Racconti Erotici

Autarchia

Scritto da Addicted

E' un mese che mi ammazzo a seghe. Due, tre, quattro pippe al giorno. Roba da scorticarsi l’uccello. Il trionfo dell’autarchia. Un mese...

Finalmente, novembre è finito. Stamattina mi son svegliato con il piglio giusto. Cazzo, esco e mi scopo mezza Roma. Dai, Nicoletti, prendi la Casilina e dimostra al mondo chi sei.
Sto rileggendo Bukowski. Se le chiava tutte, il bastardo. Nelle maniere più assurde. Il mondo è pieno di mignotte. Anche qui, a Roma. Devo solo trovarne una.
Libri in mano, mi accingo a un’altra giornata di caccia. Il Mc Donald’s di piazza della Repubblica è il mio pisciatoio ufficiale. Ogni passeggiata comincia sempre da qui.
Anche oggi. Entro nel cesso, poggio i libri sul porta-carta igienica. Storie di ordinaria follia del vecchio Hank e Le voci di Marrakech di Elias Canetti.
Si apre la porta. Il figlio di puttana neanche bussa. Istintivamente faccio per richiuderla. Colpisco i libri. Bukowski finisce in un lago di piscio, Canetti miracolosamente si salva.
Canetti, lo conoscete? Raffinato scrittore, nato in Bulgaria, da padre spagnolo e madre italiana. Entrambi sefarditi.
A proposito di ebrei. Via Nazionale. Passa una rossa. Gran figa. La fermo. Israeliana. Parliamo di Arafat, dei palestinesi e perfino dei sionisti. Vede il mio tatuaggio sull’avambraccio destro. Le sparo qualche cazzata. Del tipo, ero un brigatista, ho fatto la galera, bla bla bla.
Sta per tornarsene a casa. Qualche ora e un aereo se la riporterà in Terra Santa. Provo a baciarla. Niente, ma intanto son passate due ore. Bene così. È dura non avere un accidente da fare e tirare fino a sera.
Corso Vittorio Emanuele. Altro Mc Donald’s. Ho di nuovo voglia di pisciare.
C’è la fila. Ma noto lei. Sola soletta, in un divanetto nascosto a un angolo della sala. Divora il suo schifoso cheeseburger. Entro, piscio. E' ancora lì. Capisco, comunque, che non ne avrà per molto. Vado fuori e l’aspetto.
Eccola. Un viso raccapricciante. Due piccoli occhi verdi e un muso che sembra un topino. Ma che due tette.
Vi presento Joy, direttamente da Wellington, Nuova Zelanda. Pochi passi e già le ficco la lingua in bocca.
"Andiamo a Villa Borghese?", le chiedo.
"Sì", dice lei.
E di nuovo lingua in bocca.
Probabilmente non crede ai suoi occhi. Un bel cristo di un metro e ottanta che la corteggia.
Senza nessun problema, le propongo un salto a casa mia. Risposta scontata.
Ma la strada è lunga. E io non glielo dico.
"Abiti qui vicino?".
"Sì, più o meno...".
Un autobus e siamo a piazzale Flaminio. Intanto dal cielo cominciano a cadere dei macigni di ghiaccio.
Metro, scendiamo a Termini. Costeggiamo la stazione e giù per il mio trenino. Lei arranca ma mi sta dietro.
"Uffa, fra quanto arriviamo?".
"Tranquilla, ancora un po’ e ci siamo".
Cazzo, questa non ci voleva. Fuori servizio.
"Out of order", le dico.
Il topino annuisce.
La grandine ha messo in ginocchio Roma. Ma io sono ancora in piedi. E al 100% si chiava.
Dobbiamo prendere l’autobus, il famoso 105. A occhio e croce, considerando anche il traffico, dovremmo averne almeno per un’oretta. Ma ‘sto coso tarda ad arrivare.
"Uffa, ma dove cazzo abiti?".
Arriva. Strapieno.
Pigia pigia, riusciamo a entrare. La maledetta Casilina è in tilt. Un traffico della madonna. Avanziamo a passo d’uomo. Anzi, più lenti.
"Uffa, ci vuole ancora molto?".
Bambina capricciosa, adesso Nicoletti ti sculaccia.
Lì dentro siam peggio di sardine in scatola. Aliti fetenti, tanfo di sudore, una babele di lingue e di colori. Siam stretti tra cinesi, pachistani, nord-africani, anziane badanti ucraine e Dio solo sa cos’altro.
Ma noi non ci scoraggiamo. Abbiamo una meta, un obiettivo da raggiungere. Mi sta attaccata. Spinge il culo avanti e indietro.
Sentilo, sentilo bene. Fra un po’ te lo ficco dentro e garantisco che ti ci vorrà un piede di porco per toglierlo fuori.
Come se mi avesse letto nel pensiero, si gira e mi fissa con occhietti libidinosi. E con lo sguardo di quella che sa fare più numeri lei con quindici centimetri di cazzo, che una scimmia nella giungla con trenta metri di liana.
Ha due tettone che non vi dico. Le mie mani frugano abili all’interno del suo inguardabile giaccone a vento. E poi giù. Non ha le mutande, la troia...
Cazzo, la sto sgrillettando dentro un autobus affollato. Talmente affollato che nessuno può accorgersi di ciò che succede. Siamo sulla Casilina, a bordo del 105. Qui tutto è possibile.
"Uffa, quanto manca?".
Casilina bloccata. Siam fermi in mezzo alla strada. Aprono le portiere dell’autobus. Ci invitano a scendere. La gente è parecchio incazzata. Se la prendono con quel povero autista. Si becca improperi in tutte le lingue del mondo.
E' un putiferio. Piovono acqua e bestemmie. Vomitati fuori dal 105, sembriamo un branco di animali impazziti. Un branco di animali impazziti che si agita tra le migliaia di automobili ferme.
Mi volto. Dov’è il topino neozelandese? Clacson impazziti, urla sovrumane. Grido il suo nome.
Niente, la donna venuta dall’Oceania con la missione di interrompere il mio digiuno non c’è più.
Smette di piovere. Lentamente il traffico sulla Casilina si normalizza. E di nuovo sfreccia l’elettrotreno sulla linea Roma - Pantano.
Torno a casa. So quello che ci vuole in circostanze come queste. Entro in bagno, mi abbasso la lampo e...
Un racconto? Macché, il mio diario.
Roma, lunedì 1 dicembre 2008.

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