Racconti Erotici

Luna (capitolo 1)

Scritto da Valeria

Mi chiamo Valeria, ho 20 anni. La mia camera è un po' come una nicchia privata. Con il passare del tempo un angolino è stato riservato ai miei lavori.

Mi piace dormire con la persiana non del tutto chiusa. Ho sempre sognato, in una mia casa futura, una grande finestra in camera da letto esposta ad est, così che il sole possa darmi il buongiorno con il sensuale lambire dei suoi raggi. Mi piace che al mattino, soprattutto in un'attraente giornata estiva, il sole mi risvegli con quella luce pallida, accarezzandomi le palpebre in silenzio. Il suo sfiorarmi è quasi un bacio, dolce, timido, sulla pelle resa calda dalle lenzuola. Una doccia, scelgo con cura gli abiti da indossare, trucco leggero ma efficace. Per mia fortuna madre natura è stata gentile e generosa, regalandomi due occhi scuri e profondi, capelli lucidi, una bocca rosea che non ha bisogno di rossetto, un bel corpo che mi piace mettere in mostra. Adoro i tacchi alti, ed amo quando, al suono ritmato dei miei passi decisi, gli uomini nei paraggi si girino a guardarmi, come fosse una specie di richiamo animalesco. Mi piace catturare gli sguardi, i sorrisi maliziosi e mai troppo timidi, dei ragazzi che incontro per strada. Essere guardata, non posso negarlo, mi da una certa soddisfazione interiore della quale non riesco, non posso, fare a meno. Mi è sempre piaciuto il corteggiamento. Per lo più quello silenzioso, senza parole, fatto di gesti ed occhiate fuggenti. Quello del nascondere per non palesare, quello del trattenere per non esplodere. Mi è sempre piaciuta l'attesa, il tenere in sospeso, il non dire mai tutto. Mi piace il rincorrersi, lo stuzzicarsi. Provocazione, stimolo, ma anche tormento, supplizio. L'attesa, lo sanno tutti, aumenta il desiderio.
Quale occasione migliore per corteggiare e poter essere corteggiata senza l'obbligo di un'esposizione troppo palese? La chat, in questo caso, mi sembrava il luogo, anche se virtuale, più adatto. Quando inserii questa parolina magica in un motore di ricerca risultarono quasi 320 milioni di siti in tutto il mondo. Ne scelsi uno dove non era richiesta registrazione ed entrai. Quasi duecento stanze virtuali si allinearono davanti ai miei occhi, per tutti i gusti e per ogni perversione. Scelsi tra le stanze quella che, almeno in quel momento, si mostrava più quieta ed ordinata.

Non avrei mai pensato che la chat, da quel giorno, sarebbe diventata per me un cassetto segreto, un nascondiglio per i miei pensieri più perversi, un rifugio per tutte le mie più intime passioni.
Nello spazio del nome scrissi Luna e cliccai su Entra. Mi piacque subito come nome. Luna. Cominciai a ripeterlo a bassa voce. Aveva un suono dolce, musicale. E poi la Luna... questo misterioso guardaspalle pallido e serio. Così lontano eppure sempre presente. Dicono irraggiungibile. Ma poi perché? Chi l'ha detto che non è proprio Lei, la Luna, a voler raggiungere qualcosa. Chi l'ha detto che è sempre lì distesa, pacata, placida in quello spazio infinito. Così grande, ma infinitamente piccolo per chi è in cerca di qualcosa. Forse anche Lei è triste. Forse aspetta anche Lei qualcosa, anche Lei è all'inseguimento. Circondata da migliaia di lucciole, ma ugualmente sola. Nessuna di quelle lucciole è così grandiosa da meritarsi la Sua costante compagnia. Come mai nessuno percepisce la Sua tristezza, la Sua malinconia? Io si. La sentivo, e la riconoscevo come mia. Chissà chi avrebbe colto la mia, di tristezza. Credo che in fondo fosse proprio questo quello che cercavo. Qualcuno che riconoscesse la mia inquietudine, la mia agitazione interiore. E la placasse. Qualcuno che mi prendesse per mano per porre fine alla mia ansia di volere tutto, senza però sapere ancora cosa. Avevo sempre avuto la convinzione che in chat niente fosse tangibile, che tutto fosse illusorio, ingannevole, fittizio. Invece mi resi poi conto che bastava poco per rendere palpabile quello che lì era solo un insieme di codici. La stanza virtuale dove mi trovai non era altro che una piccola finestra, dove tutti i presenti potevano partecipare e dire la loro. Si creavano veri e propri dibattiti, scontri, discussioni. Persone da tutta Italia si confrontavano pur non conoscendosi minimamente. Un modo magnifico di comunicare! Rimasi sconcertata e stupita quando capii che quegli individui erano lì per un contatto, una conquista. Tutte persone senza un nome, un volto, una voce. Persone che scelgono una propria storia da raccontare, un passato da inventare, un'identità da plasmare a proprio piacimento ed in relazione alla persona, spesso ugualmente artificiosa, che si trovano di volta in volta di fronte. Potevo scegliere di essere donna o bambina. Remissiva, mite, arrendevole. O arrogante, superba, sfrontata. Modellare la mia indole a seconda della circostanza.
