Racconti Erotici

Avevo sempre voluto sbagliare

Scritto da Emma Piccin

Questa volta no. Questa volta proprio no: me ne sarei andata via. Avrei dato le dimissioni senza ripensamenti, senza nessun dubbio.

Sarei stata irremovibile davanti alla promozione e avrei invece esordito con la mia bella rassegnazione delle dimissioni, stupendo tutti, lasciando l’ufficio del personale esterrefatto davanti a una decisione così coraggiosa: quella di lasciare un posto di lavoro al quale ambivano tante ragazze della mia età, quello in un’azienda solida e con una fortissima immagine sul mercato nazionale e internazionale.
Ma io avrei scritto la mia lettera, formale e compita, in cui avrei rassegnato le mie dimissioni a decorrere dal giorno successivo alla consegna della lettera stessa. Tanto, anche se mi avessero trattenuto il preavviso, ne sarebbe valsa la pena. Avrei almeno salvato due mesi della mia dignità. Perché erano due mesi quelli che un’assistente del mio livello doveva rispettare come preavviso per le dimissioni: due lunghissimi, estenuanti mesi. E come avrei fatto a sopportare il mio capo per altri due mesi?
Mi avrebbe reso la vita un inferno.
Ero arrivata in azienda un anno prima. Solo un anno eppure già ero satura, imputridita da quell’esperienza col mio capo, Enrico, che mi aveva davvero cambiata: nella mia professionalità, nel mio essere donna, nella mia anima, ma che soprattutto mi aveva scavata dentro, lacerando la mia dignità.
Era giugno, il mio curriculum era stato selezionato dalla Me&Me International per un primo colloquio a livello conoscitivo, come dicono le multinazionali quando ti contattano lasciandoti intendere che, come te, ci sono altre candidate che per quella posizione sarebbero idonee: laureate, volenterose, piene di entusiasmo e soprattutto disposte a tutto pur di avere un lavoro che non è un lavoro comune, è un lavoro in un posto che conta. Anche se solo per sei mesi. Anche se solo per un lungo, fottutissimo anno.
Mi presentai con un bel tailleur color sabbia, giacca e gonna al ginocchio, scarpe alte nere con tacco marrone molto belle, spuntate appena davanti, smalto rosso nelle mani e nei piedi perché io sono così e dopo due giorni dall’assunzione non avrei mai resistito a non vestirmi come le modelle che si vedono su Glamour o su Flair. Non avrei resistito nonostante sapevo di suscitare certi effetti sugli uomini, lo sapevo e anche molto bene. Ma, d’altronde, se a ventiquattro anni non ti concedi di essere così, non ti concedi di sentire il mondo ai tuoi piedi e non ti convinci che sei su un piedistallo e che tutti ti guardano, ti vogliono, ti adorano, allora nessuno ti sceglierà mai.
Andai al colloquio con tutta la mia sfrontatezza, data da una laurea di valore e da un’esperienza di un anno negli USA come ricercatrice, ad Harvard. Sfrontatezza mista a ingenuità, quella dei miei non troppi anni. Non troppi perché in qualcosa dovevo ancora crescere: non avevo ancora lavorato in una multinazionale e non avevo avuto molte esperienze sessuali nonostante fossi molto desiderata dagli uomini. Questo però soprattutto perché, sin da quando avevo vent’anni, mi ero fidanzata con Gino a cui ero fedelissima.
Lui era davvero un gentleman, molto bello, molto ricco, molto tutto e con lui scoprii un amore tenero, fatto di fiducia, in cui il corpo risponde ai gesti e alle azioni perché la mente è serena, abbandonata alla sicurezza del sentimento, dell’amore.
Ancora non conoscevo la passione nonostante amassi il sesso.
