Racconti Erotici

I puntini sulle i

Scritto da Poly

Quando Ada stava per togliersi il reggiseno dissi: "Alt". "Alt?", fece lei. "Alt", ripetei.

Il pizzo del reggiseno non mi sconfinferava. L’ombra del reggiseno sulla pelle bianca sembrava piuttosto l’aureola del capezzolo. Così non andava. Eppoi...
Ada era sul punto di perdere la pazienza.
"Dai, non abbiamo molto tempo", disse.
Era vero: non avevamo molto tempo. Eravamo, anzi, lei era in pausa pranzo.
"Forse è il nero del pizzo che fa questo effetto?", le chiesi.
"Cosa dici?! Me lo tolgo".
"No", gridai, appena in tempo.
Ada sapeva che togliere il reggiseno per me era un rito (quand’ero giovane avevo scritto anche una canzone che s’intitolava non inaspettatamente Il reggiseno). Essì, slacciare un reggiseno è come stappare una bottiglia di buon vino... no... oppure... dovrebbe mancare qualcosa alla citazione... mi pareva di averla letta su Playboy. Insomma la donna si può togliere le mutandine da sola, ma mai il reggiseno, ecco! E' come se succhiasse una caramella prima di offrirtela (questa, invece, devo averla letta in qualche cesso pubblico).
Ada allora si protese in avanti.
"Alt".
"Alt?".
"Sì. Fermati", dissi.
Stavolta vidi che la mutandina non era perfettamente simmetrica.
"Girati".
"Girarmi?".
"Sì, sì, girati", feci.
"Cos’è, un nuovo gioco erotico?".
"No, ho visto una cosa".
"Dio mio, e cosa hai visto?".
M’avvicinai. Ada era impaziente. Anch’io lo sarei stato al posto suo, ma io non uso mutandine asimmetriche, cristo! Lisciai i glutei e poi sistemai un lato delle mutandine in maniera che fosse simmetrico a quell’altro e che così le pieghe sotto le natiche facessero il loro porco effetto. Ero soddisfatto.
"Ecco, così andiamo bene", dissi, ma appena si mosse di nuovo l’asimmetria maledetta si palesò.
"Ma dove hai comprato queste mutandine... da Lidl?".
"Ma non lo so. Me le posso togliere?".
"D’accordo", feci a malincuore.
Ero un po’ agitato.
"Amore?".
"Sì?", dissi.
"Se non mi scopi subito...".
"Non mi piaci quando parli così... scopare... Se non ti scopo subito?".
"Be', sto filmando".
"Come stai filmando?!".
"Sto filmando il nostro incontro".
"E allora?".
"E allora se non la smetti metto il video in Internet".
"Non dire cagate: ho tutti i peli del pube spettinati".
"Scommettiamo?".
"Anche se ho i peli del pube spettinati...".
"Certo, anche se hai i peli del pube spettinati".
"Non è giusto... Tu...".
"Sì, io sono completamente rasata".
"Non è giusto".
"Non è giusto cosa?".
"Che sei rasata".
Guardai meglio quel promontorio tutto liscio. Feci scivolare due dita all’interno.
"Stai filmando?".
Mi rispose un mugolio. Sentii qualcosa come fanculo il lavoro. Affondai le labbra nel cuscinetto di carne tiepida e accogliente. Ada era tutta un fremito. Di colpo tolsi la bocca. Mi guardò.
"Non puoi continuare?", chiese.
"No, non posso. Hai un peletto: sei tutta rasata in maniera impeccabile, ma c’è un peletto...".
"E allora?".
"Non so cosa fare. Cosa vuoi che faccia?".
"Fammi godere e poi me lo tagli".
"No, prima taglio il peletto e poi ti faccio godere. Ti va l’idea?".
"D’accordo".
Era un po’ delusa. Anch’io al suo posto lo sarei stato. D’altronde se una si rasa deve farlo bene. Anch’io, la mia barba... cioè quando mi rado, mi rado bene, cristo, non è che lascio peli in giro per il viso. Inoltre un peletto, uno solo fa proprio schifo. E' come i peli che escono dal naso... o dalle orecchie. Dio mio, dico, vanno tagliati!
Andai a prendere la forbice. Passai davanti a uno specchio. Mi rimirai. Perché no? Mi piace guardarmi allo specchio. Mi tirai giù gli slip. Però, pensai, avevo un bell’uccello. Mi piace guardarmi il cazzo allo specchio. C’è chi ama il calcio, io invece... Però Ada non m’ha mai detto che ho un bel cazzo. Le donne non fanno 'sti complimenti, dopo magari scopri che dicono alle amiche che ce l’hai piccolo... o storto. Be', storto a dir la verità... è un po’ stortino ma il mio – non per vantarmi – ha la cosiddetta inclinatura punto G, quella giusta, quando sei dentro va a grattare proprio lì, non mi servono tante acrobazie. E' buffo, però, siamo buffi: quando lo guardiamo da fuori, riflesso in uno specchio, sembra sempre grande, dico l’uccello, quando invece lo guardi, come dire, abbassando il mento è sempre piccolo e striminzito. Praticamente non ho ancora capito se ce l’ho... come dire... giusto... ecco.