Semplicemente, io decisi di essere me stessa. Stabilii di non pormi troppe regole. Se ero lì per giocare avrei giocato fino in fondo. Non è difficile porsi dei limiti, il difficile è rispettarli. Sapevo già di non riuscire, e poi perché? Non avevo storie in corso, nessuno a cui render conto se non a me stessa. Non avrei rinunciato a qualche incontro interessante se si fosse presentata l'occasione. Ogni lasciata è persa, non dice così il proverbio? Anche se sono sicura che chi l'ha inventato, a mio parere, doveva essere un gran traditore. Decisi di essere sincera, mettere in chiaro fin da subito che non ero lì in cerca del principe azzurro, ma di qualcuno che mi conducesse per mano ad estendere le mie conoscenze e a soddisfare le mie curiosità, per quel che avrei potuto. E così iniziai ad espormi, poco alla volta, alla gente presente, cercando di cogliere tra le righe un accenno di umanità, una presenza tangibile e non troppo artefatta di un qualcosa di corporeo, concreto, consistente. A volte, devo ammetterlo, riuscii a trovarlo. Altre volte, invece, fu quel qualcosa di carnale a trovare me. E quando successe non mi tirai indietro.
Mi resi conto che bastava veramente poco per approfondire qualsiasi conoscenza. Una parola in più, detta in modo malizioso, magari qualche leggero doppiosenso, ed il gioco era fatto. Bastava un doppio click sul nome prescelto e si apriva una finestrella, alla quale solo io ed il mio favorito potevamo accedere. Un dialogo assolutamente intimo e privato, nel quale a nessun altro era permesso partecipare. E così decine di finestrelle si aprivano in continuazione, e delle quali la maggior parte venivano da me richiuse, purtroppo, con altrettanta facilità. Questo non perché non mi piacesse un più riservato incontro, ma solo perché avevo necessariamente bisogno di una certa selezione per poter continuare a scrivere senza troppe invasioni.
Molti discorsi morivano sul nascere quando alla seconda frase mi si chiedeva la misura del reggiseno, o se in quel momento ero nuda o meno. Il fatto è che non ho mai ritenuto il sesso un semplice mezzo per mantenersi in forma. Per me è qualcosa di più, molto di più. Non avevo bisogno di amore, promesse, favole rosa, ma almeno di un'intesa, di un certo affiatamento. Avevo bisogno di un minimo di affinità per poter star bene a letto.
Incontrai anche, per fortuna, persone con le quali mi accorsi di trovare, anche se a volte in modo breve, un'indubbia sintonia; una tra queste fu Teddy.