Con Gino, quando facevamo l’amore provavo molto piacere, il mio corpo si abbandonava ai suoi modi teneri e prevedibili ma mi rendevo sempre più conto che avrei preferito che usasse maniere più audaci; infatti, quando mi masturbavo mi piaceva sperimentare giochi che a lui non avrei mai osato chiedere. Immaginavo situazioni estreme in cui venivo dominata e godevo moltissimo anche solo con la mia immaginazione, che sino ad allora mi era bastata.
Ancora non sapevo cosa volesse dire amarsi come in un ring, tornando a casa con addosso morsi e graffi, con la pelle segnata dall’amore, da momenti di passione e da urla di orgasmi soffocate da mani diverse da quelle di Gino. Graffi del corpo ma soprattutto dell’anima. Graffi che fanno male, ma che allo stesso tempo diventano cicatrici dentro di noi così indelebili da non poterci più rinunciare.
Quel pomeriggio, con il mio bellissimo tailleur di Gucci comprato da Gino per il mio compleanno e le mie scarpe Jimmy Choo prese a New York meravigliosamente adattate al collo del mio piede, mi sentivo una dea e poi avevo anche indossato la mia borsa di Vuitton, vera, originale... che però non era mia, o meglio lo era a metà: la borsa, io e la mia amica Graziella ce la prestavamo a vicenda perché l’avevamo comprata in due e quindi è più corretto dire che non ce la prestavamo, bensì la condividevamo.
La responsabile di gestione del personale del marketing mi guardò e mi disse subito "Fisicamente lei sarebbe la persona idonea per il ruolo che stiamo cercando", e poi iniziò a farmi domande di approfondimento sulla mia formazione e iniziò a sondare sulla mia personalità, poi iniziò a interrogarmi in inglese: risposi fluentemente a tutte le sue domande.
Il mio viso abbronzato e le mie gambe scure si muovevano con naturalezza e lei ogni tanto mi guardava le ginocchia, la postura del corpo, le scarpe. Capii che forse mi stavo muovendo troppo durante la conversazione e che la mia comunicazione non verbale trasmetteva un po’ d’ansia che sino ad allora ero riuscita a mascherare. Così, intuitivamente, decisi di fermarmi in una posizione composta e regale, quasi da lettrice degli annunci televisivi.
Non so se fu il mio cambio di postura a comunicare che "ero la persona giusta", fatto sta che lei mi sembrò entusiasta del colloquio e infatti alla fine mi disse: "Adesso le farò incontrare il suo possibile responsabile. Se piacerà a lui come è piaciuta a me, passerà alla selezione successiva. Molte ragazze sono state escluse perché non gli piacevano; è uno un po’ particolare... cerchi di essere assolutamente remissiva con lui, è un consiglio che le do' se è davvero interessata al posto".
"Oh, grazie davvero... sono molto interessata, farò come mi ha suggerito. Grazie ancora, piacere di averla conosciuta Dottoressa Marini".
Uscì dal salottino lasciandomi con quattro poltroncine nere attorno al tavolo rotondo, le caramelle al centro della tavola e il termos del caffè coi bicchierini di carta, lo zucchero e le palettine di plastica: tutte cose che mi fecero compagnia nella curiosità e nell’attesa del mio possibile nuovo capo e, con un po’ di ansia, mi specchiai nel vassoio d’argento ovale e lineare, che stonava coi bicchieri usa e getta.
E finalmente lui entrò.
Era di media altezza, con un po’ di pancia, ma era giovane, circa quarantacinque anni, i capelli castano chiaro. Non era bello ma il suo viso era interessante: gli occhi erano vivaci e il sorriso malizioso si allargava maggiormente in un angolo delle labbra, che si sollevavano verso l’alto se sorrideva o ascoltava.
Mi guardò da testa a piedi e lo fece senza problemi. La sua stretta di mano indugiò nella mia e avvertii un non so che di inopportuno, un senso di disagio, un modo di fare troppo confidenziale. Ma lui era così: sicuro e tutto d’un pezzo, sempre.
