Racconti Erotici

Morgue

Scritto da Giovanni

"Mariuccia... mi scusi... le sta bene il rosso... davvero!". Cosa mi prende? Perché un complimento? Perché proprio a lei, un'infermiera, una donna di servizio in fin dei conti, niente di più.

Non intuisco cosa mi sia preso per comportarmi in questa maniera. Mariuccia la conosco da anni, e da anni non mi ha mai dato spunto per rivolgerle una parola che non fosse strettamente legata a un linguaggio rigorosamente professionale. Che ha stasera questa donna che mi ha fatto scivolare in un insolito atteggiamento? Perché mi sono attardato e l'ho attesa mentre andava a cambiarsi, perché?
Eccola qui davanti a me a un paio di metri con una espressione affabile, quasi sorridente, quasi. Mi osserva più che guardarmi ma lo fa con tatto, è riguardosa e anche sorpresa. Lo sono anch'io stupito per quanto appena detto, nemmeno soffuso ma attestato, assicurato con voce ferma, decisa e dolce. Già, mi scopro anche gentile, cosa che ho sempre volutamente lasciato da parte per non apparire arrendevole con i dipendenti, cedevole. Che mi succede?
Mariuccia ancora mi esamina sconvolta come se subisse un disturbo luminoso della vista, un fulgore nel buio, qualcosa d'inatteso ma non apprensivo. Ha una venatura che appare e scompare sotto le labbra come mostra un bambino prossimo al pianto. Lei non è commossa, nemmeno dispiaciuta e tanto meno confusa dalla mia frase cordiale ma imprevista, del tutto inattesa.
Non parla e continua a bersagliare le mie pupille e io a subire quella serie di raffiche che si trasformano in tutto fuorché in una reazione. Lei mi tempesta di chi sa quali frasi attraverso quell’espressione, m’incalza forse a dirle qualcosa di diverso, a chiederle scusa, a insistere gentilmente sull'argomento. Non so! Sono qui ammutolito e irrilevante. Potrebbe andarsene schivandomi e così mandandomi a quel paese con elegante disinvoltura, e invece è ferma come una lancia davanti a me, pronta a trafiggere. Mi rivolge lo sguardo senza sottrarsi al mio che insiste come non vorrei. Potrei dirle che ho pensato a voce alta e non era diretto a lei quel complimento. Non ci riesco, non posso perché non è vero.
"Che ti succede dottore?".
Dio che liberazione, finalmente parla, dice qualcosa. Sono trascorsi forse pochi secondi ma mi sembrano un'eternità come quando in fila procedo lento dentro quelle eterne gallerie dei valichi. Mi ha dato del tu per la prima volta! Mai fatto! Come si è permessa? Come si permette!
Ne ha facoltà?
"Che hai dottore? Mai visti sessantanove morti in una sola volta? Che ti prende dottore? Hai avuto paura di morire anche tu? Hai visto com'è facile crepare? Una caldaia non revisionata e sessantanove inquilini divengono cadaveri, da verticali diventano orizzontali e li portano da noi qui all'obitorio. E tu qui dottore, dopo sedici anni che mi hai tra le palle, che non mi hai mai notato come donna ma solo come prenda questo, faccia così, mai un buongiorno, un a domani Mariuccia, tu dottore questa sera tra sessantanove morti ammazzati mi dici che il rosso mi sta bene?".
Ne ha facoltà di trattarmi così, di maltrattarmi, di pronunciare quelle parole vere e taglienti. Non è sdegnata in viso, non s’inasprisce mentre le pronuncia. Mi rivolge lo sguardo rilassata, distaccata dalle parole, dal significato, e il suo sguardo è imparziale, non mi giudica, nemmeno mi condanna perché sa concretamente quanto mi meriti quelle pugnalate sul petto, coltellate date a chi come me adesso le merita.
"Che hai dottore? La morte ti mette addosso appetito?".
Appetito? Che centra adesso appetito?
"Che hai dottore? La morte ti mette addosso desiderio, strane voglie, inclinazione a fare del bene? Forse anche una golosità sfrenata? Vuoi possedermi dottore?".
Adesso mi umilia, mi mortifica, mi degrada e sa che lo sta facendo, che può farlo, se lo può permettere perché è qui con me, con un uomo inetto a farsi seviziare, a farsi prendere a pesci in faccia. Dov'è quell’uomo di carattere che sono sempre stato, la persona decisa che tutti hanno conosciuto, temuto, schivato, quel medico che pretende d'essere rispettato.
"Ti ho visto sai dottore come guardi certi cadaveri di giovani donne, come poni le mani sui peni di giovani uomini? La morte ti mette addosso desiderio, strane voglie, inclinazione a fare avances a chi ti serve da sedici anni e che non hai mai considerato come persona. Sessantanove morti ti mettono addosso angoscia, timore, inquietudine. Hai forse paura di rimanere solo anche tu come questi cadaveri? Hai capito che fino a oggi sei rimasto solo per tua volontà e che anche tu morirai solo come un albero sconfinato oltre i poderi di nessuno".