Quello che mi colpì di lui era la sua dolcezza, ed un'assoluta ingenuità in un ormai uomo di trent'anni. Rimasi attratta dalla sua spontaneità, fiore molto raro in quel mondo di illusioni. Non cercò di sembrare il solito donnaiolo, anzi, la sua autoironia mi fece tenerezza. Mi risultò subito simpatico, divertente, mi raccontò di lui, della sua casa in cui viveva da solo in incondizionata libertà con il suo gatto, Teddy appunto, da cui aveva preso il nick. Mi raccontò del suo lavoro come addetto al Mc Donald's, della sua passione per il cibo e dei casini e delle sfighe avute con le donne. Mi resi conto fin dalle prime righe che era un uomo che più che far soffrire aveva sofferto, e questo mi catturò. Passammo molto tempo a scriverci nella nostra privatissima finestrella virtuale, prima di arrivare ad un incontro. Ci sentimmo spesso al telefono, raccontando di noi e ridendo delle sue immancabili disavventure. Mi scrisse interminabili e-mail, dove mi raccontava delle sue giornate passate tra hamburger e patatine, e delle sue serate quasi sempre solitarie a casa; gli mancava una donna, era evidente. Un uomo gentile, affettuoso, comprensivo. E comunque carino, il che non guasta mai. Decisi di vederlo forse anche perché il fatto che non fosse il solito stronzo fortunatamente non lo faceva rientrare nella categoria degli uomini che avevo conosciuto fino ad allora.
Ci incontrammo in una tarda mattina primaverile. Mentre lo aspettavo davanti l'uscita della metropolitana mi sentii tremendamente nervosa. Sapevo molte cose di lui. Avevo parlato con lui per ore ogni giorno. Eppure quell'incontro mi mise tensione. Se tutta la magia nata dalle parole svanisse con uno sguardo? Se la bella favola si frantumasse proprio con quell'appuntamento? Immersa nei miei pensieri su come sarebbe stato l'incontro, non mi accorsi che qualcuno mi stava chiamando. Cercavo inconsciamente con lo sguardo una bella macchina, sicuramente appena lavata e lucidata, con un buon profumo a bordo. E invece mi trovai davanti un ragazzo a bordo di uno scooter malridotto, con la vernice venuta via a pezzi, e con brandelli di scotch che penzolavano dal parabrezza. Non so dire se lui notò il mio sguardo perplesso. Mi salutò con un largo sorriso, che mise in mostra i denti bianchissimi e perfettamente regolari. Era piacevole agli occhi, ed aveva un aspetto affidabile e sincero. Mi invitò a saltare a bordo del suo bolide malmesso.
Andiamo. Ti presento Teddy- mi disse.
Durante quel breve tragitto mi passarono per la testa idee troppo confuse. Stavo andando a casa di un ragazzo conosciuto in chat, e del quale non sapevo nient'altro se non il nome. Quella sua aria affabile avrebbe tratto in inganno anche la più diffidente e malfidata delle donne. Ma a quel punto non potevo più tirarmi indietro. Ormai lo scooter era fermo davanti ad un portone in una vietta del centro di Roma e lui, Mario, tirò fuori dalla tasca un mazzo di chiavi. Devo dire che il fatto che avesse un orsetto come portachiavi mi tranquillizzò non poco.
Entrammo in un piccolo appartamento al piano terra di un vecchio palazzo con i muri scrostati dalla pioggia e dal tempo. L'interno, però, era molto in ordine e ben pulito, e tutto il locale odorava di fresco. Uno stretto corridoio si apriva appena davanti l'entrata, poi a destra la cucina, subito dopo un minuscolo bagno e, in fondo, la sua camera da letto. Una volta dentro cercai con gli occhi qualche indizio che mi facesse capir qualcosa in più di lui. Mentre lo sentivo armeggiare con piatti e pentole in cucina mi avvicinai piano alla porta della sua camera. Una fotografia di una ragazza infilata nell'angolo di un quadro alla parete mi fece pensare forse ad una fidanzata lontana. Cercai di leggere la data impressa sul bordo. In quel momento un gattone nero saltò con un balzo sul mobile al mio fianco, facendomi lanciare un urlo dallo spavento.
Bene... vedo che hai già conosciuto Teddy. Hai fame?- mi disse uscendo dalla cucina con due piatti di pasta fumante in mano. -Ci mettiamo comodi, se per te va bene-
Certo... grazie-
Spero che ti piaccia il mio pezzo forte: pasta al pomodoro-
Mi incantava ogni volta che sorrideva, perché lo faceva sempre fissandomi negli occhi, come se fosse ben cosciente che quella mezza luna bianca avrebbe ammaliato chiunque.
