a casa e accese le luci tenui di un piccolo lampadario.
Lucilla vide allora ciò che non avrebbe voluto vedere. Due uomini in un angolo, nudi ed eccitati che si stavano masturbando, mentre Paolo si spostava verso la sua testa per tenerle ferme le braccia.
"Potete fare di lei quello che volete, è la mia puttana e stasera ve la regalo", furono le uniche parole che riuscì a sentire prima che i due uomini si avventassero su di lei come avvoltoi sulla carcassa di un animale.
Poi ci fu l’inferno per Lucilla o meglio sarebbe stato se ci fosse stato il nulla. Era lontana mille miglia da quel corpo che veniva violato da sconosciuti, mentre la voce del suo Amore si perdeva nei rochi gemiti di un orgasmo.
Ecco dove era lui... accanto a lei a masturbarsi... La sua fantasia era quella, poter godere in faccia alla sua donna violentata da due estranei.
Si lacerò qualcosa dentro di lei; le si aprì un gorgo nell’anima che ingoiò tutti i sogni e progetti. Un buco nero, pulsante, una ferita da cui far uscire dolore e vergogna. Vergogna per aver scelto lui, per essersi fidata, per aver immaginato una vita accanto a un uomo che non poteva essere colui che vedeva adesso.
Furono minuti, forse ore, Lucilla non lo sapeva; chiuse gli occhi e pregò di non aprirli mai più, di rimanere in quel silenzio per sempre. In silenzio perché non riusciva a urlare, a opporsi e neppure a far scemare la sorpresa per ciò che stava vivendo e che non avrebbe mai voluto vivere.
Era immobilizzata non dalle mani viscide di chi oramai non riconosceva più, ma dallo stupore...
Riaprì gli occhi e sentì il gelo del sedile di pelle della loro auto. Riconobbe le mani di lui che l’accarezzavano lievemente.
"Sei stata bravissima, tesoro. Forse non ti è piaciuto, ma la prossima volta giocheremo con le tue fantasie, te lo prometto".
Una voce lontana, estranea un tocco che la faceva sentire sporca molto più di qualsiasi altra cosa.
"Lasciami. Non toccarmi".
La voce di Lucilla acquisiva sempre maggior freddezza. Il corpo non esisteva più, era un simulacro ciò che vedeva nell’abito che stranamente era stato ricomposto su di lei con cura.
"Stella dai non fare così, era solo un gioco. Quante volte l’abbiamo visto nei film e ne abbiamo parlato? Dai non fare la sciocca, non rovinare sempre tutto... Vuoi guidare tu? Magari un po’ ti calmi... apri il finestrino... dai su... aspettami mentre rientro a prendere le giacche", e di nuovo lame affilate ad accarezzarle il volto con finta dolcezza.
Lucilla si raddrizzò e solo allora comprese. Il suo corpo era ormai sporco... macchiato da altri uomini. Marchiato indelebilmente da colui che amava. Nulla poteva lavare via quel marchio... nulla, neppure la vendetta. Ma quella poteva aiutare.
Girò la chiave di accensione del suo fuoristrada, accelerò e sentì i giri del motore, il ruggito di una tigre in gabbia. Sentì ruggire il suo cuore di odio e disperazione.
Paolo era lì a un centinaio di metri da lei. Le faceva segni con la mano, mentre il fuoristrada lanciato a tutta velocità lo centrava in pieno.
Da quella notte in poi, mentre cercava di dormire il ricordo del tonfo era l’unica cosa che distingueva con esattezza. Un tonfo sordo e nient’altro. Un tonfo che l’aveva vendicata, liberata e che le aveva permesso di rispondere al poliziotto semplicemente: "Ho realizzato la mia fantasia più grande. Lui l’aveva promesso... prima la sua e poi la mia".
Da quel giorno, anche in clinica, Lucilla aveva iniziato a fumare.

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