"Cosa stai facendo?", mi chiese Ada dall’altra stanza.
"Arrivo", risposi.
La trovai che si stava carezzando. Con le due dita aveva dilatato le labbra talmente che a ogni respiro mi pareva di vedere l’ugola. La solita esagerata, ma adoravo quel groviglio di pieghe carnose esposte sfacciatamente.
"Stai filmando?", chiesi.
Non mi rispose. Avevo la fobia d’essere online.
"Ho preso le forbicine, quelle blu. Vanno bene?".
Fece di sì con la testa. Io però mi ero sempre trovato bene con le forbicette tutte d’acciaio, quelle con la vitina un po’ arrugginita.
"Ma dove le hai comprate queste forbicine?".
Sbuffò e non mi rispose. Magari taglio il peletto con le forbicine del colore sbagliato. Vai a sapere.
Aveva le cosce ancora spalancate. Non trovavo più il peletto. M’avvicinai al suo viso. E' una specie di nostro rituale: Ada capì, mi sfilò gli slip e mi prese in bocca la verga. Mi piaceva l’idea di avere il cazzo bello duro se dovevo andare a caccia del peletto. Piccola postilla: non capivo che cosa avesse nella bocca Ada ma l’effetto era istantaneo come il caffè: appena glielo mettevo dentro, il mio uccello diventava duro che mi sembrava d’esplodere. A volte lo teneva in bocca come si fa con i chewing gum, facendomi soffrire, senza muoverlo, senza usare la lingua ma dentro mi si rivoltava tutto. Magia. M’era capitato anche di avere visioni: una volta ero sicuro di aver visto Montezemolo mentre sciava in Lacoste maniche corte e un Rolex...
Ripresi la mia posizione davanti alle cosce spalancate. Era ancora tutta umidiccia. Anzi, ogni poro sembrava che stesse eiaculando. Diomio! Passai la lingua un po’ dappertutto assaporando ogni goccia come fosse Dom Perignon (che, però, io non amo particolarmente... neanche il caviale, ma...). Ada s’agitava e respirava a fatica, gambe contratte, addome in dentro. E lo vidi, un po’ lungo e arricciato. Era lì, il peletto. Non dovevo perderlo di vista, ora.
Ada scalpitava, mi spingeva il suo sesso sempre più in fondo alla bocca tanto che faticavo a respirare. Era tutto un tremore: quando presi tra le labbra la piccola impertinente protuberanza, si lasciò andare completamente, come liberata dalla tensione accumulata. Di solito invocava dio, questa volta era il turno della madonna: mia, santa, bella, buona.
I miei orgasmi erano più silenziosi, a dire il vero.
"Hai trovato il peletto?", disse.
La voce sembrava provenire dall’oltretomba, Dario Argento compreso.
L’avevo perso di nuovo di vista.
"Mi sono distratto".
"Cioè?".
"L’ho perso di vista".
"Cercalo".
Era un ordine. Ada mi spalancò le gambe di nuovo. Anche questo era un nostro rituale. La fica era ancora congestionata, arrossata, un delirio d’umori. Presi delicatamente coi denti le piccole labbra, mossa che avevo spudoratamente copiato da un film porno. Scalciava dolcemente e mi graffiava. Credetti d’udire, anzi, udii un bastardo che in questi momenti è come un complimento, almeno spero.
Il peletto, però, era di nuovo lì. Presi latitudine e longitudine, questa volta. Era tra l’inguine sinistro e la fessura, vicino a un piccolo neo marroncino. M’avvicinai ancora per prendere bene le distanze e zac farla finita con quella cosa antiestetica.
Ma ancora una volta mi distrassi. Ero andato più giù del sesso propriamente detto e col naso e la lingua avevo, come dire, portato alla luce – il termine è infelice, lo so – quell’altro orifizio (questo è ancora più infelice: fa molto intestino). Non resistetti: guardando sempre il peletto solitario andai a solleticare il buco proibito – dev’essere proprio il mio retaggio cattolico – con la lingua: era irresistibile. Dischiuderlo e...
"L’hai trovato?", chiese Ada con un fil di voce.
Sapeva che non avrei rinunciato per niente al mondo a quella gioia. Il peletto, maledetto, era ancora lì. La girai sulla pancia. Con le terga sollevate e spalancate verso il cielo, il peletto passava, diciamo così, in secondo piano. Madonna! Introdussi un dito e Ada mi rispose con un sospiro profondo che mi fece quasi venire. Mi spostai, presi la forbicetta e con un zac deciso tagliai il peletto ribelle. Ada cominciava a agitarsi, allargò le gambe, inarcò il busto e sospirò. Una volta. Due. Profondamente.
Fu un attimo e dimenticai tutti i peletti del mondo.

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