Racconti Erotici

Il lezionario

Scritto da Ucronia

"Indecente", borbotta Carola tra un padrenostro e le avemarie. Di tanto in tanto alza gli occhi al cielo, evitando di soffermarsi sull’enorme crocifisso di legno sospeso sull’altare.

Sa che è peccato distrarsi ma come non accorgersi delle occhiatine sfacciate che le sue compagne di preghiera lanciano a padre Donato?
Conoscendola, più che contro di loro la sua invettiva deve essere diretta contro il nuovo vicario.
Carola si ritiene offesa da quei suoi modi gioviali e amichevoli.
"Sconvenienti", si affretterebbe a correggerci, "e ai limiti dello spudorato. Come può quel buon uomo di don Alfonso sopportare questo comportamento da un suo subalterno? Nessuna sorpresa che abbia avuto un attacco di cuore, lieve certo ma, santo cielo, sempre di infarto si è trattato!".
"Odiovieniasalvarmi. Signorevieniprestoinmioaiuto", cantilenano in coro le donne interrompendo i pensieri di Carola per alcuni secondi. Declamano anche il Gloria e padre Donato si avvicina per impartire la benedizione. Resta a salutarle una per una, ricordando loro di vendere i biglietti per l’imminente pesca di beneficienza. Carola è l’unica a rimanere al suo posto; inginocchiata, le mani giunte sul petto per ammortizzare il peso del corpo contro il banco. Chiude gli occhi ma si chiuderebbe volentieri le orecchie per non sentire i gridolini e le risatine che ormai puntuali seguono la recita pomeridiana del rosario.
Ridicole, pensa infastidita.
Deve confessare a se stessa, mentre fa finta di pregare, che purtroppo sono parecchie le cose che la infastidiscono. Passa la giornata elencando a mente ciò che la irrita. Finisce sulla sua lista nera qualunque cosa metta a dura prova i suoi propositi di essere brava, buona e giusta.
"Non giudicare", si ripete con insistenza. Ma come si fa a passare indenni le giornate senza giudicare? Dovrebbe vagare cieca e sorda per il mondo per non notare tutto quello che contraddice i suoi princìpi, i suoi valori. Il suo credo. Bugiardi. Ipocriti. Dissoluti. Pervertiti. Tutti perduti, uomini e donne. Giovani e vecchi. In tv, nelle riviste, per strada. Nessuno si comporta come dovrebbe, come le è stato insegnato. Sembra che pensino solo ad apparire e al sesso (e prontamente si segna con la croce, ché il solo pensare la parola potrebbe contaminarla).
Sono fin troppo evidenti le pagliuzze negli occhi degli altri. Ed è certa, certissima di non avere alcuna trave nei suoi.
E ora ci si mette pure quel pretucolo a ostentare la sua spudoratezza. Un paio di giorni addietro Carola gli ha chiesto di poter vedere don Alfonso, con il quale potrebbe sfogarsi; lui la capirebbe, la rassicurerebbe con la sua consueta gentilezza tenendole le mani tra le sue, facendola sentire nel giusto. Don Alfonso non la reputerebbe una sputasentenze. Invece sembra ovvio che è proprio così che la considera padre Donato che le ha pure impedito di fargli visitar con la scusa della convalescenza. E per giunta, con quel suo perenne sorriso stampato in faccia, si è pure proposto come confessore. Carola ha declinato l’offerta. Figuriamoci! Quello è capace di spifferare tutto a mezza parrocchia!
Mormorando improperi contro il vicario, Carola si rimette in piedi e si dirige verso l’uscita laterale della chiesa. Padre Donato la vede andarsene con la coda dell’occhio. Sorride, lo diverte molto che lei non si renda conto di quanto siano palesi i suoi pensieri. E' come se camminasse con la nuvoletta bianca dei fumetti sulla testa. Sa bene di non piacerle ma non si scompone. Dopotutto non si può piacere al mondo intero, no? E' un ottimista per natura, ringraziando il cielo il buonumore non gli manca e non si farà rovinare il resto del pomeriggio. Adora essere adorato, questo è evidente anche a un osservatore distratto. E' dotato di grande carisma e lo sa, ma è abbastanza intelligente da nascondere il suo compiacimento tanto da rendersi simpatico a tutti.
