Racconti Erotici

Legame di sangue

Scritto da Ucronia

Tradito. Il pensiero folgorò la sua mente, penetrandola con la stessa violenza con cui la spada era penetrata nel suo addome. Sbarrò gli occhi ed ebbe la crudele conferma del suo presentimento.

Il sangue colava a dense gocce dalla punta della lama che solo pochi istanti prima gli aveva perforato le viscere. Il suo assassino sembrava pietrificato dal suo stesso gesto. Esitava, fissando la lama, indeciso se aspettare la sua morte o fuggire.
Sigurd si guardò le mani, istintivamente le aveva premute contro la ferita e grondavano del nero liquido. Chiuse gli occhi e inspirò con difficoltà, fitte di dolore gli attraversarono le membra quando con la destra impugnò la sua Gramr e, sollevandosi a fatica, la conficcò tra le scapole dell’uomo che aveva considerato un fratello.
Mentre lo sentiva rantolare per terra, Sigurd si adagiò dolorosamente sul letto, gli occhi velati di lacrime di rimpianto miste a sangue. Non sentiva più le gambe, il gelo della morte si arrampicava veloce attraverso i suoi arti e presto avrebbe raggiunto il cuore.
Imprecò tra sé contro chi aveva tramato il suo assassinio. Si aggrappava ostinato alla vita che lo stava abbandonando, una vita piena, un susseguirsi incessante di avventure e imprese leggendarie.
Che infamia! Sigurd, l’uccisore del drago Fafnir, sarebbe morto indecorosamente nel suo letto.
Nessuna ricompensa nella Valhalla spettava a colui che non trovava una morte degna sul campo di battaglia. Odino non lo avrebbe permesso e quindi nessuno sarebbe venuto a prenderlo.
Nessuno.
Questa improvvisa consapevolezza si palesò con inesorabile evidenza nella sua mente. Si fece forza, recitando formule magiche, tastava con le dita le rune incise sull’elsa di Gramr e le visualizzava nella mente. Non riusciva a credere che il momento che aveva atteso da anni, l’occasione per riscattare il suo orgoglio, non sarebbe mai arrivato.
"Sigrdrifa".
Il nome della valchiria affiorò sulle labbra disidratate di Sigurd mentre il respiro continuava a rallentare. Tossì un fiotto di sangue tentando di invocarla. Ripensò ai versi della profezia che lo avevano condotto da lei quando era ancora un giovane guerriero. L’aveva cercata, incurante delle ammonizioni di chi sapeva che aveva sfidato il volere di Odino e che per questo giaceva addormentata sopra una rocca, protetta da un cerchio di fuoco. Sigurd, intrepido e privo di scrupoli, avrebbe barattato la gloria eterna nella Valhalla per poterla incontrare. Ora invece non gli restava più nulla. E, come se non bastasse, ogni suo pensiero si stava focalizzando su di lei, come se al culmine di tutto la sua vita volesse ridursi a quell’unico evento, l’incontro con Sigrdrifa, che ancora bruciava, corrosivo come acido appena colato sulla pelle.
Una notte, molti anni prima, Sigurd aveva raggiunto la cima del monte su cui Odino aveva posto Sigrdrifa. Il cielo era rischiarato dalle fiamme che divampavano alte e come un’aurora arrossavano le nubi e velavano le stelle. Fu in grado di attraversare indenne il fuoco grazie ai poteri acquisiti nutrendosi del cuore di Fafnir, grondante il sangue prodigioso che adesso scorreva nelle sue vene.
Tra i chiaroscuri di quella luce vermiglia finalmente la vide, stesa sul dorso, addormentata con tutta l’armatura, la spada sguainata appoggiata al petto, le mani congiunte sull’elsa.
Il silenzio era totale, tutto intorno la natura sembrava aver nascosto le sue creature notturne, non si udivano frinire le cicale, le civette tacevano e le fronde degli alberi restavano ferme, non emettendo i consueti e confortanti fruscii.
