Racconti Erotici

Parigi

Scritto da Elisa G

Il sole batte insistente tra i miei capelli, la mia nuca è bollente, le guance scottano così tanto da riscaldarmi le mani fredde, ghiacciate, ricche di emozione quando ogni volta lo vedo e incrocio il suo sguardo attraverso il vetro che ci separa.

Mi alzo, le rotelline della sedia bianca raschiano il pavimento come un treno che frena sui binari morti, abbasso lievemente le veneziane, oscuro lo studio, la penombra mi è sempre piaciuta, mi sento protetta, sicura. Aggiustandomi la gonna grigia noto che, sulla coscia destra, la calza autoreggente nera si sta bucando, sospiro nel pensare a quanto vorrei essere nuda tra le sue braccia, spogliata da questi inutili indumenti, viva come solo so essere con lui, donna, amante, femmina. Sono stanca di lavorare, mancano ancora tre ore prima di scappare nel mio rifugio, nella mia piccola ma accogliente casa, una profonda tristezza mi accarezza gli occhi bagnandomeli di quella rugiada salata chiamata lacrima, non mi piace aprire la porta e sentire quel silenzio che avvolge quelle mura, nessuna parola, nessuna carezza, nessuno sguardo d'amore, di passione.
     Il mio ufficio lo divido con un'altra persona, la segretaria del signor Rossi, un signore anziano, rotondo, con una strana faccia da cotechino, guance rosse, quasi viola, labbra sottili e due occhi che sembrano due bottoni neri, senza nessuna luce, senza nessuna emozione ma con la sola espressione sporca di farsi tutte le donne che incontra. Anch'io sono caduta nella sua trappola, anch'io sono finita a letto con lui, anch'io mi sono fatta coinvolgere dalle sue parole ma per me, al contrario delle altre, l'essere andata a letto con lui significava fare un dispetto al mio più grande amante. Nessun coinvolgimento emotivo, nessuna parola, nessuno sguardo dolce, solo un'avventura selvaggia, violenta, animale; ricordo ancora le sue mani sudate sui miei fianchi mentre spingeva il mio sedere sul suo pene piccolo ma duro, ricordo il mio disgusto nel sentirlo dentro di me, ansimare con la sua pancia che mi sfiorava i glutei e il suono ripugnante delle sue palle contro la mia pelle liscia e arrossata. Ogni volta che mi vedeva in ufficio mi faceva quel terribile occhiolino, la punta della sua lingua asciugava - agli angoli della sua piccola bocca a ciabatta - una finta bava e quando si accorgeva della mia indifferenza alzava le spalle, apriva la porta del suo ufficio e tutto era finito, la sua speranza di riprovare quel momento era morto per sempre e non sarei stata di certo io a farlo resuscitare.
     Nella nostra vita incontriamo molte persone, molte di esse ci fanno del male e noi, alla fine, non fidandoci più di nessuno, tendiamo a scambiare le poche buone in cattive perché le nostre paure, nate da esperienze negative, ci annebbiamo la mente con la fuliggine delle nostre insicurezze. Purtroppo ne ho conosciute molte di persone arroganti e crudeli, una di queste è il signor Rossi, innocuo signore benestante ma con un cuore avido e assetato di un potere immortale che solo Dio possiede. Non mi lusingava ricevere le sue avance, non provavo nulla per lui, niente emozioni, niente amore, niente stima.
     Io volevo e amavo il signor Lorenzo Gigli. Il mio capo. Miliardi di pensieri e di fantasie giocavano con la mia mente quando vedevo il suo fisico snello ma muscoloso, maturo ma sportivo, i suoi due tatuaggi visibili, una scritta che partiva dal gomito e si estendeva fino al polso, ho sempre provato curiosità nel sapere cosa ci fosse scritto ma non sono mai riuscita a leggerla, impazzivo quando intravedevo tra i suoi capelli ricci, ribelli, il cuore tatuato dietro l'orecchio, tante volte ho sognato di baciarlo e sfiorarlo, adoravo i suoi occhi color cioccolato, la sua pelle abbronzata dall'ultima vacanza ai Caraibi con sua moglie e la sua bambina di tre anni. Lo amavo. Lo volevo.
     "Valentina devi disdire i miei impegni di domani e dopodomani. E devi disdire anche i tuoi".
     La sua voce mi sveglia dai miei desideri, lo guardo con uno sguardo assente, ma appena focalizzo la sua richiesta alzo il sopracciglio, lui sorride.
     "Sì, lo so, avrai tantissimi impegni ma dobbiamo partire per due giorni. Andiamo a Parigi, devo incontrarmi con un altro direttore, la conosci la rivista Vogue, vero?".
     Annuisco. Sento i miei muscoli atrofizzati, sono così contenta che non riesco a muovere nemmeno un dito della mano ma, dentro di me, il mio cuore e il mio corpo ballavano un tango assassino.
     "Ti prego di non portarti dietro mille valigie, lo so come siete voi donne, per voi niente è abbastanza, ma sono solo due giorni, quindi un piccolo bagaglio. Ti aspetto con i biglietti all'aeroporto, mi raccomando, abbiamo il volo alle dieci, arriva per le sette".
     Annuisco e, mentre sparisce nel suo studio, sorrido e gioco con una ciocca di capelli, sono così contenta, elettrizzata che potrei fare la maratona di New York in soli trenta secondi e per di più con i miei tacchi da dodici centimetri.
     "Vale non ci credo, ma ti rendi conto?".
     La voce di Sara mi risveglia dai miei sogni, oggi mi sento sulle nuvole, non so perché ma forse è la volta buona che il mio desiderio si trasformi in realtà.
     "Sì, sono così felice...".
     "Farei cambio volentieri con te, sono stufa del signor Rossi, parla sempre di te e mi tocca sempre il culo".
     Alzo le spalle, mi dispiace, so cosa vuole dire, è difficile lavorare per quel verme di uomo.
     "Spero che il suo atteggiamento con te migliori", dico sincera anche se, in cuor mio, so benissimo che se nasci tondo non puoi morire quadrato.
     "Già... Tu, invece, promettimi che quando torni mi racconti tutto, e quando dico tutto intendo davvero tutto".
     Mi fa l'occhiolino, io rido e chiudo gli occhi, sospiro e penso ai miei due giorni da sogno.
     La città eterna degli innamorati è oscurata da tanti nuvoloni grigi e neri che condensano il cielo in un'ampolla di vetro trasparente. A Parigi piove ma è così bella, romantica, affascinante che quelle piccole goccioline che si infrangono sul parabrezza dell'auto trasformano il tutto in pura poesia. Ogni volta che il mio sguardo incrocia un parigino o la Torre Eiffel o un negozio di moda, una parte di me ritorna bambina.
     Io e Lorenzo siamo seduti vicini in un taxi con un autista arabo, l'interno dell'auto sembra una moschea, immaginette sacre, le foto piccole delle torri gemelle disintegrate e uno strano rosario, in cui al posto di Gesù Cristo c'è un mitra in legno. L'odore di bagnato, di tabacco e di incenso donano un sapore acido e amaro ai miei timori e segreti più remoti. Ho paura, terrore di queste persone, di queste menti pazze e assetate di false giustizie e ipocrite religioni, sono esausta dell'ignoranza della gente così assatanata dal suo credo, dalla sua fede troppo profonda verso un Dio che, forse, non esiste.
     Lorenzo percepisce il mio stato d'animo perché sono già due volte che mi sorride e mi stringe la mano destra, ho i guanti di lana nera mentre la sua pelle calda annienta quella barriera, il suo calore mi entra dentro come un lampo spezza il cielo. Il suo contatto risveglia la voglia tremenda e intensa che ho di lui, della sua bocca, delle sue mani, del suo corpo, tutto su di me.