Mangiammo seduti sul grande letto matrimoniale che troneggiava al centro della stanza, mentre Teddy dormiva beato ai nostri piedi.
Scusami ma lo fai spesso?- gli chiesi dopo qualche minuto di imbarazzante silenzio.
Cosa?- mi rispose con aria incuriosita.
Quello di invitare sconosciute a casa tua... mi sembri così tranquillo...-
No, è la prima volta. Ma sei tu che mi trasmetti serenità. Sei molto bella...-
Fu la prima volta che abbassò lo sguardo mentre parlò. Mi sembrò quasi un bambino al suo primo appuntamento con l'amichetta di scuola. La sua dolcezza mi sciolse. Gli sfilai il piatto dalle mani e li posai entrambi per terra.
Tanto non avevo più fame...- mi disse ridendo.
Fu in quel momento che non riuscii a resistere a quel sorriso magnetico, ed appoggiai le mie labbra alle sue. Fu un bacio dolce, lento, delicato. Le labbra si assaggiarono e si scoprirono mentre sentivo la sua lingua calda farsi strada nella mia bocca. Si appoggiò a me con il busto e mi distese sulle lenzuola blu notte del suo letto. Iniziò a mangiarmi calmo prima il labbro superiore, poi quello inferiore. Lo prendeva tra le labbra, lo succhiava, lo mordeva piano. Rimasi immobile sotto il suo peso leggero. Non volevo accelerare i tempi, non volevo correre. Con le sue labbra gustose scese sul collo, sentii la lingua nell'incavo della gola, il suo respiro mi scaldò l'anima. Gli accarezzai i morbidi capelli scuri, la sua bocca aveva un dolce sapore, e mentre sentii le sue mani stringermi i fianchi un brivido mi percorse tutta la schiena. Slacciò i bottoncini della mia camicetta uno per volta, senza fretta. Quando un bottone veniva sganciato la sua bocca ne prendeva il posto, baciando lievemente la carne appena scoperta. Gli tirai via la maglia e la gettai sul pavimento. Teddy, disturbato da quel fermento, se ne andò fuori dalla stanza miagolando annoiato. Sentivo la sua schiena nuda, liscia e ben formata. Percorsi con una carezza leggera la linea delle spalle, seguii l'incavo della spina dorsale fino a raggiungere il bordo dei jeans, gli misi entrambe le mani sul sedere sodo, e lo spinsi verso di me. Sentire la sua voglia attraverso i jeans mi faceva impazzire, e più si spingeva contro di me più sapevo che non sarebbe stato facile fermarsi. Ma poi perché contenersi? Avevo promesso a me stessa di giocare fino in fondo, ed io mantengo sempre le promesse.
Ci trovammo nudi senza neanche capire come. Solo il mio perizoma interrompeva, con il suo pizzo nero, l'immagine dei nostri corpi avvinghiati. Era stato Mario a non volerlo tirar via.
-Mi piace vederti così- mi aveva detto fermandomi mentre, con un dito, avevo agganciato l'elastico dei miei slip quasi inesistenti.
Disteso sopra di me, continuava a strusciarsi adagio, senza entrare. Questo tipo di tortura era in effetti quello che avevo sempre cercato. Ma iniziavo a respirare affannosamente, il mio corpo non rispondeva più, ed avevo sorpassato una certa linea dopo la quale è impossibile pensare di essere ancora padrona di me stessa. Provai a sporgermi, e a spingere il mio bacino verso di lui, ma le sue mani mi stringevano forte i fianchi e mi tenevano incollata al letto. Non riuscivo a muovermi, era lui a comandare. Lo circondai con le gambe e cercai di attaccarmi a lui, ma non cedette. La sua lingua scese sui seni. Disegnava dei piccoli cerchi intorno ai capezzoli, poi li prendeva tra i denti. Li succhiava piano, li teneva in bocca, li leccava. Appoggiava le labbra e li accarezzava con esse. Mentre lo faceva sentivo la punta del suo cazzo davanti al mio ingresso ormai fradicio di umori. Mi spinsi ancora verso di lui, non potevo più aspettare. Spostando di lato il mio perizoma entrò in me un po' alla volta, prolungando per qualche minuto ancora quell'eterno tormento. Mentre mi possedeva in quel modo così dolce mi guardò dritto negli occhi. Mi sorrise. E io mi abbandonai completamente a lui. In quel momento sarebbe potuto crollare il mondo che non ce ne saremmo accorti.