Mi sento adesso come un vecchio che, sordo e sbadato, attraversa la strada al sopraggiungere di un mezzo veloce, un automezzo che non frena, che mi travolge senza schivarmi. Mariuccia non frena nessuna trepidazione, butta giù parole come un fiume in corsa che trascina con sé tutto ciò che trova nel suo corso, m'investe senza compiacersi, con razionalità, con calma e tanta indifferenza. Mi fa sentire davvero un pover'uomo.
Stacco finalmente lo sguardo da quella donna, da quegli occhi umani, ma non da quel patetico momento e giro la testa sopra quella sterminata coperta di bianche lenzuola che ci circondano, ci cingono al centro di un freddo ambiente che mi sta precipitando addosso. Ho come l'impressione che tutti gli occhi da sotto le lenzuola mi spiino, che quelle persone abbiano sentito e continuano a vivere questa condizione.
"Sei perverso dottore! Sei corrotto dal ruolo che hai. Sei salito su un piedistallo da cui adesso hai capito che puoi cadere e nessuno raccoglierà le tue ossa. Adesso vuoi fare il buono".
Ha ragione Mariuccia, non posso darle torto, ma non posso darle ragione, ne va del mio pregio. La mia reputazione è adesso seriamente compromessa da quest'omaggio che gli ho rivolto pericolosamente, senza difficoltà e senza pena lei mi spoglia lentamente della mia uniforme che mi faccio togliere senza reazione alcuna. Il mio aspetto forte lo sta con le unghie graffiando e scorticandolo lo getta ai miei piedi, giù in basso, dove sto sprofondando colpito dalle sue parole, dalla sua attenzione. Lei sa che non resisto, che sono perverso, che mi faccio invadere dalla morte di un corpo, un fisico che mi attrae nel suo misero trascorrere il tempo senza vita. Mariuccia mi ha visto toccare ragazzi, uomini, donne, vecchi, ha pesato la mia moralità, lei sa come la salma m'impregna la mente, s'infiltra nell'attività mentale e diventa parte di un intrigo cui do il comando e perdo il controllo della mia mente, della professionalità, dell'etica in favore di un piacere che al tatto cresce e sempre meno diventa impaccio, sempre più piacere.
Mariuccia si allontana da me e credo che se ne andrà lasciando cadere me e quella situazione addosso alla mia coscienza, dentro la mia anima che ancora una volta rimarrà sola. Invece va al pannello elettrico e abbassa le luci e poi chiude le porte e torna verso me che la guardo. Che cosa sta macchinando?
Si avvicina e sempre più si accosta a me e, senza togliermi lo sguardo dagli occhi, mi appoggia le braccia sulle spalle e le labbra sulla bocca. La sento attaccata alla mia giacca, si unisce alla mia malridotta presenza, prende parte di un'intelaiatura funebre e piacevole, di un gradevole desiderio che anche lei con la lingua mi trasmette. Indugio, ma subito dopo ricambio quell'effusione giocando nella bocca sua e nella mia. La sento sospirare, strofinarsi lenta ma vibrare rapida come timballi di una cicala che si appresta a cantare la sua romanza d'amore attaccata al mio tronco. Incuranti della presenza di quelle persone, difesi dalla penombra, protetti dal calore dei nostri baci, chiusi in un'ampolla di passione, ci abbracciamo stretti scambiandoci il trambusto dei corpi. Siamo nelle tenebre di un obitorio colmo di anime abbandonate dalla vita e nell'oscurità ci cerchiamo con le mani lasciando che le apparenze cadano come la sua gonna e la mia giacca su un ghiaccio pavimento bianco e pulito. Cadono i veli della mia autorità dentro le sue mani abili nel procurare piacere attraverso un lento e continuo accarezzare. Il rumore del condizionatore si mescola con lo scalpiccio delle nostre suole, con il fruscio di una spallina di reggiseno che mi scappa dalla mano e ricade sulla sua spalla. Mariuccia mormora qualcosa che non comprendo, sussurra a denti stretti un piacere intenso nel trovarsi al cospetto del mio turgido pene pronto a essere lambito dalle sue labbra, carezzato dalla sua prudente mano, informato dalle intenzioni di una donna impaziente non più fredda e distaccata. Mi appoggio su una lettiga, su un lenzuolo che si affloscia sotto lo sforzo della mia mano. Non so chi riposa sotto quel tessuto bianco e vorrei saperlo, vederlo mentre lei saggiamente percorre il suo intento e il mio piacere. Porto la mano appoggiata sul corpo freddo e statico e brancolo nella penombra alla ricerca di un connotato di quella persona defunta affinché mi sveli la sua sessualità. E' un