Racconti Erotici

Endorfina

Scritto da Nessuno

Gli occhi si chiudono; le palpebre calano, inesorabilmente, sulle orbite; si svuotano le pupille; si rovesciano all’interno.

Il delirio di fuoco s’accende sulla liquida distesa di piacere che invade le membra. Un’onda senza freni dal profondo dell’intimità, del ventre, dal centro del corpo si espande, invade i più remoti meandri della mente. Ogni ganglio, centro nervoso, sottile innesto sulla pelle, nella carne; ogni frammento di se stesso è connesso sinapticamente a godere per la sua parte; ognuno tende al bene supremo dell’insieme.
Il mantra del dissoluto piacere si ripete senza fine invocando il suo Deva. La mente attraversa il corpo librandosi in un’altra dimensione, insieme inseparabile dei cinque sensi. Ogni corpo cavernoso si espande nel tempo e nello spazio, gravido di sangue. Più ingigantisce, più gode, s’alimenta, succhia l’ameba dalle mille spore, dai mille globuli, dai mille esseri, racchiusi in breve consistenza. La mente spazia; immagina, comanda, muove, agita, frustra, blandisce, calma, pungola, torna a tormentare, a torcere, a tendere, a spalmare, ad accarezzare, ad arrestare. Lo scopo: protrarre all’infinito lo spasimo, il dolore acuto che affanna e condanna a rincorrere l’assolvimento dell’estremo bisogno, del piacere ultimo, rinviando il momento dello sfinimento, dell’estasi. Sobbalzano, si contorcono viscere e meningi. La mano scuote lo strumento cavernoso. Vischiosa sbava tra le dita l’umettante prostatica saliva; vibra il bestione e il moto eccita le seminali vescicole. L’infinito senso d’eterno si risveglia. Il midollo confluisce per distorti condotti nelle azzurrine diafane asimmetriche, oblunghe gonadi. Secernono il liquido sieroso, il collagene di vita riverso nell’epididimo che enfio protende l’elastica coda, trattenendo milioni di possibili esseri, pronti alla folle corsa verso il negato dotto deferente. Allora, la mente trattiene, frusta a sangue quegli incauti impenitenti che per loro sopravvivenza sbattono code impazzite, nell’attesa dell’inebriante corsa che li attende.
Ogni fibra, martoriata dal desiderio di conquista, di esplodere in miriadi di pezzi, di raggiungere il fine ultimo, di conferire senso al suo esistere; ogni fibra s’agita e si protende. Finché non è perso ogni nesso; la mente vacilla, la volontà dissolve la sua consistenza, slitta la dimensione del reale e trascolora in rosa e viola il paesaggio interiore. Arde il tizzone, s’infiamma l’agone, si strozza, turgido annaspa, vibra, sbanda, vermiglio sprona, si alza sulle staffe, lanciando in alto l’asta, verso la prossima fine della lizza. Intanto nel petto risuona il canto di mille guerrieri, il ritmico alterno rumore della pompa d’amore che irrora di purpurea linfa il genitale affanno. Flash di rutilanti immagini di carnali affetti.
L’esca? Un uovo, un nido, un umano progetto. Un testicolo l’origine magica, nato in un contrasto di scalmanati aspiranti ad autonoma vita, ma ancora non compiuto, attratto, affamato da un perverso ovulo, in cerca di salvezza, s’avventa per morbidi condotti foderati di seta; scodinzola e vibra per afferrare l’incontro, la dolce, calda immersione che consenta l’istantanea soddisfazione. La vita è imporre se stessi! Un unicum. Due amanti si cercano, si toccano, inanellano e sfilano bocche, gambe, sesso; si martirizzano nell’attrazione fatale che soddisfi il bisogno di sentirsi affermati e danno il consenso all’istinto innato di rendere il mondo perenne, a propria insaputa. L’intento: unire due gameti = raggiungere il godimento. Affannarsi a rendere l’anima, a mandare innanzi il seminale guerriero, a lasciare andare ogni freno, a riversare il vulcanico getto con boati frenati da orgasmici euforici spasmi, raggirati dal reciproco animalesco incrocio. Il lancio potente ripete il suo gesto in calante progressione, finché la lasciva, lavica effusione non è ridotta in pochi secondi a rivolo che sconcerta lo svuotato, perplesso fautore.
Il bolide fatale è lanciato all’interno del toboga a raggiungere il profondo uterino becchime. L’obice, privo del colpo in canna, si rattrappisce in tubero umido di liquidi biologici, si disfa, lucido brilla, poi boccheggia nella valle inguinale, sulla sacca depressa, felice di aver dato l’attesa prova dell’alta, precisa gittata.
S’estranea il pensiero, galleggia la mente, sconcertata, non avverte più niente, non corpo, non peso, non duole, né prova pena.
Leggera appare la vita librata in endorfinica illusione.

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