Racconti Erotici

Un po' più donna

Scritto da Valeria

Titty schiacciò il tubetto di crema creando una nuvola bianca sul palmo della mano. La passò delicata su tutto il viso, massaggiando con i polpastrelli la fronte e le guance in modo un po' più energico e forte.

Dal cassetto tirò fuori tutto l'occorrente: il fondotinta, il fard, la matita, l'ombretto. Si truccò dettagliatamente facendo attenzione alle sbavature. Passò il fard sulle gote per rendere più morbida la pelle liscia delle guance, le ciglia lunghe e finte a marcare il contorno degli occhi.
     Aperto l'armadio tirò fuori qualche abito che lasciò sul letto ancora sfatto. Infilò il perizoma alzando prima un piede e poi l'altro, poi il bustino nero comprato il giorno prima.
     Le piaceva indossare guepiere e intimo sexy. La faceva sentire leggera. La faceva sentire in fondo un po' più donna.
     Infilò la gonna ondeggiando con le anche per farla salire fino in vita. Non aveva décolleté da mostrare quindi, per essere femminile, dovette tirarla più su, a scoprire le gambe lunghe e affusolate arrampicate sui tacchi da otto.
     Ci sapeva camminare su quei tacchi, e anche bene.
     Diceva sempre che fino ai dieci centimetri riusciva anche a ballarci su. Sui dodici iniziava a ondeggiare un po'. Oltre i dodici aveva rischiato invece, qualche volta, anche di cadere.
     Si guardò allo specchio. Prima davanti. Poi dietro. Girando la testa guardava il sedere fasciato dalla gonna aderente e sorrise alla sua immagine riflessa.
     Si piaceva.
     Certo, alcuni giorni era più critica di altri, ma comunque si sentiva sempre sicura di sé e della figura che vedeva.
     Arrivata davanti al locale parcheggiò e rimase per qualche minuto a guardare la gente davanti l'entrata. C'erano molti travestiti. Si notavano dall'abbigliamento a volte un po' troppo femminile, dai gesti traboccanti sensualità e dai toni alcune volte esagerati.
     Mentre guardava quella scena di colori le tornò alla mente quando era bambina.
     "Sei così magro. Secondo me staresti bene vestito da donna", le aveva detto un giorno sua cugina mentre giocavano nella casa che, allora, era dei suoi.
     Titty, a quell'affermazione, si era risentita andandosene via indignata e offesa.
     Qualcosa, però, in lei era scattato.
     Una strana forma di soddisfazione, un insolito appagamento l'aveva fatta sorridere, voltando il viso per non farsi vedere.
     Un uomo ora litigava fuori dal locale con il buttafuori. Doveva essere ubriaco.
     Titty guardava quella gente con gli occhi appannati dai ricordi.
     Come quando, da ragazzina, aveva iniziato un giorno la trasformazione. Quante corse in bagno aveva fatto, le volte che i suoi tornavano prima a casa mentre lei aveva indosso ancora gli abiti di sua madre.
     O quando, a tarda notte, si era vestita e truccata attentamente ed era uscita, per la prima volta, indossando quegli abiti che lei si sentiva così bene addosso. Non aveva appuntamenti o programmi. Era uscita fasciata da gonna e autoreggenti perché la cosa la eccitava. Aveva fatto a piedi il giro dell'isolato camminando lentamente. Aveva sentito addosso gli sguardi delle persone che incontrava in un misto di imbarazzo e desiderio. Aveva camminato per tutto il tempo con il cuore in gola per l'agitazione e con il cuore in gola era rientrata in casa, chiudendosi poi veloce la porta alle spalle e lasciando le scarpe alte vicino al letto.
     Un uomo si avvicinò alla sua auto e bussò contro il finestrino. Lei lo abbassò girando rumorosamente la manopola di quella panda malconcia ricordo della sua vita passata.
     "Se mi fai un pompino ti do' ventimila lire", le disse l'uomo con voce roca.
     Titty rimase a fissarlo per qualche secondo. Neanche un "ciao" le aveva detto, fissando già a suo modo il valore del servizio.
     Annuì senza rispondere, così l'uomo, con un cenno, le disse di seguirlo nella sua auto. Niente a che vedere con la sua panda sporca. Quello lì doveva essere bello ricco.
     Titty si sedette sul velluto corto del sedile facendo attenzione a non rovinare il tappetino con le scarpe. Le setole le sfregavano tra le cosce ogni volta che l'auto faceva una curva, e lei cercava di non dondolare troppo a destra e sinistra tenendosi alla maniglia della portiera.
     L'uomo fermò l'auto in uno spiazzo isolato vicino al mare e, appena il motore fu spento, sganciò il bottone dei jeans tirando giù la cerniera. Avvicinò prima la mano di lei per farsi toccare, poi afferrò Titty per la testa facendosela ricadere sopra.
     Un forte sapore di carne e sesso invasero la sua bocca. L'uomo continuava a spingere la sua testa come se lei avesse potuto andare più a fondo di così, boccheggiando e ansimando tra il cambio e il volante.
     Titty non parlò mai.
     Annuiva a volte.
     Obbediva, soprattutto.
     Finché l'uomo non venne in un rantolo spingendole il cazzo fino in gola.
     Titty sentì l'odore di mare e salsedine, in quel momento. E l'assenza totale di rumori. Non c'erano voci né macchine, solo il rumore sordo delle onde che si infrangevano sulla riva.
     L'uomo la riaccompagnò davanti al locale. Prima di scendere le appoggiò i soldi sul cruscotto della macchina, ma lei fu troppo incerta e titubante nel prenderli.
     "Si vede che non sei una professionista. Le vere puttane i soldi li chiedono prima", le disse l'uomo rificcando le banconote nel portafogli.
     Poi la fece scendere, dicendogli qualcosa che lei ricordò come un "ci sentiamo" prima di sfrecciare via con la sua macchina costosa lasciandola, le gambe scoperte e arrampicate sui tacchi, il trucco sbafato in viso, sul bordo della strada.

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