Alternava movimenti indolenti e pigri ad altri secchi e veloci che mi facevano scuotere le viscere. Mi allargò le natiche con le mani per entrare completamente nella mia grotta umida, come volesse mangiare il frutto più dolce e più profondo del giardino. Intanto mi mordeva il collo, le labbra, le spalle per assaporare ogni parte di quel frutto. Cercai di liberarmi dalla sua stretta. Volevo salire sopra di lui per portare un po' avanti io il gioco, ma lui aumentò la presa.
Mi piace così, non voglio cambiare...- mi disse respirando forte e continuando a scoparmi.
Va bene, come vuoi tu...- risposi perplessa.
La sua risposta perentoria, la sua prepotenza, in un certo senso mi eccitava; mi soggiogava in un modo dolce, si, ma che non ammetteva repliche.
Iniziò a spingere sempre più forte, il suo viso era ora sprofondato nel cuscino dietro la mia testa. Non sorrideva più. Anzi, l'espressione era tesa, lo sguardo fisso. Una vena pulsava sulla tempia, ai lati degli occhi. Anche lui aveva sorpassato quella linea. E non rispondeva più del suo corpo. Non guardava più me, ma oltre la mia testa. Rivoltai il viso all'indietro per riuscire a cogliere anch'io con lo sguardo quello che aveva catturato lui in quel momento. A testa in giù la ragazza nella foto mi guardava sorridente, con i capelli al vento e gli occhi socchiusi. Era lì con gli occhi fissi su di noi, mentre lui, uscendo velocemente da me, soffocò un grido di piacere nel cuscino e mi inondò il ventre del suo succo caldo. Guardai di nuovo la ragazza con un po' di compassione. A quale orrendo spettacolo era stata illogicamente sottoposta? Non doveva essere piacevole guardare il proprio uomo a letto con un'altra. Ma chi, tra me e lei, aveva prestato la sua figura, la sua sapienza di donna, per far godere quel diavolo travestito da bambino? Ora capivo perché il viso della ragazza coi capelli al vento era così disteso... Ad aver appena fatto l'amore con lui era stata lei, non io.
Si sollevò da me stando attento a non sporcarsi le mani del suo stesso lavoro. Non mi guardò, non disse nulla ed entrò in bagno. Rimasi distesa su quelle lenzuola blu notte. Teddy saltò sul letto leccandomi sul naso una goccia di sperma. Iniziò a fare le fusa. Gli appoggiai la mano sulla testa e lui la spinse ancora più in alto come per assaporare meglio la mia carezza. Non avevo goduto, e questo mi lasciava un cattivo sapore dentro. Quando Mario tornò si era già infilato i jeans. Si sedette sul letto vicino a me.
Togliti gli slip-
Vuoi che li tolga... ora?-
Certo!- la mia domanda non mi sembrava poi così stupida.
Sfilai il perizoma di pizzo nero, bagnato dei suoi e dei miei umori, e rimasi così, nuda sotto i suoi occhi. Sorrise. Non sembrava già più quel diavolo travestito da bambino di qualche minuto prima. Quando sorrideva il volto si illuminava e sembrava che tutto l'ambiente prendesse luce da quella falce bianca. Salì in ginocchio sul letto, mi divaricò le gambe.
-Decido io del tuo piacere- disse con aria seria.
Con un dito partì dall'incavo della gola, scese tra i seni con estrema calma, poi si fermò sul ventre, dove il suo sperma era diventato ormai una sostanza appiccicosa, e ne trascinò un po' ancora più giù, fino all'ombelico. Arrivò sulla leggera peluria del mio frutto succoso, che si risvegliò con una scossa quando con il dito si posizionò all'entrata della grotta. Mi penetrò con un gesto improvviso che mi fece trasalire. Continuò a farlo entrare ed uscire velocemente, la calma che gli era appartenuta fino ad allora non la ricordavo già più. La dolcezza dei nostri incontri virtuali era sparita nel suo orgasmo irrequieto. Mi violentò freneticamente, spingendo sempre con più brutalità. La testa cominciò a girarmi, mi voltai e la ragazza dai capelli al vento continuava a sorridere. Adesso sorridevo anch'io e, mentre un calore nasceva dal ventre e mi arrivava in gola, cominciai a sentire il mio piacere colarmi tra le cosce. Un orgasmo fulmineo ed inatteso. Chiusi gli occhi e rimasi così per qualche interminabile minuto. Avevo voglia di dormire. Quando li riaprii, quel diavolo travestito da bambino si portò alla bocca il dito, assaporandolo ad occhi socchiusi.