     L'albergo è il più prestigioso e il più costoso di Parigi. Appena entriamo io vengo rapita dalle sue luci e dall'eleganza che avvolge l'edificio.
     Lorenzo sta parlando in francese con il direttore di quel paradiso e quando parla con questo accento mi eccita profondamente.
     "Stanza 53 la mia e 56 la tua".
     Abbiamo entrambi la tessera magnetica per aprire le nostre porte, io tengo il trolley con la mano sinistra mentre la destra solleva la mia borsa di Gucci, lungo tutto il corridoio si sono create delle piccole gocce disegnate dal mio ombrello bagnato.
     "Trovata!".
     Si ferma, posa il suo borsone da calcio sgualcito e, serio, si appresta ad aiutarmi a trovare la mia stanza.
     "Eccola, è solo due porte più avanti alla mia, se hai bisogno bussa... per qualsiasi cosa Valentina".
     Annuisco e, mentre striscio nella fessura la tessera, spingo il trolley dentro la stanza, lentamente, buttando la mia borsetta sulla poltroncina bianca davanti a un bellissimo letto matrimoniale con un piumone rosso fuoco, mi ci tuffo dentro e chiudo gli occhi.
     E' sera quando mi sveglio, sento bussare, la camera è buia ma la luce dei lampioni fuori dalla finestra dona una leggera penombra che mi permette di vedere dove metto i piedi e di aprire la porta. Appena la luce violenta del corridoio sfiora i miei occhi addormentati mi ritraggo come un vampiro scappa davanti a un raggio di sole.
     "Buonasera signorina".
     Lorenzo con un sorriso mi dona una rosa bianca, io la prendo con le mie mani fredde e l'annuso così intensamente da sentire i miei polmoni tossire di dolore.
     "Ti devi assolutamente vestire, andiamo a cena e incontriamo questo direttore dei miei stivali".
     Ammicca e, salutandomi con la mano, chiude la porta, mi fa segno di aspettare sotto nella Hall.
     Non so cosa mettermi, in questi casi noi donne diventiamo così insicure da rinunciare ai nostri migliori appuntamenti. Velocemente mi spoglio, vado in bagno, apro l'acqua calda della doccia, con la punta delle dita dei piedi sento il calore di quel liquido trasparente che con le sue piccole gocce mi coccola il corpo, i capelli, le labbra. Apro la bocca, l'acqua mi entra in gola, tossisco e mentre mi guardo i seni sodi e bianchi vedo i capezzoli così duri da sembrare due piccole caramelle alla fragola. La schiuma bianca crea alla base della doccia uno strano manto bianco, sembra neve e cotone insieme.
     Uscendo dalla doccia un freddo pungente mi avvolge il corpo in una morsa ghiacciata, prendo velocemente l'asciugamano rosso e, asciugandomi, immagino che il mio tocco leggero siano le mani audaci e sicure di Lorenzo. La mia mano sfiora i seni, gioca con i capezzoli, la pelle morbida, liscia, profumata; scendo, il mio ventre piatto e fertile, scendo nuovamente fino a sentire l'umore del mio frutto proibito che molti uomini vorrebbero ma che io voglio dare solo all'uomo che riesce ad accendere il corpo come il sole che luccica nel cielo d'agosto. Mi siedo sull'angolo del letto, nuda, l'asciugamano per terra, mi distendo, ansimo, è un gioco, un gioco pericoloso ma bellissimo, una partita a scacchi tra me e il piacere.
     Immagino le sue mani su di me, la sua bocca che mangia tutto quello che vuole, voglio essere la sua mela, il suo frutto del peccato, la sua donna e il suo giocattolo d'amore. La mia mano calda si fa spazio nel mio calore più profondo, gioca col clitoride gonfio pronto a essere baciato, accarezzato, leccato. Ho voglia di lui, questo desiderio mi sta affaticando, mi sta facendo impazzire di dolore, una sofferenza fisica difficile da spiegare e impossibile da comprendere.
     Guardo l'ora, non ho tempo per regalarmi minuti di estasi, devo vestirmi e alla fine, mentre decido di mettermi un vestito blu di seta, prendo l'intimo nero di pizzo e cotone, perizoma e reggiseno, autoreggenti e scarpe decolleté col tacco di undici centimetri, adoro i tacchi, rendono più femminile una donna e la trasformano, se li sa portare, in una regina di eleganza.
     Sorrido mentre mi vesto, penso a quanto siano ingenui alle volte i maschi, pensano che noi siamo ingenue bambine, stupide, ignoranti, ma quando capiscono che siamo noi a decidere tutto - con chi fare l'amore, chi conoscere, cosa dire, come agire - si sentono così scemi da scappare via al secondo appuntamento. Non siamo attrici e loro non sono marionette, noi siamo solo corpi con una testa e un cuore e come tali facciamo in modo di prenderci chi vogliamo e, se possibile, per sempre. L'uomo è uomo, i maschi ragionano con la testa che hanno in mezzo alle gambe e col cuore piccolo che batte nei loro villosi o depilati petti; se la donna è brava, li ama e loro amano lei, il cuore cresce e qualche volta riesce a ingannare e annientare la tentazione che gli dona la loro testa, il loro desiderio chiuso nella patta dei jeans.
     L'ascensore è accompagnato da un ragazzo in divina rossa, alto, magro, biondo e con uno sguardo malizioso e profondo. Gentilmente mi fa segno di accomodarmi e io, con passo svelto, mi siedo sul divanetto di velluto magenta dietro di lui.
     "Bonsoir mademoiselle".
     "Buonasera".
     Sorrido.
     Ride.
     "Piano?".
     "Piano terra, grazie".
     "Prego".
     Il suo sguardo dolce ma malizioso mi fa sorridere il cuore. E' un ragazzo giovane, forse ha la mia età, ventitré anni ma ne dimostra qualcuno in meno. Ha una luce negli occhi verdi che gli accende tutto il viso.
     "Parli la mia lingua, è bello quando un francese parla l'italiano, quell'accento è delizioso".
     Mi guarda serio. I suoi occhi si spengono creando una piccola smorfia agli angoli della bocca.
     "Sbaglia signorina, io sono un parigino, non un francese, e vorrei tanto che la sua compagnia stasera fosse tutta per me".
     Ora rido io, faccio una smorfia e, mentre l'ascensore si ferma e si aprono le due porte di ferro argentato, gli do' un bacio sulla guancia nell'esatto istante in cui Lorenzo mi guarda e si incammina verso di me.
     "Non ti posso lasciar sola, fai già strage di cuori".
     Mi fa l'occhiolino e, cingendomi il braccio alla vita, sorride al ragazzo dell'ascensore proprio come fanno i cani per marcare il loro territorio. Io sono sua e dentro di lui lo sa.
     "Sei bellissima".
     "Oh, anche lei".
     "Ti prego, siamo a Parigi, non darmi del lei, mi fa sentire vecchio... Per questa sera prendi la parte di mia moglie".
     Mi fermo, mi paralizzo e Lorenzo vedendo il mio atteggiamento mi sposta i capelli dagli occhi e mi da' un bacio sulla guancia.
     "Non te l'ho spiegato prima ma ho detto a questa persona che venivo con mia moglie, lei non è potuta venire quindi devi prendere le sue veci, devi comportarti come lei, agire come lei, fai tutto quello che ti senti di fare come se fossi mia moglie".
     Sorride. Lui mi sta chiedendo di comportarmi come se fossi la sua compagna di vita, mi sta dicendo di fare quello che ho sempre sognato di fare da quando lo conosco, non ci credo, all'improvviso mi sento sospesa da terra, spaventata ma elettrizzata.
     "Lo farò Lorenzo".

