Racconti Erotici

Plic

Scritto da Lazlo

Barbara amava i gatti. Fin da bambina li osservava dormire al sole. Impassibili ed eleganti. Le movenze sinuose e quella lentezza propria di chi sa cosa fare.

Di chi possiede dentro di sé i segreti più profondi del vivere. Con i suoi occhi vacui, enormi, in ginocchio sulla sedia dietro la finestra, li osservava rapita dal loro fascino stregante. Invidiava quella sicurezza. Quella pace antica e profonda. La stessa che anche lei avrebbe voluto possedere.
Non ne aveva mai avuto uno tutto suo. Non le avevano mai permesso di prenderlo con sé. La città ne era piena però fortunatamente. E lei avrebbe potuto continuare a guardarli. In silenzio. Con i suoi occhi vacui, enormi.
A Barbara piaceva guardare. Le sue pupille, gemme oscure rilucenti, si nutrivano di ogni cosa. Non un particolare sfuggiva loro. Sapevano catturare ogni sfumatura.
Fu in una mattina di agosto. Una mattina piena di raggi di sole. Nel prato dietro casa incontrò lo sguardo di un gatto nero che la fissava. Occhi gialli e luminescenti puntati nei suoi. Un brivido le percorse la schiena. Senza sapere perché provò un’attrazione fortissima per quella bestia. Avrebbe voluto prenderla tra le sue braccia infanti e mai più lasciarla fuggire. Le avrebbe per sempre suggestionato l’esistenza.
Chissà perché proprio ora le tornavano alla mente questi episodi della sua infanzia...
Plic plic... plic
Stesa a terra fissava estasiata la sua ultima opera. La schiena era poggiata contro il freddo del muro, scrostato in diversi punti. La sua diafana pelle velata solo d’una impalpabile sottoveste di seta. Con i suoi occhi vacui, enormi, Barbara ammirava la perfezione di quel componimento. Ne era soddisfatta. Orgogliosa. Le iridi quasi le si colmavano di lacrime dall’emozione. C’erano voluti tanti mesi. Barbara era meticolosa. D’una precisione immacolata. La sua opera doveva essere piuccheperfetta. Rasentare il sublime. Adesso finalmente l’aveva realizzata. Si sentiva stanca. Tanto stanca. Era stato un lavoro lungo e diligente. L’aveva quasi portata allo sfinimento. Ma finalmente poteva assaporare il trionfo di ombre e colori che si stagliava teatrale davanti ai suoi occhi. Restò immobile. Minuti come eternità. Sospesa in un limbo di eccitazione e dolore. Peccato e redenzione. Strana quell’alchimia d’amore che alla morte l’avvicinava. Le sue pupille, gemme oscure rilucenti, di luna bagnate in un pianto sotterraneo e silenzioso.
Plic... plic, plic, plic.
Pensò alla prima volta che aveva fatto sesso. All’umano contatto carnale che in visibilio la mandava. A quella malia irrazionale che il cervello e l’epidermide le incendiava.
Barbara era stata una bambina diversa dalle altre. Amava la solitudine. Osservava il mondo da un diverso scorcio in penombra. Anche quando le capitava di trovarsi in mezzo alla gente si sentiva sola. Sempre altrove. Sempre distante. In mezzo alle risa sguaiate, alla confusione di voci. Dentro di lei c’era sempre un silenzio freddo e profondo. Capitava spesso che dall'alto di quel silenzio si ritrovasse a osservare la scena come fosse una rappresentazione teatrale. E nessuno di quei personaggi, nessuno di quei luoghi erano i suoi. Niente le apparteneva veramente. Spettatrice arguta e solitaria, riusciva a vedere quei fili invisibili che muovevano le marionette e la scenografia. Forse ancora troppo infante per capire davvero il dono speciale che portava in seno.
Il sesso invece la riportava nel reale. Un brevissimo, intenso e struggente momento di lancinante e crudo piacere. Di angosciante estasi materiale. Quegli incontri ardenti celavano il suo malessere. Detestava i suoi amanti. Si sorprendeva a guardarli con disprezzo. Lo stesso senso di nausea che provava guardando un quarto di manzo appeso al gancio del macellaio l’assaliva dopo l’amplesso. Così vuoti. Strumenti deputati a un piacere effimero e adrenalinico. Nient’altro. Bimbi mai cresciuti che si attaccavano ai suoi seni turgidi come in cerca di una madre. In un delirio incestuoso e frenetico. Troppo frenetico.
