Racconti Erotici

La casa a Montecarlo

Scritto da Giovanni

Comodamente sono distesa sul divano di pelle bianca, riparata dalla calura da un condizionatore silenzioso, immersa pigramente in un telegiornale regionale dopo aver fatto beccheggiare per cinque minuti il telecomando alla ricerca di qualcosa da vedere, per scorrere questa serata vuota, scialba.

Lui è a Roma, presiede una seduta amministrativa. Sabato di luglio, sabato sera di luglio senza un progetto, un’idea da far divenire passatempo, divertimento, niente di niente nemmeno su facebook, un evento, cinema, teatro, nessuna cosa. Gilda la rossa, la mia gattina anche lei annoiata e stanca sulla poltrona, riposa arricciolata e immobile, silenziosa e priva di vita, dopo aver fatto niente tutto il giorno. Afferro un’oliva verde snocciolata con le dita lunghe e unghiate e la porto alle labbra, guardando la coppetta di cristallo che ancora ne contiene, che assiduamente m’invita a quell’unico diversivo gustoso e amarognolo. Elegante e signorile il calice con dentro un vinello fresco e biondo si lascia attraversare dal basso all’orlo da piccolissime bolle che sono l’unica vivace allegria di quest’ambiente insulso. Un soggiorno senza germi euforici, asettico, immerso nel tripudio di un rosso lancio di luce solare che oltrepassa la tenda e la finestra e va a imbrattare la parete delle maschere sarde appese e assorte nelle loro meditazioni. Tutto il resto è ordine e precisione, gelida geometria immobile dettata da mio fratello che ha dato forma e sostanza alle mie banconote. Chi viene in visita ammira ed esprime pregevoli complimenti e io ne godo, vanitosa, vanesia come Gilda, e mi atteggio a diva calpestando con cura il pavimento di vetri verdolini e giallognoli che lasciano intravedere una raccolta di bianchi sassi di fiume ed erbette aghiformi. Sì, mi piace contornarmi di belle cose, di gelosie delle amiche, d’invidia sui loro volti, impressa senza alcuna modestia nei loro sguardi. Ma che palle stasera qui in questo sabato secco, senza vita, senza un uomo da spogliare, un corpo da toccare, un torace da conquistare con baci caldi. Nessuno di quei ragazzi contattati con le chat mi ha presa. Nessuna delle tante ricerche e conversazioni sul personal mi hanno spinto a uscire, prendere un appuntamento, fissare un incontro qui in casa mia o fuori in un pub. Riprendo il telecomando e spingo più e i canali ricominciano a fluttuare mescolando televendite e telenovele, filmetti scemi e ancora vendite televisive, diamanti, quadri, oggetti per ginnastica, per divenire forti e snelle. Patrizia! Sul display del cellulare appare Patrizia.
"Prontiiiii".
"Ciao bella! Euforia a mille?".
"Vorrei dirti sì... invece è magra. Siamo due vedovelle io e la Gilda".
"Dove sei? Roma o Montecarlo?".
"Montepirla...".
"Se tra dieci minuti ti porto due maschi avvolti in abiti Armani?".
"Fai tra cinque... brutta vipera!".
Quindici minuti e il portiere mi avvisa che c’è la contessa Stallazzi che desidera farmi visita.
"Sì, grazie Benjamin... faccia pure passare. La contessina è attesa".
Patrizia ama spacciarsi contessa quando viene al Principato. Ne ha portamento ma nessun titolo, è nobile d’animo, molto generosa quando vuole. In questo caso è stata provvidenziale. Mi ha fregato due maschi da brivido, tempo fa, e per due volte abbiamo litigato. Poi ci siamo ritrovate in chat... e ci siamo scambiati dei mariti di amiche... e abbiamo fatto pace. Patrizia paga sempre bene quando sbaglia. Encomiabile anche questa sera. Le apro la porta e a stento trattengo il respiro. Due modelli da... panico. Ma dove cazzo li trova, penso abbozzando un sorriso. Non per dire, ma... Patrizia è un po’ bruttina, rotondetta. Dalla mano bianca e smunta di uno dei due figurini pendola un Pommery. L’altro è leggermente