Racconti Erotici

Gelosia

Scritto da Emma Piccin

Scapparono via dalla festa dopo essere stati incazzati, bevuti, fumati, ma finalmente riappacificati e con una voglia di scopare che non stavano più nella pelle.

Il miele le colava in mezzo alla fessura e lui poteva percepire questo solo guardandola negli occhi, che diventavano luminosi, ammalianti, con le pupille dilatate proprio come lo era la sua fica: morbida e calda.
Di nuovo Ania si trovò lungo il corridoio, questa volta con l’uomo giusto. Le porte bianche rendevano l’ambiente simile al piano di un hotel e questa volta con lei c'erano sensazioni che cercava, quelle già conosciute, uniche e insostituibili, volute come non mai, che solo Robert sapeva regalarle.
Aprirono la terza porta del corridoio sulla sinistra, videro una coppia che faceva l’amore su un letto rotondo col soffitto a specchio. Lei aveva una mascherina di ceramica sul viso e stava carponi sul letto, lui da dietro la prendeva, sbattendola forte come se fossero entrambi sul punto dell'orgasmo. Non si accorsero nemmeno che qualcuno aprì la porta, da quanto erano eccitati. Lei gemeva forte, la testa dell'uomo era coperta da un cappuccio bianco e questo con una mano teneva un fallo che forse aveva usato già dentro di lei, mentre con l'altra teneva il fianco della sua amante come se fosse stata la briglia di una cavalla in corsa.
I due spettatori richiusero la porta ridendo complici, eccitati, gli occhi con le pupille dilatate come chi è pazzo di passione.
Anche Ania era già stata in quella stanza, una volta. Con Manù, una sua amica. E si erano divertite un sacco davanti a Manuel, un ragazzo che volle godere solo guardando le due donne giocare tra loro. Ancora lei si ricordava di come era stato divertente sentirlo schizzare sui corpi infuocati di lei e Manù e sulle loro bocche. L'avevano fatto impazzire, si era menato l'uccello ed era stata una scena davvero molto eccitante anche per loro, che poi per ricompensarlo gli avrebbero proteso le loro lingue ardenti.
Robert le prese i polsi e la attaccò a quella porta richiusa, involucro del peccaminoso scenario e, avvicinandosi a lei le disse all’orecchio, leccandole il collo come un leone in calore: "Ti faccio qui... com’è che ti baciava quello là, prima, attaccandoti alla porta? Così eh?".
Dapprima la baciò ancora in bocca con tutta la lingua dentro, sempre tenendole i polsi, poi con una mano le sollevò il vestito e si inginocchiò davanti a lei aprendole le mutandine nella magica apertura del mezzo e proprio lì si fece strada con la bocca, infilandole la lingua dolcemente tra le labbra della fica infuocate, bagnate.
"Ahh... mmm...", emesse lei.
"Com’era con quello? Ti ha presa qui?", le disse infilandole un dito davanti, "o qui?", le disse poi cercando di infilarle un dito nel culo.
"Ma dai, basta! Basta! Non ci sono stata con quello, ecco", disse lei respingendolo, incrociando le braccia e scendendosi la gonna.
Era sempre la solita scenata di gelosia, diventava furioso solo a immaginarla con un altro, figuriamoci ora che l'aveva vista veramente, con i suoi occhi, mentre filava con quel cubano prima del suo arrivo improvviso alla festa.
Non erano una coppia e non erano amanti fissi, non c'era nessun vincolo tra loro, nessuno aveva mai deciso di essere fedele all'altro! Eppure Robert riusciva sempre a farla sentire dipendente, esercitava su di lei un fascino che la rendeva vulnerabile e ogni volta che aveva avuto approcci con un altro uomo voleva nasconderglielo, non avrebbe mai voluto che lui lo sapesse.
Poi capitava che lo incontrava a qualche festa o in qualche locale, avvinghiato a qualche bionda o addirittura a flirtare con più donne contemporaneamente, e allora avrebbe voluto dirgli che lei non era lì ad aspettarlo; che sapeva benissimo cavarsela da sola; che avrebbe facilmente trovato qualcuno con cui scopare; che anzi in tanti se la volevano fare. Ma sarebbe stato peggio? L'avrebbe reso irascibile. Ma era lei che avrebbe dovuto fargli le scenate e non lui!
Vedendolo con altre donne Ania si arrabbiava, in quei momenti lo detestava e giurava a se stessa che mai più lo avrebbe cercato e che non avrebbe neppure accondisceso alle sue richieste di gioco.
Davanti a certi spettacoli si raffreddava e lo ignorava, non riusciva a essere serena, sino addirittura a rovinarsi la serata e a lasciare presto l'ambiente in cui si erano ritrovati.
Ma accadeva sempre che lui, poco dopo, le mandava qualche messaggio provocandola. E non solo.
