Racconti Erotici

Scacco alla regina

Scritto da Giovanni

Una giornata come altre, no, forse stasera sono più stanca per colpa di quella seggiola al centralino che mi ha sfiancata, devo sostituirla;

tutte quelle ore seduta mi hanno fatto spuntare questo fastidio all’altezza del... coso qui... come si chiama... insomma dove ho il tatuaggio... ah ecco, il coccige. Troverò sollievo sdraiata su un fianco, così guardo pure la televisione riflessa nello specchio del canterano; sai che bello! Guarda che macchie ci ho lasciato sopra ieri pulendolo! Domani ci ripasserò! Già... che stupida che sono, proprio stanca... ora pretendo anche di cambiare canale puntando il telecomando verso lo specchio! Basta... sono troppo esaurita... spengo tutto e ci dormo sopra. Povera me... che brutta vecchiaia! Vorrei girarmi ma è meglio di no, non è la mia posizione per dormire. Spero di stare meglio domani. Mi assopisco così su un fianco e ci dormo sopra.
Sento provenire dall'esterno i rumori della sera. Non ho più confidenza con il buio della stanza, con il cane che abbaia, l'automobile che passa e l'eco ben distinto dell'ascensore che scorre lento. C'è la televisione che nasconde questa parte della giornata, che cancella l'aderenza alla vita e muta la sera in immagini e suoni, compiace la mente come mani d'artista intorno all'argilla che ruota e che cresce e diviene una forma voluta, una ciotola che gira in cerchio con altre emozioni, ideali di vita, modelli e tendenze.
C'è del chiasso vivace... un'allegra mescolanza di corpi frizzanti, di ragazzi eccitati, braccia mosse e confuse, associate ai suoni che scuotono uno spazio addensato di luci soffuse, di lampi inattesi, penetranti cadenze di musica nelle viscere di giovani donne agitate su un cubo come fuochi fatui. Io ci sono... sono una di loro ricca e accesa, viva come la musica, sfruttata dalle basse frequenze di un ritmo tribale, un saldo principio che regola l'agitarsi ostinato delle mie carni cucinate a fuoco lento da un'avvincente fusione di occhi smaniosi. Mi guardano gli uomini con sguardi lascivi, sudano sulla pelle depilata avvolta in madide camicie di seta, mi eccitano, li provoco contorcendomi, dimenandomi come vogliono i loro occhi, scaldandomi e muovendomi sul cubo lasciandoli penetrare nelle pieghe dei miei jeans, permettendogli di denudare il mio corpo, scoprire la mia passionalità, rendendoli partecipi al desiderio e delirio dei sensi. E ballo, sudo e scrollo i miei lunghi capelli, come un serpente scuoto i miei fianchi mostrando i miei seni, provocando la mia femminilità oltre i confini del lecito, sfidando l'invidia di altre donne, esaltando la libidine degli uomini. Sono donna come tutte le donne, femmina desiderata, pronta per essere amata, colta come un fiore ed essere annusata, adorata, da mille mani accarezzata, baciata da cento labbra. Scendo dal cubo e m'incammino ondeggiante sui tacchi a spillo, avvolta nei miei capelli neri mossi e liberati sulle spalle dritte, guardo verso la luce rosea del bar che, mentre cammino ancheggiante, diventa gialla, incrocio espressioni impudiche, viziosi risolini di acerbi ragazzi, composte inquietudini di uomini brizzolati e sono trafitta da un laser bianchissimo che mi scruta i seni rigonfi e vogliosi di uscire liberi dall'aderente maglietta di cotone. Arrivo al banco e chiedo da bere.
"Che schifo mi hai dato", dico sputando rabbia al barman.
"La mia pipì!".
Mi sveglio di scatto, masticata dentro e fuori, lacerata e sudata, disfatta su un fianco. Mi giro su un lato e accendo la luce. E' lì! Mi attende! Aspetta che io allunghi le braccia verso le gambe e le mani sotto le cosce a scavare nel lenzuolo bianco, nel cupo passato. Mi attende a un metro dal letto vestita di pelle, splendente, cromata, sui cerchioni di ferro rivestiti di gomma. Rimane in attesa dello sforzo che faccio per tirarmi su col busto fino a mettermi malferma seduta, pronta a scendere a terra insicura. Lei è ferma, prende parte al mio strazio. E' gentile, è cortese e mi accoglie frenata mentre respiro a fatica e mi accomodo impassibile, con dignità. Levo il freno e cercando di evitare qualunque ostacolo mi dirigo piangendo in silenzio. Rivivo quelle scale lucide davanti ai miei occhi incerti tra i riccioli cadenti sulla fronte, le mie gambe dritte, i piedi saldi, i miei cinque anni felici. Scendo ilare verso papà, a braccia aperte verso di lui e cado, scivolo, crollo, mi rovescio più volte, e mi fermo delusa, svenuta, ferita.

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