"Piacere... benvenuta signorina. Io sono l’ingegner Gormi, responsabile dell’area marketing per la quale cerchiamo un’assistente preparata. Lei è...?".
Lo diceva sempre con la mano nella mia, con voce decisa e tono abbastanza alto.
"Sono Giulia", risposi.
Giulia. Una ventiquattrenne con un fidanzato che praticamente era stato l’unico uomo della sua vita e una grande voglia di lavorare, di rendersi autonoma.
"Quando si è laureata, Giulia?".
"Io... nel 2005".
Iniziavo a vacillare, la mia sicurezza stava perdendo quota, quell’uomo mi agitava, mi metteva a disagio.
"Mmmm... abbiamo una piccola genia dunque. Tre anni per la laurea triennale... Harvard... puntualissima con gli esami... brava, vedo che è preparata, ha fatto anche molti corsi...", diceva sfogliando il mio curriculum.
"Sì, signore", risposi, ricordandomi che dovevo essere remissiva.
Ogni volta che rispondevo dolce e mansueta, vedevo il suo viso distendersi, allargarsi in un’espressione compiaciuta, di supremazia. Ma non capivo ancora che cosa mi aspettava, altrimenti sarei di certo andata via da quel salottino immediatamente. Ma forse chissà, uno come lui l’avrei magari incontrato dopo qualche anno.
Fui presa per la posizione: me lo comunicarono dopo una settimana, così iniziai a lavorare per Enrico.
Non mi lasciava tregua: lavoravo per lui dieci, dodici ore al giorno e ogni volta che sbagliavo e dimenticavo di dargli ragione motivando il mio errore, si arrabbiava come un cane malato di rabbia. Pugni, calci alla scrivania, sedie lanciate in aria, vasi rotti. Era violento e si comportava così con chi era debole, inferiore a lui gerarchicamente e da cui pretendeva assoluta sottomissione al suo volere di manager potente ed egoista. Ma i responsabili delle risorse umane non osavano redarguirlo: era troppo bravo nel suo lavoro per poterlo perdere.
Un giorno, dopo due mesi dalla mia assunzione, sbagliai la stesura di un contratto che dovevamo inviare a un cliente importante. Scrissi per due volte la stessa riga. Avevo riletto il tutto più volte ma, senza volerlo, forse proprio per l’ansia che avevo ogni volta che dovevo presentargli un lavoro, sbagliai.
Lui prese la cartella che gli consegnai. Dopo mezz’ora mi chiamò. Le sue dita tintinnavano nervosamente sulla scrivania e iniziò a sbuffare. Ma non dalla bocca. Lo faceva dalle narici: come un toro incazzato davanti al toreador che inneggia il suo olé provocandolo col suo drappo rosso.
I suoi gomiti erano sul tavolo. I suoi pugni sotto il mento.
Non diceva nulla: mi guardò dopo pochi istanti con occhi fulminei.
Era tardi, erano le nove di sera e avevo fame, voglia di tornare a casa, cenare, mettermi sotto il piumone con Gino a farmi le coccole e a dormire.
"Giulia... Giulia. Lo sai che hai sbagliato? E che questa è la terza volta che sbagli qualcosa, questa settimana?".
"Oh... no ingegnere, non so... io non... io ho guardato bene ma...".
"Ma hai sbagliato", disse alzando la voce. "Cosa dovrei fare io ora per farti capire che non devi più sbagliare? Cosa?".
Era furioso. Sapevo che ero stata incastrata nel triangolo del persecutore e della vittima ma mancava la terza figura: il salvatore. Solo che non sarebbe mai arrivato. Nessuno era più in ufficio ed ebbi davvero paura che mi picchiasse, che potesse farmi del male. E fu quasi così.
"Oh... ingegnere... vado subito a fare la correzione, subito".
"Eh no... no! Così non va bene... troppo comodo... io ho aspettato due fottute ore per avere questo lavoro pronto e tu mi rispondi che vai a fare la correzione? Dovrei ancora aspettare?".
