Racconti Erotici

Urian il mongolo

Scritto da Pizzo Nero

Mi sveglio di soprassalto sudata e ansimante. Finalmente cosciente, mi illudo di poter affrontare i miei fantasmi a occhi aperti e combattere contro la morsa dell’angoscia e della nostalgia che mi opprimono il petto e mi soffocano, rendendomi difficoltoso perfino respirare regolarmente.

Ma niente riesce a distogliere la mia mente da quelle immagini che mi restano impresse nella retina come se avessi assistito a una proiezione su di uno schermo gigante: Urian, il mio amore mongolo, lontanissimo e impossibile assediato da donne di ogni razza e colore. Perso nella beatitudine che gli regala l’essere circondato da quelle superfici levigate e lucide, immerso in quel mare di membra patinate che lo tormentano regalandogli momenti di godimento estremo. Quelle scene strazianti mi tormentano fino al mattino, e ancora.
Qualche notte invece la sofferenza mi concede una tregua perché sono io che nel sogno mi aggrappo a lui mentre cavalchiamo verso la foresta in groppa allo stesso cavallo mentre la sua lupa Kate ci corre a fianco. Siamo noi che, nel gelo esaltante della neve, giochiamo nudi e felici come due ragazzini o nuotiamo insieme lasciandoci accarezzare dalle onde tiepide del lago salato incuneato fra le montagne.
Sono io che lo abbraccio nel tepore familiare del suo letto e me lo tiro addosso per godere del conforto del peso del suo grande corpo che si allunga su di me. E sono ancora io che lo cavalco serrandogli le cosce attorno ai fianchi per spronarlo e poi mi schiaccio su di lui per spingermelo tutto dentro e mi delizio nel guardarlo tremare, confuso dall’eccitazione che lo attanaglia. Mi godo la visione del suo petto gonfio e lucido di sudore che si alza e si abbassa, dei suoi addominali tesi che si contraggono al ritmo cadenzato delle spinte, dei tendini del suo collo irrigiditi. Sono io che mi lascio abbagliare dalla luminosità del suo sorriso ricolmo di passione e di tenerezza insieme. E nel sogno sollevo lo sguardo e mi compiaccio della vista del suo doppio nel ritratto che mi spia dall’alto, con lo sguardo febbricitante mentre freme tutto di desiderio, tanto da riuscire a... staccarsi dal quadro per raggiungerci, per moltiplicare il piacere.
E i guerrieri mongoli nudi e possenti che mi fanno godere e godono di me adesso sono due, identici e bellissimi, impegnati al solo scopo di soddisfarmi e ci riescono splendidamente perché se nella realtà Urian riusciva da solo ad appagarmi in maniera totale, adesso che le mani possessive che mi percorrono tutta incendiandomi la pelle di carezze sono quattro e le bocche che mi succhiano appassionatamente per assaporare ogni centimetro di superficie percorribile e divorarmi di baci sono due... le sensazioni che provo si espandono.
Due le lingue che si attivano per solleticare i miei punti più sensibili, che mi dischiudono e si insinuano tra le pieghe umide e frugano alla ricerca di altri punti nascosti da esplorare, contendendosi lo spazio fra le mie cosce divaricate per levigarmi tutta, e regalarmi pigre pennellate colorate di piacere.
Due le criniere arruffate che mi solleticano l’addome e le cosce e il petto e nelle quali posso affondare le dita. Due le coppie di penetranti occhi a mandorla che spiano avide il mio piacere illuminandosi di bagliori verdi di passione. Doppia la fila di denti perfetti da predatore che mi graffia la pelle e mi affonda nella carne e che si nutre di me e mi divora consumandomi le natiche e i fianchi e il ventre e i seni fino a lasciarmi tutta splendidamente indolenzita.
Quattro le labbra carnose e fameliche che mi si incollano addosso come ventose intrappolandomi i capezzoli in una suzione tormentosa e struggente e che si avvicendano spalancandomi le cosce per affondare e abbeverarsi dei succhi che mi bagnano copiosi. Dieci le dita lunghe dai polpastrelli ruvidi, così curiose da intrufolarsi ad invadere... oh, ogni fessura, e affondare e penetrare e scivolare e strofinare e affondare ancora. Dovunque.
E infine due, i sessi vigorosi e levigati che si lasciano impugnare e stringere e che pulsano come uccelli rapaci racchiusi nella morsa possessiva delle mie dita strette a pugno. Due, egualmente vellutate le pelli che si lasciano trascinare avanti e indietro lungo le erezioni più indomite della Mongolia, due le punte carnose da levigare con la lingua e da succhiare e mordere. Da ingoiare fino a sentirmene soffocare, fino a farmi esplodere quel sapore unico nel palato e poi più giù nella gola. Due le coppie di testicoli frementi da racchiudere delicatamente nel palmo delle mani e palpeggiare fino a sentirli vibrare, due i corpi palpitanti che mi aderiscono e che pressano e mi schiacciano avvolgendomi tutta nel più erotico incontro di lotta alla maniera Mongola. Due splendidi vigorosi animali che mi pesano addosso. Due identiche voci che gemono e ringhiano e sussurrano parole ora tenere ora provocanti, e si esibiscono in un coro seducente che mi accarezza i sensi e che mi fa vibrare fino all’ultima cellula.
Due splendidi oggetti del desiderio che mi riempiono tutta esibendosi in una varietà infinita di penetrazioni e conducendomi innumerevoli volte al piacere e che tremano e si irrigidiscono sospesi prima di inondarmi tutta, gorgogliando come fontane impazzite. Due le sorgenti da cui attingere crema densa e bollente, tanto abbondante da devastarmi ventre e bocca e mani e seno e natiche e da inondarmi il cervello fino allo stordimento. Fino alla follia, all’incoscienza che bramo. Due i corpi morbidi e appagati su cui rilassarsi e dai quali attingere conforto e tenerezza e amore. Due le voci che sussurrano dolcemente: "Shorkira... sei come il rumore di pioggia che cade".
E quando mi sveglio, sudata e indolenzita e col respiro affannato, mi accorgo che la mia eccitazione ha lasciato una chiazza di umido dentro il letto. Vischiosa come un’eiaculazione. E non so più distinguere se è più doloroso svegliarsi dopo questi sogni o dopo gli incubi. So solo che al risveglio il dolore è lì che mi aspetta. Sempre così presente, così potente da essere quasi tangibile, così acuto e infinito. Soffocante.

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