-Sei gustosa Luna...- e si alzò.
Mi misi a sedere sul letto, la testa mi girava ancora.
Dai, rivestiti, ti accompagno alla stazione-
Mi salutò con un bacio profondo sulle labbra, e con il suo sorriso. Non accennò al fatto di rivederci, e io feci lo stesso. Ero scossa, e non avevo voglia di tornarmene a casa, così mi diressi a piedi verso il centro. Conoscevo delle stradine così strette e malmesse dove non c'era quasi mai nessuno, ed io avevo voglia di starmene un po' da sola. Avevo bisogno di pensare. In quelle vie occultate si respirava sempre un forte odore di vita vera. Tutto era pregno di esistenza, ogni alito di vento era un soffio vitale. Mi sentivo completamente libera quando camminavo in quei luoghi. Entrai in un bar e presi un caffè. Quei piccoli momenti di solitudine, alla fine di tutto, erano sempre una bella conquista, e fu bello pensare che nessuno mai me li avrebbe potuti portar via. Per tutta la sera pensai a Mario. Al suo cambio di atteggiamento, alla sua doppia personalità. Da dolce e remissivo a diavolo padrone. Non sapevo quale delle due fosse quella vera e, soprattutto, quale delle due mi avesse inconsciamente attirato a lui.
Passarono forse un paio di settimane e, quando ormai pensavo che non l'avrei più sentito, mi richiamò. Il suo tono di voce era tranquillo come al solito.
Ti va di vederci? Ho imparato un nuovo piatto e tu sei la mia assaggiatrice ufficiale. E poi Teddy mi ha detto che gli manchi tanto...-
Teddy ti ha detto questo?- gli chiesi ridendo.
Si... cioè, no... diciamo che lo capisco al volo quando vuole qualcosa...-
Va bene... a che ora?-
Ci vediamo per cena... poi voglio portarti in un posto-
Uscita dalla stazione la luna era già alta nel suo tormento. Mario era già lì, sul suo bolide. Mi salutò calorosamente e mi disse che aveva una gran voglia di vedermi. Mi suonò strana quella sua tenerezza, e ne fui piacevolmente sorpresa. Il diavolo era di nuovo diventato bambino. Ci accomodammo come sempre fianco a fianco sul letto, mentre Teddy ci girava intorno aspettando che qualcosa ci cadesse dal piatto. Mario mangiava con lo sguardo fisso alla tv, io mi girai a guardarlo e mi trovai a pochi centimetri dal suo viso. Era davvero bello, i lineamenti regolari e le sopracciglia scure gli davano un senso di moralità; i movimenti della sua bocca, morbida e carnosa, mi ipnotizzavano. Si avvicinò e mi baciò sulle labbra. Fu come una carezza.
Finito di mangiare si alzò, riordinò i piatti in cucina, poi si mise il cappotto
Dove andiamo?-, gli chiesi scontenta del fatto che non saremmo rimasti a casa.
E' una sorpresa...-
Il freddo pungente mi entrava nelle ossa. Lo tenevo stretto sulla vita e ad ogni buca sussultavo con un balzo sulla sella. Parcheggiò lo scooter davanti un teatro ed entrammo. Ci facemmo strada tra signore in pelliccia e uomini in doppiopetto.
Potevi dirmelo... avrei scelto uno stile diverso...- dissi un po' imbarazzata.
La gonna che avevo indossato quella sera era veramente molto corta, e già salendo i gradini che conducevano ai balconi privati si intravedeva la fascia elastica di pizzo nero delle calze autoreggenti.