C’erano altresì delle eccezioni. C’era a volte, raro come un diamante sul fondo dell’oceano, qualcuno che le faceva fremere dei polsi le vene. Qualcuno per cui sentiva un trasporto immorale. Qualcuno che meritava il suo sguardo.
Plic plic... plic
L'odore acre e umido di quella cantina la faceva sentire bene. Protetta. Come dentro un utero. La luce delle candele rendeva opalescente la sua pelle di seta. Prese il calice in mano e bevve un sorso. Sentì le labbra bagnate godere. Stille come perle vermiglie a imporporarle il sorriso. E il palato riempirsi del nettare sacro che sì tanto aveva bramato. Passò la lingua, lenta e lasciva, sulle labbra. A raccogliere piccole gocce ribelli per riportarle al loro destino. Così arrendevole. Così desnuda di fronte all'opera appena compiuta. Pensò a Leonardo da Vinci e la sua Ultima cena, sacro e profano in una miscela alchemica di perfetto equilibrio. L'arte a coniugare la ricerca estetica e quella interiore. A indicare un cammino, senza inizio e senza fine, un moto circolare. In quell'estasi mistica le sue mani sottili e aggraziate si ritrovarono d’un tratto a stringere i seni già turgidi. Percorrere il profilo sinuoso del suo corpo, il suo magnifico corpo, per poi scendere sino al frutto proibito e ai suoi petali di carne sottili...
Plic... plic, plic, plic.
Il respiro lento e ritmato creava piccole nuvole candide che si dissolvevano in fatiscenti contrasti con il nero delle pareti. Visioni angeliche nella sua mente si mescolavano a demoni furibondi e orripilanti. Come nell’estasi delle sante. Sentiva il suo corpo vibrare. Le sue mani accarezzarla percorrendo ogni centimetro delle sue carni, ora strizzando per provare dolore, ora penetrando per trovare piacere. E fondere infine il tutto nel suo fiato profondo e agonizzante. Bagnato oscenamente di lei. Sentì il piacere salire discreto su per le gambe frementi di spasmi. I suoi piedi affusolati e aggraziati chiudersi in una contrazione involontaria. Così, come un germoglio teso al sole, lentamente tornò presente. Aprì gli occhi e guardando quell'opera immonda gridò il suo piacere, il suo dolore, il suo trionfo e la sua rinascita. Si nutrì ancora una volta di quel sacro siero. Si sentiva una mantide peccaminosa perduta nel tempo. Una viaggiatrice oscura e antica fra le pieghe di mondi paralleli.
Plic
La mattina si svegliò serena, con la pace interiore dei giusti. Sapeva di aver compiuto una grande impresa nel nome del Padre. La sua suprema creazione. Ispirata dall’amore più alto. Alle undici virgola zero zero scese giù al bar sotto casa. Si sedette all'aperto. La piazza intorno era deserta a causa di quell’agosto infuocato. Ordinò un bicchiere di vino rosso. Il più costoso. Il suo preferito. I suoi occhi vacui, enormi, celati da due grandi lenti scure. Il viso parzialmente in ombra, sotto la larga tesa del suo cappello nero di paglia.
Barbara aprì il giornale.
Orripilante delitto sconvolge tranquilla cittadina di periferia...
Rinvenuto il cadavere di un uomo, legato e appeso al soffitto. Alto all’incirca un metro e novanta. L’uomo, intorno alla trentina, è stato trovato con le gambe e le braccia divaricate, numerose ferite simili a graffi felini sul torace, la bocca orrendamente mutilata e “cucita” con numerosi spilloni. La gola recisa da un taglio preciso e netto, quasi chirurgico. Alle sue spalle, dipinte col sangue, due ali enormi simili a quelle di un angelo. Sulla scena del delitto è stato rinvenuto inoltre un bicchiere con tracce ematiche. Molto probabilmente la morte è sopraggiunta dopo ore e ore di agonia a causa delle torture subite. Gli inquirenti brancolano nel buio. Per ora si segue la pista della setta satanica, attribuendo l’agghiacciante crimine a una o più persone di sesso maschile.

Barbara chiuse il giornale e svuotò il suo bicchiere. Stava per alzarsi e riassettarsi il vestito quando qualcosa d’improvviso rapì la sua attenzione. Due occhi gialli e luminescenti puntati nei suoi. La guardavano come se la graffiassero. E lei avvertì un fremito, lento e sinuoso, percorrerle la schiena per tutta la sua lunghezza...

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