Racconti Erotici

Troia

Scritto da Valeria

“Sarebbe bello vederti arrivare in gonna. Quella gonna lunga fino a sopra il ginocchio che mi dicevi di indossare ieri quando eri connessa con me.

Sarebbe bello vederti arrivare con quella gonna e con sotto nulla”, aveva scritto l’uomo solo qualche giorno prima.

     La donna in piedi davanti l’entrata del bar, la gonna a coprire le cosce e lasciare nudo il ginocchio velato da autoreggenti leggere, gli stivali neri ad avvolgere i polpacci. In piedi, con le mani l’una stretta nell’altra, si guarda intorno mentre alcuni uomini d’ufficio, riconoscibili dall’abito elegante e impeccabile, le passano vicino, entrando e uscendo dal bar, sfiorandole impercettibilmente il braccio e bevendo un po’ del suo odore.
 
     “Come faccio a riconoscerti?”, aveva chiesto lei fissando ansiosa lo schermo del pc.
     “Ci riconosceremo, vedrai. Adesso spogliati”, scriveva l’uomo nell’ultima riga, prima che la donna sfilasse maglia e mutandine e le appoggiasse sulla scrivania, di fianco alla tastiera.
     “Sono nuda”.
     “Adesso lascia la tastiera e con la mano scendi tra le gambe”, continuava a scrivere lui pochi giorni prima che i loro profumi si mescolassero davvero.
 
     Ora la donna è lì, con i piedi leggermente incrociati, appoggia la schiena alla vetrina del bar e accende una sigaretta nell’attesa.
 
     “Quando finirà questa tortura?”, gli aveva scritto lei.
     “Finirà tra pochi giorni, non preoccuparti. Ora toccati e accendi il microfono. Fammi sentire”.
 
     Un uomo si avvicina a passo svelto. Dopo un attimo di esitazione le sorride. La stringe tra le braccia e le bacia le guance.
     Ora sono l’uno davanti all’altra, senza schermi a dividerli, senza collegamenti alcuni.
     Solo lei.
     E lui.
     Immobili e silenziosi per quel primissimo imbarazzo che introduce qualsiasi incontro al buio.
     La donna segue l’uomo nel bar, facendo slalom tra la folla e facendosi condurre a un tavolo.
     L’ultimo.
     In fondo alla sala.
     L’uomo e la donna si scrutano.
     Si studiano.
     Lei lo guarda mentre lui, con gli occhi bassi, sfila sul menù prima di ordinare. Poi si volta prima che lui possa accorgersi che lo sta guardando.
 
     “Ho voglia di te. Ascoltarti ansimare e sentirti chiedere di più. Voglio vedere l’espressione del tuo orgasmo. Voglio vedere che occhi hai mentre fai l’amore”, gli scriveva ancora lei, prima di affondare con le dita nella fica, seduta sulla sua poltroncina di velluto rosso del suo studio davanti alla finestra aperta, con le gambe divaricate e gli occhi saldi sullo schermo.
 
     “Finalmente ci vediamo…”, le dice lui sorseggiando il caffè fin troppo caldo e fissandola da sopra la tazzina.
     Seduti.
     L’uno di fronte all’altra, ora.
     “Sì, mi fa piacere essere qui. Con te…”, gli dice lei in un sorriso ricordando…
 
     Ricordando quando, da sola sotto la luce bianca del pc, affondava in se stessa con le mani sussurrando gemiti nel microfono, mentre lui le diceva di non smettere, di continuare a godere.
     Ricordando quando pronunciava parole irripetibili anche alle sue orecchie, parole che difficilmente avrebbe detto a qualcuno e sicuramente mai a se stessa.
     Troia.
     La tua piccola troia, gli diceva.
 
     E adesso erano lì, a stemperare l’imbarazzo sullo stesso piccolo tavolino di quel bar, a guardarsi ed esaminarsi per riconoscere nei tratti puliti dei loro volti il suono di quelle parole.
 