più alto dell’amico, sarà due metri, quattro di spalle, cinque stelle il sorriso. Vestono abiti neri di gran lusso, privi di camicia, mostrando pettorali d’acciaio bianco e depilato, profumano di acerbo maschio innaffiato di una fragranza che sa di muschio di bosco. Ho la fichetta in fiamme! Mi baciano sul collo i due inquietanti manichini di solidi muscoli ed entrano ammirando il mio corpo completamente nudo protetto da una tunica trasparente, difeso da profumo francese numero cinque. Poi socializzano con il soggiorno rimanendo inebriati dai mobili e gli arredi. Si avvicinano a Gilda che nemmeno li nota mentre si lascia accarezzare.
"Questa è casa tua?".
"Sì tesoro", rispondo al biondo che ha ancora il Pommery attaccato alle dita.
"Scusa amore... mi chiamo Vincent".
"Io no...", gli rispondo andandogli contro e strusciandomi come una gatta.
"Io qui ci sono già stato, sai", mi risponde scostandosi delicatamente.
"Bravo", rispondo fattivamente contrariata per il suo arretramento.
"Di là c’è una cucina bianca di marca... Scavolini... e le pareti sono trapezoidali".
"Bravo! Non hai vinto niente!".
"Mentre lì c’è la stanza da letto con letto tondo e...".
"E chi se ne frega, lo vogliamo dire?".
"Ehi ma che caratterino".
"Prendi due calici in quella vetrina e versaci quella roba che ti pende... prima che diventi piscio".
"Come vuoi cara. Mica ricordo, il tuo nome?".
"Forse perché non l’ho detto. Patrizia vuoi da bere o sei già oltre il livello di guardia?".
"No... saziami tu di vino... champagne... spumante... quel che vuoi".
"Dove hai recuperato questi due timidoni?".
"In agenzia. Cercavano casa come te e come te l’hanno trovata".
"Che culo!".
"Velenosa! Ti stai comportando come una zitella!".
"Bevi, che è meglio".
Mi sistemo sul divano tirando su le gambe, piegandole come la sirenetta di Copenaghen. Patrizia mi siede accanto e i due maschietti sulle poltrone. Gilda si è eclissata molto probabilmente in camera, sul letto tra i cuscini. Sorseggio in silenzio dal mio calice sbirciando i due ometti che si guardano intorno. Patrizia mi tocca un piede. La guardo. Mi guarda. Mi lancia un bacio con le labbra protese e schiaccia un occhio ammiccando qualcosa. Che strizza a fare l’occhio? Sale la sua mano calda su verso il ginocchio, sottomessa alla mia vestaglia trasparente. Appoggia il calice a terra e si toglie la giacca rimanendo in reggiseno di pizzo nero. Il biondo la osserva e poi guarda il moro che si toglie anche lui la giacca mostrandosi bello e imperioso. Si alza Patrizia e lascia cadere la sua gonna ai piedi mostrando un perizoma nero, avanzando verso me, accostandosi a me, offrendomi il suo pube. Ha un odore che mi attrae. Mai ho avuto rapporti con una donna. Si gira Patrizia e mostra i suoi glutei su cui noto delle imperfezioni: cellulite. Vincent si alza e si toglie i pantaloni mostrando un tanga bianchissimo riempito di materiale scottante, imbottito di buona sostanza. Anche il moro lo copia rimanendo completamente nudo. Ha un argomento interessante. Patrizia gli va incontro e s’inginocchia ai suoi piedi e con tenerezza estrae la lingua dalle labbra carnose e rosse fino a lambirgli le palle. Completamente depilato il moretto si abbraccia a Vincent baciandolo. Dio mio! Sono gay! Cresce la passione del moro, cresce a dismisura. Vincent si mantiene nelle proporzioni ancora dentro gli slip ridottissimi. Ho la fica traumatizzata da sofferenti impulsi, violata da umore in eccesso che a fatica trattengo, i capezzoli pungenti, irti come spine di cactus, ardo in tutto il basso ventre. Ritorna Patrizia verso me tendendo le mani alle mie tette, sfiorandole con le nocche delle dita. Vincent intanto si è accucciato davanti al suo amico e, tenendo le mani dietro le cosce muscolose, lo inizia a succhiare devotamente, dolcemente