Quasi tutti, si corregge. Nella massa può sempre saltar fuori qualcuno che non si fa imbambolare dai suoi modi affettati. Oppure qualcuno, come Carola, troppo intransigente per apprezzare la sua esuberanza. Non gli importa. La ignora e allo stesso tempo la tiene al suo posto, come quando ha provato a incontrare don Alfonso, pochi giorni fa.
Quella vecchia megera, pensa tra sé salendo gli scalini interni che portano all’appartamento del parroco. "Vecchia? Naaa, ma che dico! Non è mica decrepita. Quanti anni avrà? Quaranta forse. Però ha quell’atteggiamento tipico della zitella acida che la fa sembrare vecchia. Se non fosse per questo, non sarebbe neanche male da guardare...", si scopre a dire ad alta voce poco prima di girare la maniglia della camera di don Alfonso.
"Buona sera don Alfonso", dice entrando nella stanza.
Don Alfonso dormicchia semidisteso sul letto. Un libro abbandonato sul petto, gli occhiali abbassati sul naso, incastrati tra le ampie narici. Si sveglia disorientato. Ha lo sguardo stupito e un po' contrariato, come se abbia avuto un’imprevista visione mistica. Poi la nebbia del sonno si dilegua e riconosce il suo vicario. Peccato, stava proprio facendo un bel sogno.
Don Alfonso ricambia il saluto: "Buona sera padre. Novità?".
"Tutto sotto controllo. I parrocchiani sentono la sua mancanza. Li ho rassicurati che sarà presto in forze e di nuovo tra di noi", risponde padre Donato tutto sorridente. "Qualcuno ha chiesto di vederla ma su questo punto sono stato inflessibile come ha ordinato il dottore. Riposo a-sso-lu-to. Che ne dice di un bel tè caldo?", ed esce dalla camera lasciandolo a crogiolarsi tra le coperte.
Don Alfonso lo osserva uscire e richiudersi la porta alle spalle. Chissà quanto ci impiegherà stavolta a prepararlo. Altro che tè delle cinque, glielo porta sempre a ridosso della cena e poi mentre mangia è costretto a interrompersi per andare in bagno e svuotarsi la vescica.
Nell’attesa riprende la lettura del nuovo lezionario che gli era rimasto aperto sulla coperta. E' un regalo di Carola, glielo ha portato quando è andata a trovarlo in ospedale. Lui era ancora in terapia intensiva perciò l’aveva trovato parecchi giorni dopo; era stata una bella sorpresa, si era sentito risollevato. Il pensiero di Carola riesce sempre a consolare don Alfonso. E' una donna un po' rigida, deve ammetterlo, ma così disponibile e gentile. Se non fosse per l’abito che porta, si azzarderebbe a definirsi suo amico. Come amico sarebbe semplice giustificare questa sua preferenza, piuttosto che non come prete. O come uomo.
"No no, ma che vado a pensare?", si rimprovera subito don Alfonso. "Non posso ricaderci di nuovo! Il dottore è stato chiaro, ho rischiato grosso stavolta. Ma perché quella disgraziata continua a girarmi intorno come un’ape sul miele?", aggiunge stizzito, come se addossarle la colpa delle sue voglie possa emendarlo dai peccati.
Si guarda attorno guardingo, temendo che qualcuno possa aver sentito. Poi per perorare la sua causa, quasi aspettandosi che le pareti possano accusarlo di qualcosa, esordisce: "Sono stato frainteso!".
Nessuno può confutare questa affermazione, lo sa bene.
"Ah Carola", sospira poco dopo, in preda alla nostalgia. "Sono sicuro che voleva vedermi e padre Donato gliel’ha impedito".
Intanto abbassa lo sguardo mettendo a fuoco attraverso le lenti bifocali le lettere del titolo sulla copertina del lezionario: "Che titolo curioso", sussurra, come se lo leggesse per la prima volta. "Anzi, quasi equivoco. Ma io dico, non c’è nessuno che controlla queste cose?".
Se lo gira e rigira tra le mani, senza decidersi a riprenderne la lettura, turbato dall’aver notato l’ambiguità del titolo.
"E Carola lo avrà scelto apposta? No, non è possibile! Certo però, chi può dirlo? Potrebbe anche essere... Magari inconsciamente?".