Turbato da questa quiete insolita, Sigurd si inginocchiò e le sfilò l’elmo. Gli occhi di Sigrdrifa erano socchiusi e le sottili labbra rosa serrate. Il viso ovale aveva un’espressione aggressiva. La fronte corrucciata, le sopracciglia quasi unite al centro e gli zigomi marcati le davano un aspetto mascolino che non aveva nulla della femminilità delle donne che aveva conosciuto.
Sigurd provò a rimuovere l’armatura ma non ci riuscì, era un tutt’uno con il suo corpo. La osservò ancora, sfiorando i pezzi di metallo e cuoio che la ricoprivano fin sopra le gambe nude.
Gramr pendeva al suo fianco, ansiosa di fare la sua parte, l’elsa scintillante alla luce del fuoco che intorno a loro continua ad ardere.
"Gramr, fa il tuo dovere!", le comandò, impugnandola e tenendola dritta davanti a sé.
E senza indugiare oltre, con un colpo preciso della spada magica squarciò l’armatura che, simile al ventre di un animale appena scannato, si aprì in due rivelando il corpo della valchiria. Subito i polmoni di Sigrdrifa si riempirono di aria e, quando espirò, un lungo soffio caldo le uscì dalla bocca, poi aprì gli occhi e lo fissò. Sigurd quasi gemette, quegli occhi enormi, neri come punte di freccia di ossidiana, trafissero i suoi. Le pupille dilatate sembravano pozzi oscuri dentro cui gettarsi e perdersi per sempre.
Sigrdrifa si mise a sedere, indifferente alla sua nudità. Si guardò attorno e sfiorò i pezzi dell’armatura ormai distrutta.
"Hai aperto la mia corazza", osservò stupita, "chi sei, guerriero?".
La voce della valchiria era bassa e un po’ roca, parlava lentamente come se pesasse ogni singola parola che pronunciava. Le asprezze della lingua nordica s’intensificavano a contatto del suo palato.
Sigurd le disse il suo nome e lei, con rabbia non sopita dal lungo letargo, aggiunse: "Odino mi ha punita. Potevo scegliere il matrimonio ma non avrei mai più vinto in battaglia. Scelsi il sonno a quella vergogna!".
Sigrdrifa all’improvviso si alzò e, dandogli le spalle, protese le mani al cielo e maledisse il giorno in cui Odino l’aveva costretta a quell’esilio. I lunghi capelli dorati attorcigliati in grosse trecce le dondolarono sulla schiena, sfiorandole le gambe.
Sigurd, rimasto senza parole, si sollevò e le afferrò la mano facendola voltare. Sigrdrifa sembrava felice di essere stata liberata. La avvicinò a sé e le strinse gli avambracci guardandola negli occhi che si trovavano alla stessa altezza dei suoi. Il suo corpo, asciutto e muscoloso, emanava odore di legna bruciata e resina. Non aveva più quell’espressione accigliata, ma una specie di sorrisetto ironico le incurvava le labbra da un lato. Sigurd non provava alcuna attrazione per la vicinanza con il suo corpo, con quel seno appena accennato e il ventre piatto e glabro.
"Che cosa cerchi, Sigurd?".
Glielo chiese con tono secco, continuando a tenere lo sguardo fisso nei suoi occhi. Era la prima volta che le sentiva dire il suo nome e gli procurò un brivido lungo la spina dorsale.
"Insegnami ciò che sai, rivelami i tuoi segreti".
"Giovane Sigurd, sei coraggioso! Ma poiché hai affrontato il cerchio di fuoco e mi hai risvegliata, ti metterò sotto la mia tutela. Sul campo di battaglia ti proteggerò e, quando arriverà la tua ora, sarò l’unica valchiria legittimata a prenderti e condurti nella Valhalla".
Già preda del suo fascino oscuro, Sigurd non si rendeva conto che da quel momento non sarebbe stato più possibile tornare indietro.
Sigrdrifa gli posò le mani sulle spalle e con decisione lo spinse giù facendolo sdraiare lì dove poco prima giaceva lei stessa addormentata. Gli si inginocchiò a fianco e lo denudò completamente.