"Ma no, io... io...".
"Sei una puttana!".
A quelle parole rimasi immobile, i miei occhi si riempirono di lacrime silenziose, non sapevo cosa fare, non riuscivo a proferire parola.
Ero una vittima davanti al suo carnefice, non ero in grado di usare la mia razionalità, fui solo passiva e fu lui a parlare, a chiedere: "Mettiti con i gomiti sul tavolo. Subito!".
Pensai che stesse scherzando. Cos’era, un gioco?
"E’ un gioco ingegnere, sta scherzando?".
Avevo trovato le forze per rispondergli nonostante gli occhi gonfi di lacrime. Stringevo i pugni, retta in piedi davanti alla sua scrivania, con lo sguardo fiero e le spalle dritte.
"Sì... un giochino, secondo te ho voglia di scherzare?".
Si era alzato venendo verso di me, con la voce grossa, avvicinandosi al mio viso come la strega cattiva di Biancaneve che le porge la mela con sguardo inquietante. E mi afferrò per i capelli tirandomi indietro la testa.
"Ahi! Ma cosa fa?", dissi.
Mi sentivo debole. Impaurita. Fragile. E a volte quando ci sentiamo così finiamo per assecondare chi ci sta massacrando.
Pensai che volesse stuprarmi e le lacrime continuarono a sgorgare grandi, piene come biglie di cristallo ma erano silenziose e avrei dato non so cosa per poterle evitare, sentendomi di concedere oltremodo troppo, sentendomi piena di emozioni devastanti date da un misto di umiltà, sottomissione, paura di perdere il lavoro e forse anche attrazione insensata per quell’uomo così deciso e capace, e allo stesso tempo senso di colpa per il mio caro Gino.
Eppure non avevo ancora concesso abbastanza.
"Mettiti con i gomiti sul tavolo", ripeté. "Piega la schiena. Piegati!", gridò severo.
Io mi misi in posizione, quella che piace molto agli uomini, in cui la tua gonna forma una guaina sui glutei così perfetta che qualsiasi culo appare eccitante e qualsiasi uomo quando sei messa in quella posizione non può fare a meno di guardare le tue forme, quelle che anche in una donna molto magra diventano un richiamo sessuale.
Mi aspettavo il peggio ma ero paralizzata dal mio amore per un posto di lavoro fisso che dopo un anno sarebbe arrivato. Bastava assecondare Enrico. Essere remissiva e stare al suo gioco.
Mi sollevò la gonna di scatto e il gesto fu la conferma di ciò che mi aspettavo: lo stupro. Ma volevo che finisse presto così aprii un po’ le gambe. I miei singhiozzi ora si fecero sentire. La mia testa affondò negli avambracci appoggiati sul tavolo.
Lui gridò: "Chi ti ha detto di muoverti? Ferma! Devi fare quello che ti dicio, capito? Qui comando io. Chiudi le gambe", e la sua voce, nell’ultima frase, si fece sorda, roca, potente nei suoi bassi.
Lo disse in un silenzio che fece molto rumore. Lo disse confondendomi perché non capii più le sue intenzioni.

Richiusi le gambe e il mio culo era davanti alla sua faccia, stavo così con la gonna sollevata e le gambe chiuse, la schiena piegata e il viso sbattuto, spiaccicato sulla scrivania.
"Solleva la testa", mi disse prendendomi per i capelli e tirandola indietro come se fossi un animale.
Prese il contratto e me lo mise davanti al viso.
Sì, prese il contratto dove avevo compiuto il mio errore e me lo pose davanti alla faccia. Lo mise lì sulla scrivania sotto il mio viso e mi posizionò gli avambracci accanto. Come una marionetta e come nel video di lady Gaga Paparazzi, mi sentivo una morta vivente, una marionetta sexy col viso pieno di rimmel colato giù, l’oggetto del piacere di un uomo sadico e particolare.