Se devo essere sua moglie, ora lo bacerei. Lentamente mentre lui guarda il cameriere indicarci il nostro tavolo, mi avvicino al suo corpo, i tacchi mi consentono di arrivare alla sua bocca senza troppi problemi, gli assedio il collo con le mie lunghe e affusolate braccia e, mentre il mio seno sfiora il suo petto coperto da una bellissima camicia bianca, con la punta del naso faccio dei cerchi immaginari sulla sua guancia rasata ma ispida. Il suo viso ora osserva me, sicura mi avvicino ancora di più, gli bacio il labbro superiore, gli succhio il labbro inferiore e solo ora, lo bacio. La mia lingua entra nella sua calda bocca così velocemente da inebriarmi col suo sapore dolce di tabacco e whisky, lo sento tentennare, si irrigidisce e solo quando la mia mano gli sfiora i capelli sento la punta della sua lingua ballare insicura con la mia in un meraviglioso tango assassino. E' un bacio veloce, profondo ma ancora molto acerbo.
     "Signor Gigli, Signora Gigli".
     Lorenzo si stacca dalla mia presa, mi guarda, lo guardo e per la prima volta i nostri sguardi urlano la stessa cosa. Voglia, desiderio, passione, ardore.
     "Salve signor Jeris, le presento mia moglie Valentina".
     "Piacere di conoscerla".
     "Piacere mio, bella signora".
     La cena inizia bene, prosegue bene e, quando arriviamo al dolce e il signor Jeris si assenta per rispondere al telefono, lo guardo, ha lo sguardo basso, ha parlato per tutto il tempo di lavoro, non mi ha mai chiesto niente e se non fosse stato per Jeris io avrei fatto la bella statuina muta.
     "Mi dispiace Lorenzo".
     Accavallo le gambe, assaggio il dolce alla panna e ciliegia e continuo a osservarlo curiosa di una sua parola, di un suo gesto, di un segno di vita verso di me.
     "Non hai nulla da dispiacerti Valentina, anch'io ti ho baciato".
     "Ma se io non avessi cominciato...".
     "No ti prego, non incominciamo con i se... i se non esistono, una persona agisce, punto e basta. Mi spaventa questa attrazione che provo già da un po', sono diviso tra la mia famiglia, la mia fedeltà e la voglia, il desiderio per te".
     Senza farlo apposta una gocciolina di panna mi cade sul seno, lui per la prima volta in tutta la serata si volta verso di me, guarda la sala e, solo quando vede che nessuno ci guarda, si china per leccarmela e baciarmi. Mi bacia così violentemente da sentire la sua lingua nello stomaco, nell'angolo più remoto della mia anima. Improvvisamente si stacca facendomi rimanere ancora affamata di lui, con la bocca socchiusa, con la mia voglia prepotente.
     "Il problema è che tu sei una brava persona, non sembri quelle ragazze che scopano col capo per far successo, sembri una bambina con un corpo da donna e, sottolineo, un bellissimo, straordinario, incantevole corpo da donna".
     Sorrido.
     "Quando ti ho visto con quel ragazzo sono stato geloso di qualcosa che tra noi non è mai successo o, forse, mai nato da parte tua".
     Il signor Jeris si siede, si scusa per l'assenza e mi bacia la mano, è già la quarta volta che mi sfiora, cerca un contatto e io sempre a sorridere gentile mentre l'unico tocco che vorrei è quello di Lorenzo.
     "Ha una bellissima moglie, signor Gigli".
     "Lo so".
     "Sembra Demi More in Proposta indecente, solo i capelli lunghi castani la differenziano".
     Lorenzo si volta, si avvicina, mi sfiora il collo con le labbra, mi bacia, mi fa male, sento pizzicare la pelle e solo ora capisco che domani mattina, su quel piccolo strato di pelle chiara, nascerà un succhiotto viola. Un fiore scuro nel mio prato color avorio.
     "Posso sapere da quanto siete sposati?", domanda mentre sorseggia il suo champagne.
     "Tre anni", rispondo sorridendo e massaggiandomi il collo.
     Lorenzo mi guarda intensamente, leggo nel suo sguardo sorpresa e intrigo, non sapeva che io fossi al corrente di tutto, io so tutto di lui e della sua vita coniugale.
     "Liti? Incomprensioni? Tradimenti?".
     Il signor Jeris posa il suo calice di cristallo vuoto, la mano leggermente tremante fa sussultare il bicchiere dell'acqua. Sorrido nel vedere il suo viso contratto da mille rughe, gli appesantiscono gli occhi regalandogli dieci anni di più, i suoi sottili occhi azzurri sono spenti da anni di carriera impagabili per aver sottratto dalla sua vita attimi di pazzia. La nostra esistenza è ricca di istanti folli e d'amore e io stasera ho voglia di mangiare uno di questi frammenti d'aria viva.
     "No, niente di tutto ciò, forse qualche lite ma banale, subdola".
     "Amore, mi hai tradito con la tua segretaria ricordi?", domando seria.
     Gioco.
     Lorenzo si volta, mi guarda, mi scruta, vuole viaggiare nei miei occhi, entrarci e capire cosa mi passa per la testa, ma fino a ora nessun uomo c'è mai riuscito. Ho una frontiera troppo forte, protettiva per far passare un essere umano che può annientare tutte le mie deboli difese.
     "No, non è vero, quella sera ho resistito e sono ritornato da te superando quella tentazione".
     Il signor Jeris si alza e, baciandomi nuovamente la mano, mi spinge fra le sue braccia, ha una presa forte, decisa, ferma.
     "Signora Gigli, vorrei farle una proposta in privato".
     Lorenzo, che prima era seduto rigidamente sulla poltroncina bianca, ora si rilassa, il cameriere gli versa lo champagne, accavalla elegantemente le lunghe gambe e, con un cenno della mano, fa capire al direttore di potermi rapire. E' agitato, si vede, si percepisce, oppure è solo la mia insulsa paranoia, non lo capisco, lo conosco da due anni e sto rinunciando a comprenderlo.
     Il signor Jeris mi cinge la vita con il suo braccio forte e possente, mi stringe a sé e quella decisione mi fa venire un leggero brivido per la schiena, così potente da tremare per pochi secondi, una scossa, un'elettricità intensa e incontrollabile.
     Ci avviciniamo all'ascensore, preme il pulsante il quale da trasparente diventa di colore verde. Le porte si aprono, il ragazzo di prima appena mi vede sorride, leggo nei suoi occhi la stanchezza di vedere solo gente ricca e anziana, è normale che sia felice di rivedermi ma il suo dolce sorriso svanisce quando mi vede in compagnia del solito signore benestante e deciso a portami a letto.
     "Piano?", domanda rauco.
     "Suite".
     Tasto ottavo. Non è difficile da dire eppure non lo dice, e non dice nemmeno grazie, niente, tutto gli è dovuto e guai a contraddirlo, il suo sguardo ti annienta e pensare che, sotto le lenzuola, nessuno ha un titolo, un soldo, una dignità. Tutti vogliono una cosa sola e che sia la loro moglie o una prostituta a dargliela non importa, l'importante è saziare la loro folle voglia di sesso. Le porte si riaprono, noi usciamo, il ragazzo dolce rimane dentro, mi osserva per l'ultima volta, lo guardo, gli sorrido ma lui abbassa lo sguardo. Sono triste, la serata non si sta svolgendo come sognavo.
     Il signor Jeris mi fa accomodare dentro la sua bellissima suite, mobili bianchi, specchi, cestini di frutta fresca ovunque e un enorme divano ad angolo rosso in centro alla sala. E' tutto magnifico ma in questo lusso non mi riconosco, mi osservo ma è come se fossi trasparente, non mi vedo eppure ci sono o, forse, solo il mio corpo è qui e la mia anima è rimasta in Italia, nel mio piccolo ma caldo appartamento in centro Torino.
     "Valentina... appena l'ho vista si è acceso in me un desiderio assopito da anni".