Una volta lo vide in un locale con una biondissima dai capelli lisci che indossava una minigonna inguinale. Erano al bancone del bar, lei li vide di schiena e lui toccava il culo della bionda in un modo morbido ma sfacciato, come sempre lui sapeva fare. Era il modo di marcare la sua preda e mostrare al pubblico alle sue spalle che quel culo era suo.
Ad Ania venne un groppo in gola: che stronzo, pensò, ieri ci siamo visti, abbiamo scopato e goduto come pazzi. E allora perché oggi e non due, tre giorni dopo, vai a toccare il culo di quella bionda? Ieri non ti ho soddisfatto abbastanza?
Certo, ma ieri era ieri, però oggi è oggi e l’occasione non va lasciata sfuggire: Robert ragionava così e si cercava e si prendeva un nuovo letto e una nuova fica da scopare.
In questi casi, Ania prima faceva in modo di farsi notare, poi trovava qualche amico con cui flirtare un po’ e faceva in modo che prima o poi Robert la vedesse andar via con un altro, uno che poi lei avrebbe molto spesso scaricato. Purtroppo da quando l’aveva incontrato non riusciva più a scopare felicemente con altri uomini.
Quella sera lui si girò al bancone e se la trovò accanto che chiedeva da bere: era stato il suo profumo a farlo girare e a cercarla attorno a lui.
"Ciao...".
"Ciao".
"Sola?".
"Forse no, forse sì".
"Tutto bene?".
"Addio".
Si voltò col bicchiere in mano e si disperse tra la folla, poi se ne andò.
Dopo un’oretta il campanello di Ania suonò e lei vide dal videocitofono che era lui.
"Cosa vuoi?".
"Posso salire?".
"Non è il caso".
"E dai".
"Addio".
DRIIINNNNNNNNNNNNNN
"Vorrei dormire".
"Salgo".
"No".
"Allora urlo e sveglio tutti".
"Vattene".
"Apri!".
"Sali".
Aprì la porta in canottiera viola e pantaloncini di jeans che si era infilata al volo, i capelli tirati su con un fermaglio, la pelle profumata di doccia alla vaniglia e gli zoccoli rosa col tacco alto di legno. Stava per andare a dormire.
"Vorrei dormire, cosa vuoi? Ieri ci siamo visti, ritorna tra un mese, forse avrò voglia di scopare con te".
Lui si infuocò: il suo viso divenne cattivo, la prese per un braccio e la spinse verso il divano chiudendosi la porta d’ingresso dietro le spalle.
"Sei proprio una puttana eh? Maledetta puttana, e io che sono venuto sin quei per vederti...".
"Sei impazzito, lasciami stare".
Lei si dimenava con i pugni sul petto di lui ma lui glieli strinse e la stese sul divano come uno stupratore e iniziò a baciarla su tutto il viso e sulla bocca quasi soffocandola.
Lei pianse, era rigida ma poi poiché lui le stringeva troppo forte i pugni si arrese e il suo corpo divenne senza tensioni, come quello di chi è in mano al suo aguzzino e non sa cosa fare se non concedersi, perché diversamente lui potrebbe fare più male.
Anche se il male ce l’aveva comunque dentro, nel suo cuore.
Sentendola abbandonata Robert iniziò a baciarla sulla bocca ma il suo bacio non fu ancora corrisposto.
"Baciami...".
"Ti odio, vattene".
"Tu mi vuoi, lo so".
Le scoprì il ventre e le baciò i capezzoli, poi le lasciò i polsi che rimasero alti dietro la testa.
Il ventre di lei si inarcò leggermente e lui capì che era un muto segnale di invito a proseguire.
Le sfilò i pantaloncini e lei non aveva le mutandine.
"Ohh...", le disse sfiorandole con un dito il monte di venere e la fica ancora chiusa. "Mi fai impazzire... guarda come mi fai impazzire Ania...".
E si aprì la lampo mostrandole il cazzo turgido, pronto a godere con lei e di lei.
Lei avrebbe voluto respingerlo ma il suo corpo si comportava esattamente al contrario di ciò che avrebbe voluto dettarle il suo cervello, il suo orgoglio.
Le sue labbra si protesero verso il cazzo duro di Robert e rimase così, inginocchiata sul divano a eseguire un favoloso pompino al suo amante amato e odiato, con la canottierina ancora sollevata sopra i capezzoli e il culetto nudo proteso verso lo schienale del divano, mentre la fica, come sempre, iniziava ad aprirsi, a chiamare dentro la fessura quella cappella ormai troppo gonfia per continuare a resisterle.
La testa di lui si perse per diversi minuti tra le labbra della fica di lei che si distese sul divano.