"Ingegnere... la prego...", dissi piano, pianissimo.
"Zitta! Devo punirti per il tuo ennesimo errore".
E così, tutto iniziò.
Senza togliermi le mutandine fece fioccare sulla mia natica destra una sculacciata sonora.
"Ahi!", feci io.
E lui sculacciò ancora. Ancora. E ancora. E ancora, ancora e ancora. E più forte e poi ancora. Ancora. Ancora più forte. Da una parte e dall’altra. E di nuovo.
E poi al centro, tra le natiche in cui passava la striscia di stoffa.
Non piangevo più. Il mio corpo si era anestetizzato al dolore. Me ne stavo immobile in quella posizione mentre lui non finiva di sculacciarmi e passarono credo circa quindici minuti così.
Ogni tanto emettevo un "Ah...", "Mmh...", e mi stupivo perché non erano lamenti veri e propri, assomigliavano sempre più a dei gemiti.
Il mio culetto si fece rosso, caldo. La pelle bianca divisa a metà da un perizoma lilla con piccoli fiorellini rosa diventò anch’essa violacea ma era la mia punizione e non potevo parlare, dovevo solo attendere che il mio sadico capo finisse la sua opera.
Dopo circa un quarto d’ora mi scostò le mutandine e con due dita mi toccò tra le labbra della fica. Stetti immobile, con le gambe chiuse. Nessuna mossa. Nessun fiato.
"Vedo che ti piace...", disse.
E infatti con mio immenso stupore ero bagnata. Mi vergognavo di questa insensata e indesiderata reazione, eppure era così: al mio corpo piaceva quella stimolazione violenta che sino ad allora avrei considerato assurda.
Aprii leggermente le gambe, per agevolarlo. Osai farlo, mi dimenticai per un istante che non dovevo muovermi.
"No! No! Non hai capito allora! Devi stare ferma!".
E mi sculacciò forte prendendomi tutta la natica destra con l’intera mano e strizzandola.
Mi rimisi in posizione ma lui mi prese per i capelli e avvicinò la bocca al mio orecchio e morsicò il mio lobo dicendo: "Sei una maledetta puttana...", e contemporaneamente mi diede una forte sculacciata in mezzo alle due natiche dove passava la striscia di stoffa e mi pizzicò le labbra della fica leggermente pinzandole tra due dita.
Sentivo la mia eccitazione crescere. Non avrei voluto. Non era questo il messaggio che riceveva la mia testa, cioè di godere. Eppure mi stavo eccitando molto.
Enrico afferrò ora la natica sinistra con una mano e la strinse e, contemporaneamente, appoggiò il suo pene duro contro la mia natica destra facendomi sentire la sua eccitazione.
Me ne stavo zitta e passiva, non mi muovevo neppure di un centimetro dalla posizione in cui lui mi aveva ordinato di stare.
Mi strappò le mutandine facendomi un po’ male sul fianco sinistro e dopo avermi infilato due dita tra le labbra bagnate mi aprì le gambe posizionando i miei piedi a una certa distanza, ancora una volta come il burattinaio fa con la sua marionetta. E poi decise di scoparmi la fica.
Lo fece con un ritmo secco, cadenzato, con spinte ritmiche, profonde, costanti. Sentivo che gemeva. In modo roco, sordo. Sembrava un grugnito.
Il suo cazzo era grosso rispetto a quello di Gino, lo sentivo bene dentro, mi riempiva completamente e sentivo anche i suoi testicoli sbattere sul mio clitoride che era diventato sensibile a questo assurdo gioco di potere.
Enrico infilò le grandi mani sotto la mia camicetta strappandola per aprire in fretta ciò che erano state asole e bottoni.