     Con la coda dell'occhio mi sistemo il rossetto rosa leggermente sbavato all'angolo destro delle labbra. Il signor Jeris prima di sedermi mi offre un bicchiere ovale, bombato, con un liquido marroncino chiaro all'interno, titubante, decido di prenderlo e berne un sorso. Tossisco.
     "Lo so, è un po' forte ma è un brandy buonissimo".
     Sorride e solo ora vedo un lampo di umanità nei suoi occhi avidi di denaro e privi di emozioni.
     Si siede vicino a me, lentamente prende dalle mie mani il bicchiere freddo, posa anche il suo sul tavolino di vetro davanti a noi e con movimenti decisi mi denuda completamente la spalla dalla piccola bretellina nera del vestito.
     Mi bacia, le sue labbra secche ma dolci percorrono la clavicola, arrivano alla gola, al mento e infine alle labbra; insistente infila la sua lingua lunga dentro di me, possiede la mia, la fa ballare, muovere così freneticamente da staccarmi da lui e alzarmi da quel pezzo di inferno rosso.
     Mi manca l'aria.
     "Non posso, amo Lorenzo".
     Il signor Jeris si alza, prende il telefono, compone un numero e mi passa la cornetta.
     "Pronto?".
     "Lorenzo ti prego, vienimi a prendere, sono alla suite numero 73".
     "Valentina calmati, andrà tutto bene".
     "No, non andrà tutto bene, non voglio stare qui. Vieni a prendermi per favore".
     Silenzio. Sento il suo incantevole respiro agitarsi. Forse mi ama anche lui.
     "Ma... secondo te, perché non ho portato veramente mia moglie?".
     La sua voce è dura, sicura, prepotente.
     "Perché non poteva venire, l'hai detto tu prima di iniziare la cena, ricordi?".
     "No, ho mentito. Non ho portato mia moglie perché sapevo del debole del signor Jeris per le consorti degli altri uomini d'affari. Tu sei il mio contratto di lavoro per ottenere l'affare della mia vita, se non mi aiuti da domani sei licenziata e con nessuna referenza".
     "Ma...".
     Non faccio in tempo a continuare la frase che sento il classico rumore della telefonata chiusa dall'altro lato della cornetta. Mi sento gelare il sangue, sono stata ingannata, illusa e tra un po' anche usata. Sono un misero contratto di lavoro, un passatempo, un gioco di sesso tra due direttori di due famose riviste di moda.
     Sento le lacrime calde che mi rigano il viso, violente, vive, percorrono quel breve tratto dagli occhi alla bocca con una velocità così rapida da berle con la punta della lingua.
     "Valentina, sapevo che suo marito mi avrebbe donato una notte con lei, l'avevamo pattuito una settimana prima di questo incontro".
     "Io sapevo tutto", mento.
     Mi asciugo le lacrime. Mi specchio, prendo un fazzolettino di carta dal pacchetto di cartone affianco al cesto di frutta e, mentre asciugo il mascara colato sulla mia faccia d'attrice, rido.
     Vuole giocare e io gioco ma, di sicuro, non sarò io a perdere.
     Il signor Jeris è immobile davanti al divano, è appoggiato allo schienale di quell'inferno rosso, il suo bicchiere di brandy tra le mani, il suo sguardo compiaciuto, felice, beffardo.
     Mi avvicino a lui come una gatta che vuole le coccole dal suo nuovo padrone, lenta, fiera ma fragile e impaurita dal nuovo contatto. Sono a pochi centimetri dalla sua bocca, il suo alito macchiato di alcool mi confonde il gusto e l'anima. La punta della mia lingua amara gli lecca le labbra, assaporo il suo forte sapore e, mentre lo guardo seria ma serena, prendo un cuscino bianco, lo poso ai suoi piedi, mi inginocchio, gli slaccio i pantaloni del completo gessato blu scuro e immediatamente lo prendo in bocca.
     Non è duro, non è eretto. Questo bastardo vuole un lavoro totale, ben fatto e io gli darò tutto quello che vorrà, nessun pensiero, nessun senso di colpa, perché la mia coscienza è morta tre minuti fa insieme al mio sciocco cuore innamorato dell'ennesimo uomo sbagliato.
     Il suo sapore vince sulla mia amara saliva. Lo sento, si sta indurendo, è bastata una carezza alle palle, una leccata sulla cappella gonfia e rosea e un movimento veloce avanti e indietro per farlo diventare duro come un pezzetto di marmo. E' imbarazzante ammetterlo ma è come piace a me, lungo, largo, duro e depilato, ha un bell'aspetto e il sapore non è così male anzi, è buono perché dopo un po' si confonde con il mio umore di donna ferita ma ancora vogliosa di essere posseduta.
     La sua durezza mi riempie la bocca, le sue mani raccolgono i miei lunghi capelli castani in una malconcia coda di cavallo, li stringe a ogni fremito di piacere intenso, guida il movimento, alle volte lo decido io, alle volte è lui che me lo spinge giù, fino in gola, quasi voglia mandarlo al mio stomaco vuoto. Soffoco, detesto fare quel brutto rumore di quando mi manca il respiro ma devo abituarmi al suo pene gonfio dentro di me.
     "Allarga bene la bocca", ordina con voce bassa.
     La spalanco così che lui, con tutta la sua virilità, mi penetra la gola, la fotte come se fosse il mio sesso bagnato e morbido. Sento la cappella premere le mie profondità, quando la tira fuori la guardo, è bianca, il sangue lentamente ritorna per renderla rossa e livida, bella, un colore vivo scappato da una tavolozza di colori troppo spenti.
     Mi alzo, gli prendo le mani, lo bacio sulle labbra lentamente, ho ancora il suo sapore, voglio mischiarlo alla sua saliva amara, voglio renderla dolce e pungente del suo umore e del mio falso pudore. Si libera i polsi dalla mia stretta, contraccambia il bacio, ritorna a essere frettoloso, a muovere quella lingua come un frullatore impazzito, dimentica però che io non voglio essere frullata ma amata.
     "Non sapevo che fossi così spudorata, Valentina".
     Ho gli occhi chiusi, sento le sue parole avvolgermi, non mi toccano, non ho coscienza, non mi sento in colpa, non mi vergogno di quello che sono perché per me l'importante è essere e non apparire, non fingo, io vivo e basta, vivo di attimi, emozioni, amore puro in ogni sua forma.
     Sento le sue mani bollenti ma con i polpastrelli ghiacciati accarezzarmi il collo, poi il seno coperto dal vestito, lo stringe, stuzzica i capezzoli duri, scende, mi tocca il ventre, l'ombelico e continua a baciarmi avidamente.
     Mi prende in braccio, mi aggrappo alle sue possenti spalle, annuso i suoi capelli brizzolati corti, profumano di menta e fumo, gli lecco il lobo dell'orecchio mentre con un dito gli socchiudo le labbra. Lo lecca, lo succhia e quando lo ritraggo lo assaggio io.
     Sorride mentre mi butta sul grande divano rosso, si spoglia completamente, io rimango seduta, vestita, con le mie scarpe dal tacco alto che mi stringono e incominciano ad appesantirmi le caviglie. Lo guardo, rimango incantata dal movimento dei suoi vestiti morti per terra, si inginocchia, mi apre le gambe, sollevo il bacino, mi sfila il perizoma nero, solleva l'abito da sera lungo fino all'inguine e solo ora percepisco il suo respiro nelle profondità più buie del mio frutto proibito. Soffia sui pochi peli che ho, mi accarezza le gambe, le sue grandi mani sono diventate fredde e lente, un dito si intrufola dentro di me, non entra ma percorre il mio sentiero come un boy scout esperto. Si lecca il polpastrello, si distende sopra di me per farlo leccare anche a me, lo prendo, lo succhio e estraggo il mio umore dalla sua carne ghiacciata. Lentamente mi lecca la linea del sentiero, con due dita la apre un po', l'osserva, la guarda, la bacia per poi soffermarsi con la punta della lingua al mio clitoride gonfio e sensibile. Lo lecca veloce, mi fa tremare, respiro a fatica, mi aggrappo ai pochi cuscini rimasti sul nostro inferno rosso, spalanco le gambe cosicché lui possa regalarmi il mio pezzo di paradiso terrestre.