Con un bastoncino di legno tracciò per terra il perimetro del suo corpo, quindi prese la spada e con gli indici ne sfiorò la lama affilata. Due rivoletti di sangue le colarono dai polpastrelli e, usando le dita come càlami, cominciò a scrivere rune antiche sul corpo di Sigurd. Il sangue fluiva costante dalla valchiria, lasciava scie porpora che a contatto con la pelle calda dell’uomo si asciugavano e diventavano brune.
Le rune formarono parole e le parole frasi che Sigrdrifa cantava con voce penetrante, riempiendo l’aria di suoni e vibrazioni. Sigrdrifa scrisse il suo nome sulla fronte dell’uomo: "Sono colei che porta la vittoria, Sigurd, e ti ho scelto".
Continuò a scrivere, girando attorno alle orbite oculari, scese sulle sue guance scavate e scurite da un accenno di barba, e raggiunse le labbra. Riprese a scrivere da sotto le orecchie e lentamente prese la via del collo, lungo lo sterno e verso l’addome teso. Ritornò sulle spalle e percorse le braccia tempestandole di lunghe scritte che arrivavano ai polsi straripando sulle mani.
Il canto inebriava Sigurd che si sentiva stordito come se fosse ubriaco. E il sangue, quel sangue preternaturale, si infiltrava sotto la pelle e si diffondeva dentro le fibre dei suoi muscoli, bloccandoli e inondando il suo corpo di un calore quasi insopportabile.
Sigrdrifa procedeva incurante. Scrisse sui femori, cospargendoli di scritte altrettanto fitte e complesse, poi sulle rotule e oltre, sulle gambe fino alle caviglie. Quando arrivò ai piedi, Sigurd ormai era paralizzato, gli arti divenuti pesanti come piombo sembravano saldati al suolo, come se la terra avesse deciso di farlo diventare parte di sé. Il suo istinto gli ordinava di fuggire ma il corpo non reagiva più. Percepiva, ora chiaramente, di essersi messo nelle mani di una creatura prepotente e misteriosa, ma non immaginava qual era il compenso che Sigrdrifa avrebbe chiesto, anzi sottratto all’uomo, in cambio della sua protezione.
"Incauto Sigurd", lo schernì lei quando vide la sua espressione preoccupata, "ti aspettavi che mi sarei limitata a soddisfare le tue richieste senza pretendere nulla?".
Sigrdrifa si sedette sul suo bacino, l’unica parte del corpo di Sigurd che non aveva toccato, e a contatto con il corpo rovente della valchiria, il suo membro diede i primi segni di erezione. Sigrdrifa ne fu deliziata e serrò ancora di più le cosce. Sigurd era sconcertato, non aveva scelta, lo aveva soggiogato con il suo potere e i suoi incantesimi. Decisa a prendersi ciò che voleva, Sigrdrifa muoveva il bacino strofinandosi su di lui, poi poggiò le mani sul suo petto e, senza fermarsi, si chinò sul suo viso, gli sorrise in quel suo modo sinistro e lo baciò. Il sapore della sua bocca infiammò Sigurd più di quanto avrebbe voluto e, non appena se ne rese conto, le morse la lingua, risentito. Lei si allontanò e si mise a ridere. Derideva la sua imprudenza probabilmente, ma non gli importava, ormai sentiva solo la rabbia montargli dentro e acceleragli le pulsazioni. Sigrdrifa conduceva la danza, ne regolava il ritmo secondo il suo piacere e Sigurd non poteva fare altro che subirne le conseguenze. Non riusciva a imporre al suo corpo di restare inerte e lei, che ne era consapevole, abusava della sua natura umana, depredava la sua volontà e la sua ambizione.
Per un attimo Sigurd sospettò che lo avrebbe tenuto prigioniero per sempre, ma di certo Odino non glielo avrebbe permesso, anche se, per una volta, avrebbe finto di non vedere. Anzi, probabilmente si stava godendo lo spettacolo di un mortale piegato nella sua arroganza e nella sua convinzione di poter liberare Sigrdrifa impunemente.