Le sue dita entrarono sotto il reggiseno e il mio seno grosso, che avevo sempre tenuto pudicamente nascosto evitando scollature audaci in ufficio, era ora sotto il suo pollice, indice e medio, che afferravano i miei capezzoli pizzicandoli e tirandoli leggermente, strizzandoli, facendomi un po’ male ma allo stesso tempo regalandomi lo stesso piacere di una stimolazione clitoridea.
La mia passerina era diventata caldissima e dopo che lui mi strizzò i capezzoli per cinque, sei volte, sentii di essere arrivata a un punto di non ritorno e lui se ne accorse, così mi strinse i glutei tra le mani strizzandoli forte verso l’alto e poi me li allargò.
In un attimo tolse il suo pene dalla mia farfallina e io fui contenta, così non avrei goduto mostrandogli di aver gradito il suo gioco. Ma lui si infilò nel mio buchino. Lo appoggiò e poi lo infilò. Lo spinse dentro in un attimo. Mi fece male e dissi "Ahi!". Non so come fece a farlo così in fretta, non avevo avuto molti rapporti anali, il mio sfintere era stretto e ancora non conoscevo le possibilità di godimento che questa parte del mio corpo avrebbe saputo regalarmi.
Mi fece male solo all’inizio ma ebbe la grazia di fermarsi subito permettendo al muscolo attorno alla sua cappella di cedere per accoglierlo. E inoltre ebbe la compassionevole idea di strofinarmi un attimo tra le ali della passerina, per riscaldarmi di nuovo. Con tre dita la solleticò come si fa con un’arpa e poi mi infilò due dita muovendole avanti e indietro. Stava ancora fermo dentro il mio culetto stretto. Non si muoveva. E lui si aprì e lo accolse.
Iniziò a muoversi lentamente ma in modo ritmico e ricominciò a strizzarmi le grosse tette libere da costrizioni.
Non volevo godere. Non volevo. Ma fu un’estasi di piacere: il mio buchino gli si offriva come un ventaglio aperto lasciandolo fare di me ciò che voleva. Bastarono poche spinte ed ebbi un fragoroso orgasmo e lui disse "Lo sapevo che eri una puttana".
Si ritrasse riportandomi alla realtà e ripercorsi in un attimo cos’era successo. Pensai che lui non era ancora venuto. Mi fece schifo. Non sapevo cosa mi toccava fare ancora.
Mi prese per i capelli e mi accompagnò per terra facendomi inginocchiare.
"Chiudi gli occhi", ordinò.
Prese un nastro e mi legò le mani dietro la schiena. Avevo paura.
Poi mi bendò. Non voleva che lo guardassi in viso mentre godeva.
Il suo pene entrò e uscì dalla mia bocca scavando la mia gola e quando venne ebbi un conato di vomito. Non avevo mai ingerito lo sperma di un uomo, mi faceva schifo.
Lui venne tenendomi la testa e forzando il suo orgasmo dentro la mia lingua e appena finito si estrasse e mi diede, bendata, un forte schiaffo dicendo: "Vestiti. E impara a ingoiare. Ti servirà".
Mi misi a piangere inumidendo la benda e gli chiesi di slegarmi le mani, per favore.
Mi tolsi la benda e raccolsi il reggiseno e le mutandine rotte. Mi fece cenno con la mano di andare via.
Me ne andai in una corsa disperata verso casa.
Il mio appartamento appena arrivai mi apparve diverso, di altri colori. Dissi a Gino di non venire da me perché avevo la febbre. Non feci altro che piangere e non volevo tornare in ufficio l’indomani, ma la paura di perdere il posto era tanta. Con la rabbia e la disperazione mi addormentai e con gli stessi sentimenti la sveglia mi riportò alla mia quotidianità.
Trascorsero mesi così: mesi di errori, di sculacciate, di sesso fatto nelle posizioni più scomode e assurde e nelle quali però, avevo sempre degli orgasmi irripetibili. Evitavo di fare l’amore con Gino quando il mio sedere era troppo arrossato e cercavo oramai di diradare i nostri incontri.
