Racconti Erotici

Una rigenerante abluzione ematica

Scritto da Demoniafuriosa

Il suo pallido corpo scomposto a terra. Affogato in una pozza rosso-rubino che macchia quelle fresche e non più vitali carni.

E' quasi poetica l’immagine del suo martirio. La sua gloriosa agonia. C’ha messo due ore a morire. Rimaneva scioccamente attaccata alla vita. Con le unghie e con i denti. Strisciava sul pavimento allungandosi nel suo stesso sangue. Un rantolo grottesco usciva dalla sua gola recisa. Deturpandola più di quanto non fosse già.
Me ne stavo seduta con le gambe accavallate. Sul divano color crema. Ritoccandomi il trucco delle labbra. Accendendo Gauloise che aspiravo con sofisticata espressione. Fumo grigio denso saliva in volute nell’aria. Ammiravo gli strambi disegni che creava innalzandosi. Lei a terra avrebbe voluto urlare. Ma non poteva farlo. Non si può emettere suoni con la gola squarciata. Ciò mi tranquillizzava. Poi non l’ho più sentita muoversi. Le ho tastato il polso. Taceva ogni pulsazione. Le ho controllato il respiro. Quel soffio vitale che non più da lei usciva. E' ciò che si meritava. Mi ha portato a questo. Mi ha portato nella pazzia. In un mondo cupo di malattia mentale. E desiderio perverso che consuma. Non potevo concederle alcuna grazia.
L’aveva assunta qualche mese prima il mio odiatissimo consorte. Al mio personale servizio. Lei così giovane. Così immacolata. Non una ruga a deturparle l’epidermide. Non ancora un filo d’argento a imbiancarle la chioma. La tonicità delle sua carni mi faceva soffrire. Un vero supplizio. Il continuo paragonarsi a quelle acerbe forme. La sua freschezza. Urlava beltà e giovinezza da tutti i pori. Mi faceva impazzire. Mi si colmava lo spirito di un odio irrefrenabile quando vicina me la trovavo. Mi faceva sentire come una cariatide. Un monumento sfigurato dal tempo. Naturalmente io non ero niente di tutto questo. Ero perfetta. Magnifica. Di un’avvenenza incredibile. Ma accanto a quella bimba d’incantevoli fattezze mi figuravo come un mostro. Me li faceva sentire tutti quanti quei venticinque anni che da lei mi dividevano. Per questo la detestavo moltissimo. E ne ero terribilmente attratta. Volevo insudiciarla. Rovinarle l’innocenza. Sporcare tutto il suo candore. La volevo vittima sacrificale immolata sull’altare della mia superbia. Diventò prediletto passatempo. Insidiarla. Farle perdere il senno. Mutarle il pudore in feroce lascivia. Plasmarla a mia immagine e somiglianza. Svezzarla al peccato. Per distruggerla e annientarla.
Ci ero riuscita. In pochissimo tempo. Avevo compiuto il capovolto miracolo. Diventò la mia lubrica schiava. Assecondante la mia perfida lussuria. Strumento di piacere alle mie sofisticate voglie. Mia prediletta amante che umiliavo godendo sadica della sua prostrazione. La vestivo con ridicoli grembiulini e cuffiette bianco-candido. E nient’altro. Dietro era completamente nuda. Volevo spolverasse la mia bellissima collezione di statue d’alabastro. A quattro zampe. Con lo spolverino nella bocca. L’immagine del suo rotondo culo doveva offrire al mio concupiscente e commosso sguardo. Le avevo ordinato di depilarsi completamente e ovunque quando al mio cospetto si presentava. La sua fica vedevo bagnarsi lentamente sotto i miei occhi dopo solo cinque minuti che mi stava carponi davanti. Si eccitava, la troietta. Voleva godere del frustino che non gentile lasciavo sferzasse le sue perfette natiche. Voleva violenza e dolcezza insieme. Io la odiavo sempre di più. Di un odio smisurato. La vista di lei così inerme, così arrendevole a ogni mio capriccio faceva solo crescere ulteriormente il mio disprezzo. Quell’odio feroce alla naturale e necessaria conclusione della sua patetica vicenda mi ha condotta guidando la mia mano assassina. Nessun sentimento d’umana amorevolezza mi ha mai scalfito minimamente. Per lei non ho fatto eccezione alcuna.