     Muovo il bacino verso la sua bocca, alle volte così violentemente da farlo momentaneamente staccare da me. Il suo dito mi entra dentro velocemente, lasciandomi senza respiro, ne aggiunge un secondo e insieme a esso incomincia a muoverli insieme, lentamente, avanti e indietro mentre mi lecca ovunque.
     Suona il telefono.

Il signor Jeris si alza e con delusione noto che la sua erezione è svanita, il suo pene è diventato molle come prima, la mia bocca l'ha rianimato ma non estasiato.
     "Pronto?".
     Silenzio.
     "Sì, certo, tra pochi minuti apro la porta, a dopo".
     Mi alzo, il vestito si disegna sul mio corpo coprendo il mio sesso bagnato, pulsante di piacere e affamato di riceverne ancora.
     "Chi era?".
     "Nessuno che possa interessarti".
     "Lorenzo?", domando speranzosa.
     "No. Il signor Gigli sarà nella sua stanza a masturbarsi o starà già dormendo".
     Si avvicina a me. Mi guarda e poi ride.
     "Godevi prima, eh?".
     "Sì".
     I miei occhi privi di vergogna sconvolgono i suoi, abbassa lo sguardo, mi guarda il seno, mi prende la mano e mi guida verso la camera da letto. Il letto ha un delizioso piumone bianco con dei disegni beige ai bordi, mi tolgo le scarpe, mi sfilo il vestito ma solo la parte sopra, osservo il suo viso desideroso di mangiarmi il seno, di divorarlo ma si limita a fissarmi.
     "Quanto sei bella Valentina".
     Sorrido.
     "Vieni da me...".
     Il signor Jeris si avvicina e solo ora noto con mia grande sorpresa che in mano ha un foulard blu.
     "Vuoi passare una notte di puro piacere, di pura estasi?".
     "Sì", rispondo immediatamente.
     "Bene... allora fatti bendare".
     Mi giro, gli do' la schiena, mi benda, sento il suo pene che ha ripreso vigore sbattere dolcemente sul mio sedere, mi aggiusto i capelli pizzicati dal nodo e mi siedo sul letto, attendo la mia sorte, aspetto quel pezzo di inferno che tanto voglio ma da cui vorrei tanto scappare.
     "Sei così bella che potrei farti mia ogni ora di questa lunga notte".
     "Accomodati Jeris", dico allargando le gambe.
     "Spogliati completamente e mettiti in ginocchio sul letto".
     Eseguo i suoi ordini con un tale trasporto e desiderio da sentirmi una bambina con il suo giocattolo preferito, nuovo, appena comprato da un parente lontano.
     Improvvisamente sento un leggero squilibrio nel materasso, il peso di Jeris è forte, lo sento avvicinarsi, si sistema dietro di me, mi bacia il collo, io inclino la testa indietro, l'appoggio alla sua spalla larga e, mentre le sue mani accarezzano dolcemente il mio seno sodo e morbido, gemo di piacere nel sentire i suoi polpastrelli bollenti stringermi con un pizzico i capezzoli turgidi.
     "Nessuna donna, in tutta la mia vita, si è accesa così...".
     Le sue parole si spengono sulla mia clavicola, spingo lentamente il sedere verso di lui, lo strofino, stuzzico il suo pene duro, lo chiamo, lo voglio ma lui resiste, mi prende le spalle e mi rimette in ginocchio.
     "Non è il momento. Non ancora".
     Il foulard incomincia a darmi fastidio, mi sento pizzicare gli occhi, voglio aprirli, spalancarli, vedere il mio corpo vivo sotto l'assedio forte delle sue mani avide e curiose di me. Dentro alle mie pupille si formano strani cerchi arancioni, sintomo di una chiusura forzata, obbligata dai suoi giochi perversi ma eccitanti.
     Un fremito, un brivido mi percorre la schiena mentre sento un altro paio di mani sul mio ventre, mi spalanca le gambe e un viso si sposta velocemente sotto al mio sesso bagnato, sento il suo respiro entrarmi dentro, una lingua bollente si fa strada e apre il mio sentiero, mi lecca le grandi labbra, le succhia e, quando le lascia, si sente quel rumore di strappo che mi fa gemere violentemente.
     "Spero non ti dia fastidio se si è aggiunta un'altra persona".
     I baci, la lingua, le carezze non mi permettono di rispondere, sono scossa da mille piaceri, mille voglie, le mani di Jeris mi stuzzicano i capezzoli mentre la sua bocca mi lecca il lobo dell'orecchio. Sento le ginocchia barcollare, il respiro accelerare, il cuore scoppiare. Un terremoto di estasi sta facendo crollare tutte le mie inibizioni, le mie barriere. Tutto il mio essere donna si sta disintegrando lasciando scaturire in me un senso animale, istintivo, una folle voglia di godere e far godere fino allo svenimento dei sensi.
     Le mani dell'altra persona mi premono le cosce verso le sue labbra affamate, sono seduta sul suo viso, la sua lingua è entrata dentro al mio sesso, si muove lenta e, mentre la sua bocca si apre come se stesse mangiando qualcosa, urlo, gemo così forte da non sentire più il mio cuore battere. Percepisco, nonostante i miei sensi annebbiati dal piacere, che l'altra persona è un uomo, sento la barba incolta sulle labbra gonfie e umide della sua saliva e dei miei mille umori.
     "No", sussurro istintivamente mentre sento il piacere placare, il vuoto sotto di me.
     "Valentina, l'altra persona mi dice di volerti scopare... Gli dai il permesso?".
     "Sì, assolutamente sì".
     "Bene, allora io mi siedo sulla poltrona e vi lascio godere, ma non troppo, dopo ti voglio per me".
     Mi sculaccia il sedere, un suono acuto riempie la stanza silenziosa e, mentre il suo peso scompare dal letto, penso al mio perfetto sconosciuto, abile baciatore e adorabile fonte di piacere.
     Sono seduta sul grande letto, risento il suo calore sotto di me, le sue mani decise sono la sua invisibile voce, mi prende i polsi e mi fa distendere sopra di lui in un meraviglioso sessantanove, sento il suo pene durissimo sulle labbra, le mie mani lo cercano, lo trovano, lo accarezzano. Sento la sua cappella gonfia pulsare, è bagnata. Poso la bocca su di esso senza aprirla e percepisco i battiti del suo cuore, che accelerano al ritmo del piacere che tra poco gli darò.
     Lo prendo tutto in bocca, senza mezze misure, senza assaggiarlo prima, lo divoro, lo sento giù in gola, è un po' più lungo di quello del signor Jeris, mi fa soffocare più velocemente ma anniento la mia voglia di tirarlo fuori, lo voglio dentro le mie profondità più remote.
     Il suo corpo trema, geme e per la prima volta sento la vibrazione delle sue corde vocali, una voce bassa, profonda e un po' rauca dovuta forse, al piacere inebriante della mia bocca.
     Sono affamata, una fame incontrollabile, una voglia assassina di piacere, un'estasi che poche persone ti sanno donare e, quando incontri quelle giuste, ne approfitti come la migliore prostituta. Mi ritengo un'esperta donna del sesso, amo farlo e impazzisco nel dare piacere, adoro vedere negli occhi degli uomini quegli sprazzi di incoscienza che solo il loro uccello duro sanno donargli. Noi donne siamo cavie, giocattoli, tempo perso, avventure, molte volte penso che l'amore vero non esiste ma, quando incrocio per strada i vecchietti che si tengono ancora per mano, la mia anima si scioglie come neve al sole lasciando in me la consapevolezza della mia menzogna, non trovando l'altra metà della mia mela, mi autoconvincevo di una verità scomoda. Una bugia.