Ania godeva, tuttavia le scendevano le lacrime, non sapeva definire i suoi sentimenti, le sue sensazioni, ma sapeva che il piacere fisico che provava con quell’uomo era estremo e infatti le sue cosce si spalancarono verso di lui, verso colui che non era il suo uomo ma che la possedeva come e quando voleva.
Lui si mise in ginocchio e le prese le cosce sollevandole il bacino, il suo cazzo duro e grosso si adagiò dentro di lei e la penetrò creando un incastro perfetto con il suo corpo.

Robert la apriva e la richiudeva come una porta tra inferno e paradiso, le piccole labbra di lei lo accarezzavano e le grandi labbra lo risucchiavano e poco dopo godettero insieme.
Poi lui si rivestì e sempre lasciandola nel divano la accarezzò e le disse all’orecchio "Volevo vedere se eri sola... sei mia", e se ne andò.
Lei si sentì usata, abusata, ferita.
Ignorò i suoi messaggi ma aveva paura che si sarebbe ripresentato a casa. Magari non avrebbe risposto al citofono. Sì, avrebbe fatto così. Doveva dimenticarlo. Poi però si erano ritrovati a casa di Susanna e avevano di nuovo flirtato ed erano corsi a casa di lui a scopare e a godere come pazzi.
Ora, ritrovarlo alla festa la rese felice, in fondo era lui che lei voleva. Ma ancora una volta eccolo, la sua gelosia stava riaffiorando.
Che diritto aveva di trattarla così? Lei non era un suo oggetto.
Ma Robert provava un senso di possesso nei confronti di Ania che mai aveva provato per un’altra donna. Non sapeva come definire questa tempesta di emozioni che provava per lei ma una cosa era certa: l’idea che un altro se la facesse gli faceva salire il sangue al cervello.
Si riavvicinò e le disse all’orecchio "Ti voglio...".
Lei si ricredette, annuì e lo strinse a sé e lo ribaciò: ormai di baci si erano quasi consumati le bocche.
Aprirono la porta di fronte a quella dove si trovavano, dove un letto enorme era nascosto da tende a baldacchino blu in uno stile completamente diverso dalla stanza che avevano appena visto. Il pavimento in legno, i tendaggi rosa cipria, il comò con la specchiera e le poltroncine rendevano quella stanza un luogo d‘altri tempi. Era come stare dentro un sogno, un lungo sogno che alle due della mattina era appena iniziato.
Chiusero la porta a chiave e iniziarono a mangiarsi, ancora avidi l’uno dell’altra: le bocche non si volevano lasciare nemmeno per togliersi i vestiti, Robert la fece girare davanti al letto e lei vi salì con le ginocchia poiché era molto alto.
Restò in ginocchio scostando i capelli per slacciare l’abito che le si chiudeva dietro il collo, lui iniziò a leccarle e baciarle la schiena nuda sino al bacino dove iniziava una cerniera, la aprì e sfilò il vestito dai piedi di lei, che per agevolarlo si era inginocchiata ma continuava a stare così, senza girarsi, con un dito in bocca come una bambina piccola in attesa di una punizione o di un premio.
Robert finalmente si slacciò i pantaloni mentre le guardava il culo ancora con le mutandine nere addosso. Nell’osso sacro un piccolo fiocco rosso invitava a scoprire quello che già in realtà era bene in vista ma lui, tenendosi il cazzo duro con una mano, con l’altra slacciò piano il fiocco.
Le natiche si liberarono magicamente del minuscolo indumento scoprendo interamente il culo.
Ania si piegò a carponi, spinse indietro il bacino e la fica le si aprì completamente invitando qualsiasi cosa lui volesse, a entrare.
Robert gliela accarezzò con due dita e vide il suo nettare che gli colava sulla mano.
"Mmm...", gemette lei.
Si sentiva i capezzolini turgidi, la bocca bollente, il corpo sensibile...
"Eh no... ancora no! Te la devi ricordare, questa scopata", le disse con voce suadente salendo sul letto davanti a lei con il cazzo teso e indosso solo una camicia celeste sbottonata.
Appena lo vide così, Ania accolse l'uccello tra le sue mani facendolo gonfiare ancora di più. Con due dita gli schiuse dolcemente la cappella gonfia mentre, vicina al viso di lui, gli leccò la bocca dicendogli all’orecchio "Se vuoi godere... allora preparati".
Gli prese tutta la cappella dentro la bocca, quel cazzo scivolò nella sua gola divenendo ancora più eretto, facendo gemere e impazzire di piacere il suo padrone.
Lo leccava e lo succhiava con una voglia insaziabile, con una passione e un desiderio unico, come se quella cosa fosse stata l’acqua nel deserto, il cibo dopo una scalata, cioccolata calda in una giornata d’inverno, il mare sulla pelle calda d’estate.
"Ah... Ania... godo... sì... brava...".