Tutt’ora. Mentre la osservo morente. Agonizzante nel supplizio. Tutt’ora nessun sentimento d’umana amorevolezza lambisce gli orli increspati della mia mefistofelica anima. Mi verso un Martini ghiacciato. E una fettina di limone. Comodamente adagiata sul divano sorseggio. Le punte tonde delle mie decolleté tacco dieci in vernice viola sfiorano il suo fianco destro. Se allungo una gamba posso toccarla. Potrei prenderla a calci. Procurarle vistosi ematomi su pelle lattea di madonnina che non è mai stata. Offendere la sua bellezza che nell’eternità rimane. Sta lì diabolica a prendersi ancora gioco di me. È insostenibile. Urta la mia persona. Una lama affilata la sua bellezza. Un rasoio che m’ha squarciato le vene. I suoi occhi. Immensi. Da cerbiatta. Un demone travestito da cigno. I suoi occhi più di tutti hanno dovuto pagare. La luce da loro doveva essere necessariamente estirpata. Dovevano essere punite quelle iridi. Così ho fatto. Le ho punite.
Vuoto il Martini in un sorso. Mi alzo. Le vado vicina. Appoggio la suola della mia scarpa destra sulla sua schiena. Premo. Premo più forte. Sento le vertebre scricchiolare come cocci di porcellana. Le spengo quel che resta della mia Gauloise sulle scapole. Che uso come posacenere. Inveisco più che posso su questo pallido corpo scomposto a terra. Ma non la tocco con le mani. Non la tocco mai con le mani. Le scosto i capelli sempre con la punta delle mie scarpe. Orba e con un taglio profondo da un orecchio a quell’altro. Una maschera di sangue. Per la puttana schifosa che è. La visione indecorosa finalmente mi rende giustizia. Appaga la mia sete assassina che esigeva sangue. Vendetta. Morte. Devastazione. Supplizio. Oblio dell’anima. Eclissi della coscienza.
Sovrasta il massacro un quadro enorme. La mia opera migliore. Piuccheperfetta. Ho sempre adorato dipingere. Lei la mia musa. Ritratta con pennellate violente. Colori allucinati a dilatare l’angoscia. Ancora una volta. Solo i suoi occhi. I suoi occhi come splendide gemme rilucenti. Incastonate dentro quella violenza urlante. Sconvolge la sua fascinosa dicotomia. Lo guardo. Lo guardo intensamente. Pensando che forse è davvero la mia opera migliore. La più riuscita. La più significativa. Lei adorava questo quadro. La sua autocelebrazione fastosa. Incido la tela con la lama affilata ancora sporca dei suoi grumi sanguinolenti. La ferisco profondamente con lunghi tagli verticali. Che sporcano rovinando la sua immagine. Mi accanisco così tanto. Quasi come ho fatto con lei. Con più furore. Con meno grazia. Dilanio vorace quella tela fino a renderla irriconoscibile. Cosa ci sia sopra non è più possibile distinguerlo. Solo una macchia di colori violenti insudiciati del suo stesso sangue. Ecco. Così è perfetta. È lo specchio di cos’è ora. Un ammasso di poveri resti umani. Fatti a brandelli. In difesa della loro celebrazione. Ecco. Così la voglio. Dea perfetta ispirante la mia più sublime opera. Il suo funesto sfacelo necessario. Stacco ciò che resta del quadro dal muro e lo getto accanto al suo corpo esanime. Nient’altro che inutile poltiglia rossastra. La tela s’impregna di sangue.
Gli ultimi raggi di sole filtrano a fatica dalle persiane socchiuse. Illuminando un poco questo allucinante spettacolo di morte. Sono immersa completamente nella vasca da bagno di smaltata ceramica bianca con i piedi leonini. Il sangue a invadermi. Il suo sangue. Quello sgorgato dalla sua aorta recisa. L’ho raccolto meticolosamente. Preparandomi questa rigenerante abluzione ematica. Il suo sangue a sporcarmi. Macchiare le mie carni di un rosso vivido e brillante. Nutrirle. Renderle belle. Fresche. Pure. Come le sue. Il suo sangue ovunque su di me. Dentro di me. Lo bevo a sorsate brindando all’aurea vittoria. Ci sono riuscita. In pochissimo tempo. Ho compiuto il capovolto miracolo. Invertire il tempo. A mio piacimento piegarlo. A difesa della mia celebrazione. Uno spietato e sexy killer in decolleté viola e trucco impeccabile sulle labbra. Per sempre giovane e bella.
Fuori, aria da crepuscolo. Sole che sprofonda nel suo amorevole suicidio quotidiano. Come lama infuocata nel cielo. Orrendamente striato di rosso. Insopportabilmente bello. Insopportabilmente triste. Presto calerà la notte. Solo le stelle e una luna forse assente culleranno l’eterno sonno di questa ninfa.
Quando ti troveranno io sarò già lontana. Inarrivabile. Imprendibile. Gelida e distante. Io sarò bella nell’eternità delle notti. Io sarò un Dio luciferino a disegnare il mio trionfo in cerchi concentrici nel firmamento. Una stella algida dal cuore cattivo.
Ora alle tenebre d’inferno il compito di nascondere lo scempio mostruoso.
Addio mia piccola Lucille. Elisabeth, tua sanguinaria contessa.

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