Racconti Erotici

So cosa hai fatto

Scritto da Valeria

“So cosa hai fatto”, mi ha detto lei mentre riempivo il bicchiere di latte fino all’orlo. “Cosa scusa?”. “So cosa hai fatto”, ha ripetuto.

Lo sguardo perso nel libro aperto nella stessa pagina da più di dieci minuti.
     Qualcuno doveva averglielo detto perché la sicurezza che quella frase ostentava era chiara.
 
     “Non è una buona idea”, avevo detto quel giorno a lui, il ragazzo della mia migliore amica, quando con le mani si era infilato sotto la mia maglia e aveva sganciato il reggiseno.
 
     “E la cosa strana è che non hai nessun senso di colpa. Non lo trovi buffo?”, ha continuato lei con un sorriso tirato stampato in faccia prima di voltare finalmente pagina.
     Il viso calmo e impassibile che non rivela tensione, come se la voce arrivasse da altre labbra.
     E invece era lei a parlare, proprio lei.
     La mia migliore amica.
     Quelle labbra che centinaia di volte avevano baciato le stesse labbra che si erano posate solo qualche giorno prima sulle mie.
 
     “Non è una buona idea”, continuavo a ripetergli, anche se lui sembrava non sentirmi mentre con un gesto disinvolto sbottonava i jeans e li faceva scivolare a terra.
 
     “Scaldalo un po’”.
     “Come scusa?”.
     La sua voce mi ha svegliato dal pensiero di quel giorno.
     “Il latte. Scaldalo un po’. Lo sai che non mi piace freddo”, ha continuato lei con lo sguardo fisso sul libro.
     La guardavo seduta con i piedi nudi appoggiati sullo sgabello di fronte. La luce che entrava dalla finestra la faceva sembrare più bionda di quel che era.
     “Ecco il tuo latte”, le ho detto appoggiando il bicchiere tiepido sul tavolo.
     “E poi non capisco”, ha continuato. “In realtà mi ritengo più carina di te”.
     “Eh?”.
     “Voglio dire… obiettivamente sono più carina di te. Quindi è stato qualcos’altro”.
     “Non sempre le cose succedono per un motivo preciso”, le ho risposto.
     “Ci sono cose che io non ho mai voluto fare, con lui”, ha proseguito senza neanche ascoltarmi.
     E quando finalmente si è voltata a guardarmi, il suo sguardo mi ha bucato lo stomaco.
 
     “So cosa hai fatto”, ha ripetuto.
 
     Sì, lo sapeva.
     Sapeva che il suo uomo si era sdraiato sul letto dove per notti intere avevano fatto l’amore.
     Sapeva che io gli ero stata accanto.
     Che, inginocchiata sul letto, mi sono piegata con il busto fino quasi a toccare con il naso i suoi boxer.
     Che con due dita ho liberato il cazzo che per tutto il pomeriggio era stato chiuso, dritto e fiero, nell’elastico stretto dei pantaloni.
     Che ho schiuso le labbra e la lingua l’ha cercato.
     L’ha trovato.
     Ha accarezzato la punta dilatata e scura.
     Poi è scesa.
     Ha seguito la curva leggera fino alla base.
     Poi è risalita ancora.
     Sapeva che avevo offerto la mia bocca al suo uomo come fosse una culla per farlo accomodare.
 
     “Ma non ti biasimo sai? In fondo è un bel ragazzo”.
     E ogni sua parola era come una sferzata.
     “E sa scopare bene, no? Ora dovresti sapermelo dire”, ha continuato ancora.
 
     Pugnalami per bene e la mia coscienza, forse, si degnerà di uscire fuori.
     E gira il coltello.
     Affondalo per bene nella piaga, amica mia.
     Fai leva sul polso e giralo e rigiralo finché la ferita non sarà lacerata.
     Finché non sarò così scossa e il taglio squarciato che la consapevolezza di ciò che ho fatto e il mio pentimento non si mostrerà ai tuoi occhi.
 
     Mentre nella bocca sentivo ancora il gusto del cazzo del suo uomo che spingeva il bacino in avanti a ritmo serrato, facendo tintinnare a ogni colpo il braccialetto che lei, proprio lei, gli aveva regalato.
     Che ogni volta, con la mano dietro la mia testa, mi arrivava in gola e io con la lingua lo lisciavo.
     Che poi si ritraeva permettendo alla pelle di ricoprire la punta gonfia e che poi spingeva di nuovo.
 
     “Tu cosa faresti se io mi scopassi il tuo uomo?”, ha continuato ancora lei mentre infilava i piedi nudi nelle scarpe.
 
     E intanto lui era uscito dalla mia bocca.
     Mi aveva sollevato e fatto risedere su di lui.
     Indirizzando con la mano il cazzo verso l’apertura mi era entrato dentro con uno strattone.
 
     “Forse non saresti neanche qui a parlarmi, come sto facendo io”.
 
     Prese le sigarette dal mobile.
     Il cellulare.
     Le chiavi di casa.
     Poi infilò il tutto nella sua borsa.
 
     E intanto il suo uomo mi scopava.
     Mi sembra di sentirlo ancora adesso.
     Mentre stringe tra le dita la carne dei miei fianchi e mi preme, mi calca, mi schiaccia verso di lui.
     E ansima.
 
     “Magari ti vendicheresti rifacendomi lo stesso torto, no?”, ha proseguito riflettendosi nel piccolo specchio del corridoio. “Ma come potrei farlo io? Non hai neanche uno straccio di ragazzo”.
     Raccolse i capelli chiari in una coda.
 
     E guardo negli occhi il suo uomo mentre mi dice “Sei bellissima”.
     E io gli tengo la testa tra le mani e gli ripeto, per l’ultima volta, “Non è una buona idea”, mentre lui chiama il mio nome con la voce strozzata dall’orgasmo.
     E il suo liquido caldo che a fiotti mi riempie la pancia.
     E il mio sesso che pulsa e finalmente libera quel piacere che mi bagna fino al culo.
 
     “In fondo non hai niente da perdere”, ha proseguito lei infilandosi la giacca di lino acquistata insieme il giorno prima.
     Rovescia nel lavabo il latte che le avevo pochi attimi prima preparato ed esce chiudendosi silenziosamente la porta alle spalle proprio mentre io, nuda in una casa non mia, cammino verso il bagno.

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