     Non ho ancora trovato il mio famoso principe azzurro, verde, rosso, giallo. Non ho ancora conosciuto un uomo vero, un uomo che ascolta il suo cuore e poi gli impulsi stupendi del suo corpo vivo da mille brividi terreni. Ho preso una decisione dall'ultima storia d'amore finita male, ho deciso di godermi la vita, di cogliere l'attimo fino a quando l'amore suona alla mia porta per riportare in vita le mie membra ferite da mille delusioni.
     Quando un cuore è ferito va in letargo, un riposo forzato da una società troppo frenetica e senza valori, si dimentica di respirare quell'aria pulita che solo l'amore gli sa donare, dimentica di capire il bene e il male di ogni situazione, dimentica cosa vuol dire voler bene davvero senza aver bisogno di vendere un sorriso per elemosinare una carezza finta.
     Non puoi comprare l'amore ma puoi obbligarlo a venire prima da te, aumentando i battiti del tuo cuore. Il tempo passa più in fretta e, così facendo, la solitudine muore e i secondi accelerano.
     Ogni volta che faccio sesso mi sento una bellissima bambola. Plastica, carne, stoffa, ghiaccio, non importa di cosa sia fatta, l'importante è funzionare, saper usare tutta l'alchimia e lo spirito di una vera donna per far volare il piacere sulle vette dei monti più alti.
     Mi sento ridicola. Ho questo assurdo foulard blu davanti agli occhi, ho la bocca sporca dagli umori di un uomo di cui non so il nome né conosco il suo viso. E' come se fossi una bambina con un cono gelato gigante ma con dei gusti che non ho chiesto.
     "Non fermarti proprio ora. Ti prego".
     La sua voce. Quel timbro malinconico ma solare, quel tocco invisibile che mi sfiorava il cuore, quel dito prepotente che mi toccava l'anima mentre dentro di lui sapeva già di dirmi addio.
     Ricordi. Aveva già tutto scritto, come un esperto scrittore sapeva già tutto ancora prima di lasciarmi, aveva compreso ancora quando mi diceva il suo amore che mi avrebbe lasciata andare via. Lo amavo, l'ho sempre amato ma ora mi faceva schifo, lo detestavo con ogni centimetro della mia pelle.
     Mi alzo, scendo gattonando dal letto. Mi tolgo la benda e sedendomi, dando la schiena a entrambi, sento un sorriso prepotente disegnarsi sul mio viso stanco.
     Nessuno sa che un semplice sorriso è il passaporto dell'anima, ci permette di scappare dal gelo di questa società, povera di valori ma ricca di falsità e freddezza. Io ora voglio scappare ma non ho le forze per farlo. Il mio corpo è scosso da tanti brividi di piacere, è come anestetizzato da una droga potente, ho voglia ancora della sua lingua, del calore sotto di me, del suo pene duro e gonfio, ho voglia ancora e ancora del nostro amore passato, dimenticato.
     "Valentina, questo è mio figlio Saverio".
     Mi volto verso il signor Jeris. Lo fisso cercando di capire attraverso il suo sguardo eccitato e perplesso se fa finta di non conoscermi o se il figlio non ha mai ammesso di aver avuto una fidanzata, un amore, una storia.
     Scoppio a ridere, una risata sana, grassa, liberatoria, voglio far sfuggire dalla mia bocca tutto quel marciume che ho assaggiato, leccato, baciato.
     Mi alzo, mi avvicino a Jeris, mi siedo sopra di lui, infilo velocemente, con un colpo preciso, senza mani, il suo pene duro dentro di me, lo cavalco, veloce, veloce, lento, veloce, veloce. Mi alzo lentamente, ho solo la sua cappella gonfia dentro di me, la faccio entrare ma lascio fuori tutto il resto, gioco con quella, lo voglio far venire in due secondi, voglio farlo impazzire, voglio succhiargli l'ultimo respiro per sputare quell'aria putrida in faccia a suo figlio.
     Non mi volto, non lo guardo, non lo sento. So che se i suoi occhi guardano i miei, sentirei la mia anima trafiggersi in mille pezzi, uno specchio bellissimo in mille frammenti diamantati. Ho soffocato il dolore della fine con un tappo di sughero rosa, ho drogato il mio cuore con la polvere sottile delle città, ho pianto sul cuscino ogni notte, lasciando come mille fossili le mie gocce salate. Sono stanca ma non mi arrendo, non voglio perdere questa volta, in questo gioco di falsità voglio vincere io, la piccola, fragile principessa delle favole sepolte.
     "Basta... Basta... Lascialo respirare".
     Sento le mani di Saverio cingermi la vita, mi prende in braccio, mi butta sul letto, guardo la faccia di Jeris pallida, le sue labbra tendenti al viola mi danno l'impressione di uno dei miei tanti rossetti.
     "Lo volevi ammazzare?", urla nudo contro di me.
     Velocemente si avvicina al padre, due uomini spogliati dai loro ipocriti costumi si guardano, si osservano. I loro peni duri, rigidi, lunghi, quasi si toccano quando Saverio gli massaggia il viso per donargli quel colore che è fuggito tra i mille respiri di estasi. Jeris mi fissa il seno, cerca di alzarsi, barcolla ma riesce a raggiungermi, mi prende i polsi, mi fa alzare e improvvisamente, mentre il suo pene accarezza il mio ventre, mi da' uno schiaffo così forte da farmi cadere all'indietro.
     "Puttana. Maledetta puttana!", urla.
     Mi massaggio il cuore che pulsa sulla mia guancia destra, mi brucia, il calore che percepisco mi accende la coscienza addormentata da anni. Mi alzo, nuda, arrabbiata davanti a due uomini che mai avrei creduto di incontrare oggi.
     "Questa puttana, sai chi era molto tempo fa?", domando seria mentre fisso Saverio.
     I nostri sguardi si incrociano, si scontrano, si bruciano. Ricordi dimenticati, resuscitati, vissuti ma allo stesso tempo morti per sempre. Jeris guarda me, poi suo figlio, alla fine ritorna a posare il suo sguardo sporco su di me.
     "Ero la fidanzata di tuo figlio, colei che doveva sposare, colei che amava e che voleva per sempre".
     Ride.
     "Tu? Non ci credo, mio figlio è un ragazzo serio, non va a troie".
     Prende un paio di boxer dal cassetto del comodino vicino al letto, se l'infila e velocemente ritorna sul suo trono, su quella poltrona bianca dove prima lo cavalcavo, lo uccidevo.
     "Serio? E' serio un ragazzo che scopa in compagnia di suo padre? E' serio quando fotte la stessa donna che vuole farsi suo padre?".
     "Tu sei una donna, non devi giudicare, devi solo stare zitta e aprire le gambe, farci godere e andartene quando tutto è finito. Troia!".
     Le sue parole mi fanno sentire una dama del cinquecento di fronte a un vecchio re, un re con pensieri preistorici e idioti. Con passi svelti ma traballanti mi scaglio su di lui, gli tiro schiaffi, pugni e morsi, cerco di mordergli tutto quello che trovo ma Saverio, da buon principe, da bravo figlio difende suo padre, buttandomi per terra e facendomi battere la testa sulla gamba in legno antico del letto. La mia mano tremante corre verso il dolore acuto che sento alla nuca, una striatura di sangue mi colora di rosso i polpastrelli bianchi, gelati come la neve, morti sotto il peso di un piacere troppo breve per essere pagato con la mia dignità.
     Cerco di alzarmi, mi aggrappo al piumone sfatto ma scivolo, ribatto la testa sul pavimento, la mia vista è annebbiata e, mentre si aggiungono le lacrime come condimento della mia disperazione, sento le mani di qualcuno buttarmi sul letto. Mi sento un sacco di patate, tuberi gialli come l'oro scaraventati da una parte all'altra per far mangiare chi digiuna d'amore da troppo tempo.