uomo, lo sento e ne ho piacere. E la mia compagna avverte quel calo di attenzione e sale su, baciandomi e diffondendomi l'odore del mio sesso. Mi toglie la mano dal pene del cadavere e ci si sdraia sopra invitandomi a penetrarla, a farla partecipe della mia decisa determinazione. Ubbidiente alle parole sussurrate dall'infermiera, le allargo i glutei e poi li bacio e quindi umidifico l'orifizio che più mi aggrada attraversare con passione e libidine. Accondiscendente Mariuccia si lascia sormontare dal mio ventre e quindi invadere dalla mia eccitazione, da un sentimento che non ha lo slancio di un giovane né di un innamorato, ma il desiderio di un uomo dissoluto che con bramosia guarda quelle lenzuola nelle tenebre e inizia a sodomizzare quella donna che vogliosa lo accetta silenziosa.
Mai avrei immaginato di godere in così meschina circostanza, di consumare un atto amoroso in questo luogo così assente da simili emozioni. Qui dove ho veduto dolore, dove ho praticato decine di autopsie, dove ho risposto a domande di poliziotti, magistrati e contestato altri colleghi, qui tra cadaveri freddi e imperturbabili ho avuto un amplesso con una donna vera, viva, con un'infermiera che adesso si ricompone raccogliendo dal pavimento le sue e le mie vesti.
Mariuccia rimette luce a quel locale e ripassandomi accanto mi dona un bacio sulla guancia.
"E' una vita che ti attendo e ti ho avuto. Adesso puoi anche continuare a fare il dottore".
Fredda e distaccata Mariuccia si allontana lasciandomi in un'oscurità che diviene ancora più buia e tetra quando sento chiudere la porta e lei scompare lasciandomi solo. Solo! Questa è la mia fine, la mia realtà, l'amaro scotto che pago per essermi isolato dentro il mio lavoro, dato in dono al mio orgoglio. Sono morto anch'io e non me ne ero accorto fino a ora, fino a quando non ho rivolto un apprezzamento a una donna, nel momento in cui ho visto che c'era vita attorno a me e angoscia dentro me. La mia vita è stata piatta, orizzontale, coricata come queste anime, questi corpi resti di una vita vissuta e che avrebbero voluto continuare a vivere. E certamente per questo motivo che cerco di toccarle, accarezzarle, perché morte e quindi avvicinabili. E' con i vivi che non riesco a confondermi, allacciarmi, verificarmi. La mia non è quindi perversione, ma paura, timore di misurarmi con gli altri, panico di essere aggredito. Mariuccia mi ha dimostrato che tutto questo è solo frutto della mia superbia, di questa fierezza che come un'armatura mi divideva da tutti e ne sono compiaciuto, ne faccio un vanto. Ho sempre considerato l'umiltà e la semplicità una vergogna, un imbarazzante disagio che m'intimorisce e allora tiro fuori le unghie, l'orgoglio, la mia posizione di dirigente. Come posso adesso ripagare tutte queste persone? Sono in debito verso loro!
Devo raggiungere Mariuccia e chiederle scusa, farmi perdonare e ricominciare con lei una vita, la mia vita, anzi... la nostra vita!
Esco in fretta dall'obitorio e percorro veloce il corridoio lungo e buio fino all'uscita e quindi attraverso la portineria senza nemmeno strisciare la tessera magnetica. Esco per strada e la vedo. Mariuccia è ferma sul marciapiede, accanto al cartello della pubblicità che ricopre la cabina della fermata dell'autobus. La devo raggiungere e...
Mariuccia avanza festosa, saluta con la mano qualcuno che con un'utilitaria si accosta al marciapiede e lei entra, accede in quell'abitacolo lasciandomi ancora una volta solo.
La vedo dal vetro lasciarsi baciare da qualcuno che immette la marcia e sparisce di nuovo alla mia vista.
Non importa! Vado al parcheggio e anch'io m'infilo dentro la mia scatola di metallo e radica di noce e accendendo lo stereo mi lascio guidare dal grigiore del mio rigore al di fuori di quella circostanza appena trascorsa, consumata e già dimenticata.
Torno a casa, nella mia confortevole tana e mi sciacquerò da dosso questa parentesi sotto la doccia e quindi finirò di leggere un romanzo iniziato tre giorni fa.
Domani mi aspettano una miriade di rapporti scritti, di referti, di telefonate cui dovrò dire le solite stupidaggini che si dicono in queste circostanze disastrose. Ci saranno la televisione, i giornalisti e dovrò essere presentabile, per cui forse è meglio se dopo la doccia vado a riposare per essere interessante e distinto come si addice a un medico del mio rango.
Mariuccia? Chi è Mariuccia? Una semplice infermiera, una donna di servizio in fin dei conti, niente di più.

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