Mancava un mese alla fine del mio periodo di prova e mi chiedevo cosa avrei fatto se mi avessero proposto di restare in azienda a tempo indeterminato.
"Giulia, possiamo vederci cinque minuti?", mi disse la Dottoressa Marini responsabile delle Risorse Umane che mi aveva esaminata il giorno del colloquio.
"Certo Dottoressa", risposi.
"Bene Giulia, mancano due giorni alla scadenza del contratto. Spero tu ti stia trovando bene con Enrico, nessuna ragazza aveva resistito più di tre mesi".
"Be', io... lui è particolare ma... sì, sto bene".
"Ieri mi ha detto di contattarti per chiederti di restare. Ti assumiamo, Giulia. E avrai un posto dentro l’ufficio di Enrico, vicina a lui".
"Oh... davvero... sono contenta ma... ci voglio pensare, solo un girono, uno di tempo. Mi ero preparata al peggio, sa, di questi tempi... così ho altre proposte da valutare, come lei potrà ben immaginare".
"Certo Giulia, prenditi un giorno. Speriamo che tu sia dei nostri".
Ci salutammo e il pomeriggio passò lentamente. Enrico era stato a una riunione così speravo di poter andare via senza doverlo incontrare. Non volevo sapesse che mi ero presa un giorno per dare la risposta. Ma se poi la Dottoressa glielo aveva detto? No, non poteva, perché lui era in riunione...
Si fecero le otto di sera e stavo uscendo ma lui arrivò in quel momento.
"Giulia!", mi chiamò.
"Sì...", dissi balzando in un attimo davanti a lui.
"E così hai bisogno di tempo per pensarci, eh? Non vuoi restare con me...".
"No io... forse...".
"Spogliati nuda e tieni addosso solo le scarpe".
Chiuse a chiave la porta e mi fece girare attaccata al muro in piedi con le mani alzate come se dovessi essere perquisita. Le sue mani si insinuarono tra le mie cosce arrivando alla mia cavità morbida e iniziò a toccarmi come sapeva fare lui, in un modo deciso, audace, avido di me, facendomi sentire una cosa di sua proprietà.
Iniziai a fondermi: miele tra le mie labbra di donna e calore nel mio sesso.
Prese un nastro e iniziò a frustarmi sulle natiche e sulla schiena.
Piano e più forte: alternava i colpi e poi ogni tanto smetteva per infilarmi un pene di gomma nella fica.
Mi fece piegare leggermente, stavo quasi dritta e lui prese a scoparmi così e lo fece tirandomi i capelli indietro e dicendomi con la bocca attaccata al mio orecchio che ero la sua puttana e che se me ne andavo mi avrebbe comunque ritrovata dovunque. Ogni tanto mi mordeva piano sul collo. Attaccava la bocca tutta sul collo e mi mordeva piano o mi succhiava. Ero piena di segni ovunque.
Mi faceva paura a volte. Ma mi faceva godere. Terribilmente godere. Sentire una donna. E anche io sentivo di regalargli un godimento totale, che non trovava facilmente con altre donne.
Si incastrava dietro di me in qualsiasi posizione io fossi. Si incastrava con me come un pezzo di costruzione mancante nel mio corpo e nella mia vita. Il suo seme conosceva ogni mia cavità e quel suo sapore aspro era ormai diventato come pappa reale. La mia fonte di energia che lui spegneva quando si arrabbiava e riaccendeva facendomi godere e godendo con me.
Lo odiavo. A volte lo odiavo e tante volte avevo cambiato la data sulla mia lettera di dimissioni. Tante volte avevo voluto andare via.
Ma il mio orgasmo decideva sempre per me e lo fece anche questa volta che mi frustò e scopò con violenza tenendomi al muro, come se fosse stata l’ultima volta in cui avrebbe potuto godere con me.
Capii che, in fondo, avevo sempre voluto sbagliare per essere punita e così, a lavorare con Enrico, ci restai.

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