Il povero don Alfonso è in convalescenza per via dell’infarto, ma solo il suo cardiologo conosce le circostanze in cui è sopraggiunto. Diremo, per non urtare la sensibilità di nessuno, che si stava dedicando a delle faccende private, quelle per cui anche un prete sa bene che nessun Dio si sognerebbe di scendere dal suo scranno celeste per punirlo. Le sue fantasie infatti, e non solo quelle, si trastullavano proprio con l’immagine della devota Carola.
E ora questo regalo proprio da lei? Da colei che è la causa del suo ricovero?
"Ah quel buon uomo del santo padre ci ha visto giusto quando ha affermato che Satana è ancora vivo e vegeto tra di noi! Chi altri avrebbe potuto guidare e consigliare una pia donna come la mia Carola verso questo libro?".
Ma don Alfonso è debole, lo è sempre stato e qualunque foto o pensiero del pontefice non riuscirebbero a distrarlo dalla sua fervida immaginazione. Non può controllarla, è un uomo di fede e per avere fede ce ne vuole fin troppa. E ora la sua immaginazione si è rimessa di nuovo al lavoro e non riesce proprio a fermarla al punto in cui è arrivata.
E questo titolo, questo maledetto titolo che lo seduce, lo attira a sé.
"Signore, è un adescamento!", si giustifica mentre una mano già corre sotto le coperte ad assecondare un’eccitazione irresistibile per i suoi lombi ipersensibili.
Il ricordo di Carola lo tortura: lei che lo fissa durante la predica domenicale, gli occhi sgranati, pieni di desiderio. Lei che con le mani giunte afferra l’ostensorio. Lei che percorre la navata e la gonna troppo lunga, eppure così invitante, che le svolazza intorno alle ginocchia ossute. Lei con i capelli che le sfiorano le spalle, le dita disadorne che raccolgono l’ostia da una mano e la portano alla bocca.
Oddio, la sua bocca. Quella bocca!
Sogna a occhi aperti, don Alfonso, un sogno così vivido che quasi si metterebbe in piedi per rendere tutto più reale. Con gli occhi della mente osserva se stesso durante la messa, fermo sui gradini con alle spalle l’altare. Magnifico nei suoi raffinati paramenti liturgici che gli cadono morbidi sulle spalle mentre un lieve rigonfiamento all’altezza dei fianchi non turba gli astanti (sì, la scena è completa anche di fedeli che assistono alla messa).
L’estasi è vicina, molto vicina. Continua a guardare questo film proiettato sui suoi lobi frontali mentre la sua mano svolge sempre più veloce e intensamente il suo lavoro.
Il suo alter ego onirico guarda in alto e solleva le braccia al cielo con fare solenne. Poi rivolge di nuovo lo sguardo sulla terra e di fronte a sé, con il capo velato e chino, si inginocchia Carola, bella, incantevole. Ormai da regista navigato dei suoi sogni a occhi aperti alterna campi e punti di vista e il don Alfonso reale si immedesima nel suo personaggio e le riesce a sbirciare dentro la scollatura, tra i seni sodi che sembrano sfidare la legge di gravità.
"Figliola", la chiama come non farebbe mai nella realtà.
E Carola, docile come un agnellino, leva il capo e lo fissa adorante, addomesticata, soggiogata dal suo fascino.
Don Alfonso abbassa le braccia mentre lei si avvicina. Si piega con movimenti lenti per agguantare l’orlo del camice e, senza distogliere gli occhi da quelli della donna, lo alza e con la stessa lentezza di prima si rimette in posizione eretta lasciando scoperte le gambe e mostrando la causa del rigonfiamento. Un pene tozzo e rosso punta dritto verso il viso di Carola che non si scompone per nulla davanti a questo spettacolo. Anzi, i suoi occhi si illuminano di qualcosa che nella fantasia di don Alfonso non può che essere gioia.
Lui non esita e si accosta a quelle labbra che gli rendono insonni le notti, mentre tutto ciò che gli viene in mente di pronunciare, con la sua forse accidentale, indecente lubricità, è il titolo del lezionario: "Apri la tua bocca, la voglio riempire!".

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