     Saverio è davanti a me, ha portato via suo padre, l'ha chiuso nell'altra stanza, lo sento urlare, imprecare ma lui è vicino a me, mi massaggia la testa, mi asciuga il sangue, mi bacia lentamente gli occhi leccandomi lentamente le mie lacrime d'argento.

"Tu sei pazza, l'ho sempre saputo ma ora ho avuto la prova. Lo sai che mio padre è un uomo particolare, all'antica, l'hai provocato troppo".
     Deglutisco a fatica, cerco di parlare ma sento bruciare la gola.
     "Uomo all'antica non vuol dire essere così stronzi e meschini e...".
     Tossisco.
     "Non parlare, ti fai solo del male, devi andartene da qui".
     "Non ci riesco, sto troppo male".
     Il suo sguardo ora è dolce, attento, comprensivo. Le sua labbra, prima tirate da una smorfia di odio ora sono distese, morbide, rosa. Mi bacia, mi bacia così teneramente da sentirmi sciogliere come il burro in una pentola di rame. I miei nervi si ammorbidiscono con la sua lingua veloce, il dolore soffoca sotto il peso del piacere, della voglia addormentata di lui, di noi.
     "Ho sempre adorato fare l'amore con te, è l'unica cosa che mi è mancata da quando ci siamo lasciati".
     Si distende sopra di me, il peso dolce del suo corpo mi schiaccia, fatico a respirare ma è così bello risentirlo vicino a me che mi passa tutto.
     Le sue parole dure ma sincere mi solleticano il cuore mentre il suo pene durissimo sventra il mio sesso asciutto ma voglioso. Mi fa male, mi ha sempre fatto male la sua tremenda voglia di me, è impaziente, frenetico, desideroso di catturare ogni mia particella di calore e di passione.
     "Sei sempre così bella, Valentina", sussurra dentro la mia bocca.
     Ora ho il suo respiro sul mio collo, i baci sono finiti, la tenerezza svanita, le parole scappate dalla sua razionale mente. Spinge, spinge sempre più forte, spinge così prepotentemente che sento la sua punta nelle mie profondità, sembra un animale, un predatore che si sta nutrendo della sua stupida preda.
     Le mie mani sulla sua perfetta schiena, l'assecondano, le mie unghie premono sulla sua carne come per aggrapparsi da qualcosa su cui vorrebbero solo fuggire, scappare via per sempre.
     Mi sento morire. Mi manca l'aria. Mi manca me stessa.
     "Basta".
     Lui continua imperterrito, le mie parole soffocate dai suoi movimenti veloci e forti, il rumore frenetico dei suoi colpi che spingono contro il mio corpo facendo sbattere la spalliera del letto.
     "Ho detto basta. Basta!", urlo.
     Saverio si ferma, mi fissa, resta dentro di me, sorride. Inizia a muoversi lentamente, spinte dolci ma decise, mi prende i polsi e me li mette sopra la testa, li chiude in una trappola mentre con l'altra mano scivola sul mio clitoride, lo solletica, ci gioca, lo pizzica mentre il suo pene duro continua la sua maratona.
     "Ti piaceva così tanto...".
     Gemo, urlo, un piacere immenso mi sconvolge, non riesco a parlare, a muovermi, a ribellarmi. Non ci riesco, è troppo potente questa estasi ma devo farlo, devo farlo per me stessa e per il mio folle dolore durato troppi anni. Le mie mani strette dalla sua presa mi pizzicano i capelli mentre violentemente sbatto la testa sulla spalliera del letto ogni volta che i suoi movimenti riprendono a essere violenti, brutali, animali.
     "Basta".
     Lo spingo via, le mie gambe che prima gli serravano la vita si allargano, le mie unghie graffiano, le mie labbra mordono e le briciole del sentimento che provano per lui, finalmente, muoiono per sempre. Volano via da me, lasciandomi libera da una maledizione durata troppo a lungo.
     Si alza, si massaggia la schiena, non ci riesce, si siede e mi fissa con occhi crudeli.
     "Troia!", sussurra.
     A fatica mi alzo, prendo il mio vestito blu, svuoto un vaso ricco di gigli giganti vicino alla poltrona bianca dove è seduto Saverio, l'acqua gli bagna i piedi grandi e con passo deciso apro la porta. Jeris è seduto sul divano, sorseggia il suo brandy. Mi vede, si alza, si scaraventa su di me imprecando, ma io lo fermo minacciandolo col vaso di cristallo premuto sul pomo d'adamo, evidenziato dalla sua troppa saliva.
     "Te lo rompo in testa se ti azzardi a picchiarmi ancora!".
     La mia voce bassa ma decisa lo fanno indietreggiare, so che non ha paura di me, come potrebbe, sono piccola, minuta e ferita ma quando una donna sembra indifesa i suoi nervi l'aiutano a diventare un'eroina e a vincere la battaglia.
     Bussano alla porta. Corro verso quel rumore, corro verso la mia libertà, corro perché voglio rinascere e dimenticare questa brutale serata. Apro la porta, lo vedo, i suoi occhi sono pieni di rabbia, di paura, di stanchezza ma lui è lì, davanti a me, pronto a proteggermi.
     Il mio principe è ritornato da me, mi avvicino, l'abbraccio e mentre il mio naso si inebria del suo profumo, vedo dietro la schiena, stretto nelle sue mani, un lungo e affilato coltello luccicante.
     Mi stacco subito da lui, lo fisso negli occhi, le sue pupille verde smeraldo mi scrutano serie. E' deciso a volersi rovinare la vita per un mio sbaglio, una mia colpa.
     "No. Non farlo", sussurro al suo orecchio destro.
     "Valentina, chi picchia una donna non merita di vivere".
     Il suo accento francese mi scalda il cuore e mi raffredda la guancia pulsante di dolore, ricordo di questa brutta serata finita male. Non posso permettergli di difendermi, so farlo benissimo da sola, senza l'aiuto di nessuno, tanto meno di un uomo. Ho imparato a tutelarmi, a raffreddarmi, a scappare quando sentivo la carezza di un sentimento e il fiato di un emozione. Ho paura, ho un terrore folle di lasciarmi andare, di mescolare il mio respiro con l'aria di un'altra persona, di riunire i nostri corpi in un' unica anima, di baciare davvero, di assaporare ogni fibra del suo sapore per capire se mi ama o se mi desidera e basta. Rovinarsi l'anima nell'aspettare una sua chiamata, il tempo di vedersi, il tempo di sentire la sua voce arrabbiata o di udire le sfumature calde di quando ti vuole, ti ama, ti annienta. L'amore uccide il cuore lentamente, è un veleno seducente e dolce, ti scalda e ti mantiene giovane il cuore quando tutto va bene ma, quando l'amore finisce, entra in circolo lentamente fino a farlo appassire di dolore. Un fiore macchiato di sangue in un cielo nero di pianto.
     Un nuovo sole sorgerà e gli porterà quel vigore, quella vita che prima lo rendeva bellissimo mentre ora lo rende rinsecchito come la pelle di un anziana signora di ottant'anni.
     Il tempo è la medicina, di giorno ti trucchi e mascheri quelle occhiaie viola che ti fanno sembrare un pugile che ha perso l'incontro più bello, la notte piangi, soffochi urla, grida che nessuno sentirà a parte le piume bianche del tuo cuscino.
     "Spostati Valentina".
     La voce di lui mi sveglia dai miei pensieri, improvvisamente capisco che non devo permettergli di commettere nessun errore, non deve macchiarsi l'anima per colpa mia, sono stata io a cacciarmi in questa situazione e io concluderò la mia battaglia con la mia dignità di donna.
     Per la prima volta, leggo il suo nome nel tesserino piccolo con una cornice dorata, attaccata al suo petto, proprio davanti al suo cuore.