avanti e indietro come avesse paura di rompere quella verga turgida e gustosa. Quanta grazia di Dio sprecata! M’invita a spogliarmi, Patrizia, che si è tolta il reggiseno mostrando due tette copiose e sane, vere. Mi tocca la fessura, ne raccoglie la calda rugiada e la beve nascondendo lussuriosa il dito indice dentro le labbra. La tocco attraverso il perizoma e la sento umida, bollente. Vincent si alza e con le mani afferra il ricco membro dell’amico stringendolo fortemente. Lo lascia e si volta verso la poltrona su cui accosta, inginocchiandosi, il poderoso petto offrendosi cedevole e tenero dopo essersi privato dello slip bianco. Con molta cura l’altro lo penetra delicatamente, gradualmente, amabilmente, agitando armoniosamente quel corpo scolpito da un dio, piacevolmente partorito dalla dea dell’amore, dell’avidità, un fascio di tessuti muscolari che iniziano a torcersi e contorcersi in armonia con l’elegante portamento regale. Ho una voglia sfrenata di farmi infilare da quel maschio, da quel cazzo che, duro come granito, offre piacere e orgasmo a quel culetto impuro, roseo. E come se avesse il mio pensiero, Patrizia m’infila con due dita dentro placando un poco quel desiderio, aumentando violentemente le mie pulsazioni. L’abbraccio e la bacio sulla bocca, la penetro con la lingua come farebbe un rettile che ha annusato la presenza di una preda. Patrizia è focosa, saggia e metodica mi tocca e m’invade, mi strofina il clitoride delicato, mi bacia sul collo e si ficca più in su nella fichetta facendomi sussultare, piacendomi e ripiacendomi, entrando e uscendo. Vincent geme e l’altro inizia a scorrere libero avanti e indietro senza paura o inibizione, senza evitare di procurarsi e fornire piacere a quel corpo ripiegato e sottomesso. Mi sdraio con Patrizia sul divano offrendogli la mia fica fradicia e lei mi assaggia con la punta della lingua, mi beve spalancando la bocca, mi ferisce con la lingua il clitoride facendomi soffrire, gioire, patire e ancora esultare. Urla, Vincent; è ebbro di gioia, soffre la possanza del suo amico, gongola sotto i colpi divenuti meno delicati, più decisi, spinte audaci di un bacino forte, di un corpo giovane e sano. Godo, finalmente assaporo la sensazione di appagamento inarcandomi sul divano. Anche Vincent sento che sorseggia dietro i colpi possenti del suo amico il piacere dell’orgasmo.
Sono stanca e sfibrata. Il moretto estrae il suo dardo e incrocia i miei occhi che pietosamente lo chiedono. Patrizia lo invita. Lui si avvicina brandendo quel taglio di carne che sento già mio, che immagino fendermi il ventre. Si siede tra noi e accetta di essere masturbato. Mi spingo in avanti, lo voglio assaggiare, leccare, succhiare ma lui mi ferma, non vuole, non gradisce. Patrizia e io lo portiamo allo spasmo masturbandolo dolcemente e poi insistendo, con vigore e sempre con più intensità fino a procurargli il piacere, un prolungato immenso godimento.
Finiamo il Pommery e ci guardiamo senza parlare, sappiamo chi siamo, scellerati in cerca di niente poiché abbiamo già tutto. Patrizia si riveste e anche quei ragazzi di cui rimpiango tutto quel ben di Dio di cui mi hanno parzialmente privato. Un bacio ancora sul collo. Richiudo la porta. Gilda riappare scomoda, camminando senza la sua diligente e aristocratica andatura. Il cellulare ancora: "Arrivo presto. Tvb".
Sotto la doccia cerco riparo alla noia che mi riassale, mi lascio frustare dai getti pungenti, dagli aghi d’acqua che escono da tutte le parti, mi tocco, mi annuso. Non mi asciugo. Percorro il soggiorno fino al frigorifero e mi lascio tentare da una ciliegia ricoperta da cioccolato fondente. Mi spazientisco... Urlo. Ancora il cellulare. Ma vaffanculo tu e le tue riunioni!

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