Non sarà il massimo per l'Opera, ma per me sei perfetta...-
Il nostro balconcino era in posizione quasi centrale al palco, con pesanti tendaggi rosso fuoco che adornavano le pareti, e che davano a tutto l'ambiente un aspetto cupo e funereo. Subito dopo di noi entro un'altra coppia, giovane e piacente, che si accomodò al mio fianco. Erano così vicini che riuscivo a sentire il profumo di muschio bianco che la ragazza emanava. Rimanere al buio in quel posto così stretto con due, o meglio, tre sconosciuti mi mise una certa agitazione addosso. Lo spettacolo iniziò. Non avevo mai assistito ad un concerto lirico e sinceramente la cosa non mi entusiasmava poi così tanto, ma Mario sembrava soddisfatto di questa nostra uscita, così evitai di ribadire e mi rilassai comodamente sulla morbida poltroncina.
La musica troneggiava nell'ambiente. Mario, con lo sguardo fisso al palco, mi appoggiò la mano sul ginocchio, accarezzandolo leggermente. Poi mi prese il mento tra le mani e mi girò il viso verso di lui. Mi baciò con impeto, ed in un attimo prese possesso della mia bocca, della mia lingua, dei miei sensi. La mano che accarezzava fino a qualche secondo prima il ginocchio ora scivolava sotto la gonna, strusciando con impulso e passione il mio frutto dolciastro. Mi sentii in tremendo imbarazzo quando sentii le calze della ragazza accanto a me sfregare contro le mie. Eravamo a pochi centimetri. Girandomi rimasi stupita quando vidi che i due sconosciuti stavano anche loro dandosi da fare. La ragazza dall'odore di muschio mi guardò con aria viziosa e mi sorrise, mentre il suo lui le sollevava la gonna e, girandola sulla poltroncina, metteva in mostra due natiche bianche e sode. Le urla della Carmen soffocavano tutti i nostri sospiri.
Sei imbarazzata Luna? Una porca come te non dovrebbe imbarazzarsi per così poco... so che ti piace farti guardare...-
Ed aveva ragione. Lo sguardo di quella ragazza mi eccitava, ed era bello a mia volta guardarli. Il fatto che lui mi avesse portato lì con l'inganno, invece, mi faceva rabbia. Non mi piaceva fosse lui a comandare la situazione ma, come la prima volta, anche stavolta mi trovai costretta a cedere.
Mi prese per mano e mi attirò a se, mi spinse a terra costringendomi ad inginocchiarmi davanti alla sua poltroncina di velluto rosso. Mi trafisse la bocca con tutta la sua eccitazione. Spingeva sempre più a fondo, arrivandomi quasi in gola. Con la coda dell'occhio intravedevo la coppia di sconosciuti occupata in qualche evoluzione sulla poltroncina traballante. Mario continuava a scoparmi la bocca, lo sguardo sempre rivolto al palco dove una matrona, con la sua voce acuta, avvolgeva i suoi gemiti. Quando mi prese la testa tra le mani e iniziò a dare lui il ritmo capii che stava per arrivare, e mi preparai a ricevere tutto il suo piacere. In quel momento la platea si alzò in piedi e scoppiò un fragoroso applauso. Fu divertente pensare che fosse rivolto a me. Mario mi aiutò a rialzarmi. Le ginocchia mi facevano male ed un senso di insaziabilità mi lacerava. Baciandomi la bocca quel diavolo travestito da bambino mi pulì golosamente con la lingua dei piaceri rimasti sulle labbra.
Quella notte, nel mio letto, mi toccai con avidità come mai avevo fatto prima. Poi portai la mano vicino al viso, e mi addormentai placida godendo dell'odore del mio frutto.
Fu l'ultima volta che lo vidi. Un diavolo travestito da bambino non era quello che cercavo. Non sapevo cosa volevo esattamente, ma sapevo cosa non volevo. Lui non era riuscito a cogliere la mia insofferenza. Ero stata per lui uno sfogo, e lui per me una conquista di nuove esperienze. Niente di più. Fatto tesoro delle saggezze che mi aveva insegnato non risposi più alle sue telefonate, e Luna, più forte e consapevole di prima, sarebbe tornata presto in chat per una nuova ricerca.

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