     Troia.
     Mentre lei si penetrava con le dita sottili facendo ascoltare al suo uomo la fica liquida che le colava tra le mani.
     “E se non ti piaccio? E se non sono all’altezza? Come faccio a sapere che posso baciarti se voglio baciarti? Come faccio a sapere se anche tu lo vuoi?”, continuava a scrivergli lei.
     “Sarai tu a decidere. Sarai tu a scegliere, vedrai. Basterà un’occhiata”, le scriveva lui.
 
     E così ora la donna lo guarda mentre sorseggia il suo caffè, cercando di leggere nei suoi occhi, resi quasi grigi dalla luce mattutina, quella voce sorda e profonda che lui aveva nell’orgasmo, sentita più e più volte attraverso il filo del microfono.
     La voce sorda che le ripeteva, a seguito di ogni gemito, sempre la stessa cosa.
     Troia.
     “Vado un momento alla toilette”, gli dice lei. “Non ne hai bisogno anche tu?”, continua poi ridendo.
     Si avvia verso il corridoio entrando nel piccolo bagno e lasciando la porta dischiusa.
     L’uomo si alza e, con passi calmi e lenti, la segue.
     Affacciandosi oltre la soglia la vede lì, con la schiena appoggiata alla parete, le gambe leggermente divaricate, le mani aggrappate alle cosce.
     “Vieni”, gli dice lei con la voce bassa.
     L’uomo entra richiudendosi la porta alle spalle e si avvicina.
     “L’ho sognato tanto questo profumo”, le dice passando con il naso sul collo di lei fin sopra la gola.
     Con le mani le corre sulle cosce alzandole la gonna fino in vita.
     “Sei stata brava, hai fatto come ti avevo chiesto”, gli dice mentre percorre lieve con due dita la leggera peluria della fica nuda.
     La donna chiude gli occhi. Gli prende la testa tra le mani arruffandogli i capelli scuri, se lo avvicina al petto.
     La mano di lui la prende forte tra le cosce.
     Lei trema.
     L’uomo liscia il taglio tra le labbra e scorre con le dita unite fino all’entrata, per poi sprofondarle dentro in un colpo.
     Lei geme.
     Poi grida.
     Lui le tappa la bocca con la mano spingendole la testa contro la parete.
     “Zitta, troia”, le dice spingendosi ancora dentro in un altro colpo secco. “Ricordi quando eri tu a scoparti con le dita per farmi sentire quanto eri eccitata?”, continua l’uomo.
     “Si, ricordo…”.
 
     Certo che ricordava.
     Ricordava di essersi ripresa, con una piccola webcam, e di avergli fatto vedere mentre l’orgasmo le colava tra le cosce bagnando la poltrona rossa.
   Ricordava di averlo sentito ansimare e di averlo visto schizzare, mentre la guardava venire attraverso lo schermo del pc.
     Continuava a ripeterle la stessa cosa.
     “Godi, troia. Godi”.
     E chiazze bianche coprivano a tratti la webcam e parte della tastiera.
 
     Ora lei è lì.
     Si è girata di schiena al suo uomo porgendogli il culo bianco e sodo, e allargandolo con le mani per permettergli di entrare.
     Con poche lievi spinte il cazzo le entra dentro fino alla base.
     La guancia schiacciata contro il muro, il seno compresso contro la parete fredda di quel bagno.
     “Lo sai che così mi fai venire subito. Lo sai che… che sono sensibile se mi tocchi così”, gli dice lei.
     Ma lui sembra non ascoltare.
     Continua a spingere facendosi risucchiare da quel buco stretto e caldo, tenendo le mani su quelle di lei e continuando a tirare e a stringere le natiche verso l’esterno per agevolare i movimenti.
     E lei che sotto quei colpi si fa premere e schiacciare, comprimere e pressare, assecondando le sue spinte.
     E lei che con le mani si aiuta.
     E lei che con le dita sottili sul clitoride calca, preme, pressa finché la voce di lui bloccata, spezzata in gola, non le dice “Godi, non smettere. Godi”.
     Troia.

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