     "Daniel ti prego, esci, aspettami al piano di sotto".
     "Non vado da nessuna parte se tu non vieni con me. Ho promesso alla suite a fianco che avrei rimediato al vostro caos".
     Daniel entra nella stanca con passo veloce, sembra un felino arrabbiato, il suo corpo snello ma possente si piazza tra me e Jeris, mentre Saverio osserva la scena dalla soglia della porta della camera da letto.
     "Ragazzino cosa vuoi fare? Non giocare col fuoco, ti bruci, non te l'ha detto la tua mamma?".
     Saverio ride alla battuta di suo padre, è una risata ironica e ricca di malignità e superficialità.
     "Mia madre mi ha insegnato molte cose, una tra queste è riconoscere i coglioni veri. Non so se sa che la madre dei cretini è sempre incinta. Il giorno che è nato lei poteva andare al cinema, di stronzi al mondo ce ne sono talmente tanti che la sua mancanza non l'avrei sentita".
     Ora ero io che ridevo, mi ha stupito perché anch'io pensavo la stessa cosa.
     "Daniel, è un'intera generazione, perché non solo la madre di Jeris ha messo al mondo un coglione, ma anche sua moglie si è data da fare per cagare un altro stronzo".
     Sorrideva, i suoi occhi erano ritornati gentili ma attenti, leggevo una lieve paura che non voleva lasciar trapelare, ma i suoi occhi verdi la facevano galleggiare come le farfalle colorate nei prati più profumati.
     "Ora basta! Non ho intenzione di farmi insultare da due poveracci, cosa volete?".
     Saverio avanza nella stanza, versa un po' d'acqua nel bicchiere di suo padre, il brandy è finito ma delle gocce che erano depositate sul fondo colorano il tutto di un color fango.
     "Bevi papà, non vogliono niente perché io ho filmato tutto".
     Le sue parole mi agghiacciarono il sangue, il cuore si fermò per tre secondi, non riuscivo a respirare, non potevo credere che ancora una volta era lui a vincere la mia partita.
     "Non è vero", disse deciso Daniel.
     "Ah no? Vuoi vedere? Vuoi guardare come la tua principessa mi succhiava il...".
     Non finì la frase che Daniel corse verso di lui, gli puntò il coltello alla gola, padre e figlio in fila, come due soldati, la lama appuntita viaggiava tra il collo di Saverio e quello di Jeris, i loro occhi terrorizzati e sorpresi mi diedero un piacere indescrivibile.
     "Basta. Dammi subito la videocamera e non vi farò niente".
     "Non avresti il coraggio di fare niente, moccioso!", disse Jeris.
     Saverio sorrise.
     Sapevo che prima o poi la pazienza di Daniel sarebbe finita, mi aspettavo un gesto estremo ma si limitò a sfregiare la guancia destra del mio ex fidanzato.
     Un taglio lungo come il mio mignolo, preciso, netto. Il sangue gocciolava sulle sue labbra, si asciugava tremante con l'asciugamano che teneva stretto alla vita, ora era nudo, il suo bel corpo muscoloso lo vedevo morto, sepolto dal peso del mio dolore.
     "Dammi quella fottuta videocamera. Ho incominciato con la faccia, questa volta scendo più in basso", urla minaccioso Daniel.
     Il coltello, lentamente, cammina in mezzo al petto di Saverio, gira intorno all'ombelico e, infine, la punta argentata si ferma dove iniziavano i peli del pube, ormai molle, flaccido come il mio desiderio per lui.
     "Va bene, va bene".
     Jeris sospirò rumorosamente, tossì mentre il figlio corse in camera e, quando tornò, stretta nelle mani teneva una videocamera nera con una lucina rossa lampeggiante.
     Daniel la prese immediatamente, la guardò e scoppiò a ridere.
     "Siete due ignoranti. Vi siete fregati da soli. Avete registrato tutto dall'inizio sapete? Tutto".
     "Davvero?", domandai con voce leggera, quasi sussurrata.
     Daniel si volta verso di me, si avvicina e mi abbraccia così forte da sentirmi i battiti del cuore pulsare nelle tempie.
     "Sì, davvero, e ora andiamo via".
     Velocemente Daniel si dirige verso l'ascensore, preme il pulsante e mi aspetta con il suo sguardo sereno e tenero.
     "Addio", dissi decisa e sbattei forte la porta.
     Corsi veloce dentro l'ascensore, le mani di Daniel tenevano le porte argentate di ferro per non farle chiudere, gli sorrisi quando premette il pulsante, mi sentivo come un agente in missione, avevo nel mio orgoglio la vittoria, la prova che mi scagionava e una persona stupenda da conoscere meglio. I cattivi erano morti e sepolti dalla mia mente e, finalmente, sarei vissuta allegramente.
     "Come hai potuto permettergli di farti questo?", domandò serio senza guardarmi.
     Mi specchiai e l'immagine che vidi mi fece rabbrividire, avevo un livido sull'occhio destro, dove Jeris mi aveva tirato lo schiaffo, il vestito era sporco di qualcosa di viscido e puzzava di alcool. Solo ora mi accorsi di essere scalza, di avere il trucco tutto sporco sul viso, sembravo una delle tante maschere tristi di Venezia, non ero io, io ero allegra, colorata, un arcobaleno di anime chiuse nei vari colori. Oggi la mia anima era nera. Nera come la notte, la pece, il carbone, ma sapevo che sotto quest'ombra c'era un sole così splendente da accecare chiunque lo guardasse.
     "Nella vita si sbaglia, io ho sbagliato così tante volte da non ricordare più cosa vuol dire non sbagliare".
     "Valentina il tuo corpo, la tua anima, il tuo cuore non devono essere usati o comprati. L'amore non si compra e non si vende, ti cercherà un giorno, non avere fretta".
     Sorrido, il suo accento francese mi fa stare bene, è buffo quando cerca di pronunciare bene le parole in italiano.
     "Lo so".
     Sorride, si volta verso di me e mi porge un fazzoletto bianco, enorme, quelli vecchi di stoffa che usava mio nonno, è pulito, profuma di marsiglia e di rinascita.
     "Allora, bella signorina, dove la porto stasera?".
     Faccio finta di pensarci, ma so benissimo dove voglio andare e con chi.
     "Daniel, portami via di qui, in un posto bellissimo e che mi faccia stare bene."

     Passarono tre mesi da quella sera.
     Il tempo volava, i giorni correvano, le notti dormivo serena come una bambina coccolata dall'ingenuità della notte, sorridevo, ridevo, vivevo. Ho cambiato lavoro, ho salutato la mia vecchia esistenza con una bellissima festa in ufficio, dovevo salutare bene i miei vecchi colleghi. Lorenzo, la sera del mio addio, mi trascinò con una scusa nel suo ufficio.
     Non so quante volte ho sognato di essere posseduta da lui, sulla sua scrivania lucida, sulla sua poltrona nera di pelle, sul pavimento di marmo bianco ma ora, adesso, volevo solo scappare e, quando le sue mani avide cominciarono maleducate a sbottonarmi la camicetta di seta rossa, gli diedi uno schiaffo così forte da sorprendermi da quanta forza nascosta avevo in corpo.
     Ora ho due case, una in Italia, a Torino, l'altra in Francia, in un paesino dal nome strano vicino a Parigi. Daniel è il mio principe, il mio uomo, il mio fidanzato. I tempi brutti sono passati e l'amore ha continuato a cercarmi, a volermi, a chiamarmi ma io ero sorda, non sentivo e scappavo da quel sentimento fino a quando, un bel giorno, mi ha catturato e come una debole preda vogliosa di essere rapita mi sono lasciata amare dalle braccia di Daniel e dal suo cuore candido come la neve, quella neve che luccica di notte in una romantica città degli innamorati.

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