Sigurd provò a estraniarsi da quello che gli stava accadendo. Cercò rifugio nella sua mente ma vi trovò emozioni discordanti. La odiava per come lo trattava, ma il rendersi conto che ogni momento di piacere Sigrdrifa lo doveva a lui, gli incendiava i lombi. Immaginò di poter aprire in due la valchiria come prima ne aveva aperto l’armatura. Si vide squartarle il ventre penetrandola con Gramr, la lama infilata nel suo corpo indifeso, il sangue che sgorgava copioso. Questo pensiero però fece gonfiare la sua erezione tanto da fargli male e di conseguenza crebbe l’eccitazione di Sigrdrifa.
La sentiva già umida e scivolosa e a un tratto si ritrovò dentro il suo sesso. Il cambiamento in lei fu immediato. Iniziò a gemere mentre con le mani si stringeva i piccoli seni. Sigurd invece si sentì imprigionato dentro quel corpo, posseduto, non distingueva più le sue sensazioni, come se lei si fosse impadronita anche della percezione che lui aveva di se stesso.
Intanto Sigrdrifa continuava il suo gioco crudele. Si afferrò alla nuca dell’uomo per poterlo sentire meglio dentro di sé. Sigurd resisteva al suo sguardo, non distolse mai gli occhi, anche se in certi momenti l’eccitazione era tale da fargli mancare il respiro. Ogni tanto si fermava, voleva che resistesse il più a lungo possibile, voleva sottometterlo fino in fondo. Ma non appena riprendeva, aumentava il ritmo dei suoi movimenti, mentre con una mano amplificava il suo piacere accanendosi su di sé.
Come una qualunque cortigiana, provocante e lasciva nel suo corpo di carne ma indomabile e ultraterrena, Sigrdrifa raggiunse l’orgasmo, aggrappandosi al petto di Sigurd con le unghie conficcate tra le sue costole. Emise un lungo e profondo gemito e chiuse finalmente quelle pozze nere che erano i suoi occhi, liberandolo dal suo sguardo per qualche secondo. Le contrazioni dei suoi muscoli portarono anche Sigurd all’orgasmo che arrivò come una liberazione.
Svuotato e ferito nell’orgoglio, Sigurd la osservò alzarsi su di lui, stillando gocce bianche sulla sua pancia. Il viso di Sigrdrifa aveva un’espressione indecifrabile. Gli si avvicinò all’orecchio e mormorò: "Sei mio". Poi, nuda per com’era, richiamò con un lungo fischio il suo enorme lupo grigio, gli salì sul dorso e, attraversando il cerchio di fuoco, scomparve dietro le fiamme.
Sigurd trasalì.
Una mano si era posata sulla sua riportandolo al presente. Ma ormai allo stremo delle forze, rimase con gli occhi chiusi, adagiato sul letto intriso di sangue.
Un inconfondibile odore silvestre gli giunse infine alle narici.
Cercò di parlare, ma Sigrdrifa gli strinse forte la mano e lui ci rinunciò. Le voleva chiedere la ragione della sua presenza. Non era neanche arrivata da valchiria, cavalcando il suo lupo e volteggiando sul suo corpo morente. Sapeva che non poteva portarlo con sé nella Valhalla, sicuramente non avrebbe disobbedito di nuovo a Odino.
Sigrdrifa gli si coricò accanto. Lui non aprì gli occhi neanche allora. Gli mise un braccio sotto la testa e con l’altro si strinse a lui. Lo teneva stretto al suo petto, come una madre con il suo bambino.
Una madre spietata, pensò Sigurd, capace di nutrirsi dei propri figli se solo si fosse presentata l’occasione. Eppure era lì perché lo aveva scelto. Un incomprensibile legame di sangue li univa.
E con la stessa voce bassa di allora, mentre esalava l’ultimo respiro, Sigrdrifa gli sussurrò: "Sei mio".

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