Alcune gocce di godimento venivano fuori dalla punta della cappella come se Robert non avesse scopato con una donna da chissà quanto tempo.
Lei allora smise di leccarlo e, sopra di lui, prese a strofinarsi un po’ la fica su quel bastone duro.
Fu allora che lui la mise sotto di lui, le aprì le braccia come aveva fatto prima, in piedi, nella porta.
"Ora ti prendo!".
"Ahh...".
Aprendole le cosce con un ginocchio e portandosi le gambe di lei al collo, le infilò tutto il cazzo tra le labbra schiuse, morbide e lisce come si ricordava erano anche l’ultima volta.
Il cazzo di Robert, appena sentì quel calore, iniziò a pulsare e la fica di lei altrettanto.
"Ah... godo... sì, dammelo... dai... sì... sì... Ahh eccomi... vengo... vengo...!".
Ed ebbe il suo primo orgasmo, veloce perché era ormai troppo pronta a esplodere, perché quello che voleva era riempirsi la fica con quel cazzo, quello che cercava da dieci giorni era proprio e solo quello.
"Godi puttana, godi. Sei mia, mia!".
"Sì... la tua puttana... mi vuoi ancora vero?".
Dopo quell'orgasmo lei si girò invitandolo a farle il culo.
"E' pronto... ti vuole...".
Robert iniziò a spingere piano nel buchino di lei, ma bastò avvicinarsi e quel misterioso ingresso iniziò a rilassarsi piano concedendosi tutto.
Lei inarcò un po’ la schiena e lui poté entrare.
"Ah... ah... come me lo strizzi... mi fai impazzire...", le disse, "sì... sì... dai...".
Lui iniziò a incularla con un ritmo regolare, il cazzo si muoveva su e giù facendola gemere.
Le palle sbattevano contro le labbra della fica facendola scaldare ulteriormente e così lei prese a toccarsela ancora piena di desiderio.
"Sei mia, puttana, mia. Eccolo il cazzo, c’è solo il mio cazzo, solo il mio".
Robert le diceva questo eccitato dal movimento, sembrava impazzito.
Poi attaccò la sua schiena a quella di lei, cosa che a lei faceva impazzire, e iniziò a leccarle il collo facendole sentire tutto il calore della sua pelle e della sua lingua e dicendole, dietro l’orecchio "Voglio sentirti ancora godere".
"Sì... sì...".
E Ania ebbe un altro orgasmo fortissimo, così forte che strizzò talmente il cazzo di Robert che "AAhhhhhh! Godo... te lo innaffio... eccomi...".
E Robert venne così forte dentro di lei che sembrava un fiume in piena.
Restò un istante così attaccato ancora alla sua schiena e poi si sfilò da lei e lei ora si girò.
Lui si mise accanto a lei e restarono ancora attaccati: i piedi che si toccavano, le mani avvinghiate con le mani; tutto, tutto quello che avevano cercato e ora avevano, non lo volevano perdere.
Lui notò al collo di lei il piccolo cuore appeso.
"E’ un regalo?".
"Sì".
"Un uomo?".
"Sì...".
"Ah".
"Cosa vuoi sapere?".
"Niente".
"Ah. O tutto?".
"No... non mi interessa. Mi interessa ora che siamo qui".
"Meglio, è una brutta storia".
Tirò su la testa, il suo maschio, e all’improvviso la baciò irruento, soffocandola quasi con un bacio avido, un bacio di chi vuole tutto, di chi vuole chiudere uno scrigno, suggellare un patto non detto, tappare un pozzo senza fondo, aprire un valico immenso...
"Ahi...", disse lei.
"Zitta".
Lei prese la catenina che aveva al collo e se la slacciò. Appese al collo del suo amante quel cuore e gli disse: "Tienilo. Così me lo dovrai restituire. E quindi ci rivedremo", e gli prese la mano portandosela in mezzo alla fica bagnata di sesso.
"Bella... Arriverò in tempo".
Lei sorrise.
Si rilassarono insieme in un bagno strepitoso, immersi in una vasca con mosaici.
Risero, scherzarono e poi, ancora, fecero l’amore addormentandosi all’alba.
La mattina molto tardi lui si svegliò ma lei non c'era più. Solo un sms: Ricordati la catenina... il mio cuore al tuo collo. Ti aspetto domani sera al Dada.
Lei sarebbe andata. Lui si sarebbe forse dimenticato di lei, oppure faceva finta di dimenticarsi di lei, si sarebbe fatto trovare mentre baciava un’altra bionda o mora o rossa e poi vedendola sarebbe di nuovo impazzito e avrebbe a sua volta giurato a se stesso che lei era l’unica donna che voleva scopare.
Ania si sarebbe arrabbiata e sarebbe scappata via dal Dada, odiandolo e giurandosi di non volerlo più vedere.
Ma lui l’avrebbe rincorsa, ripresa e, ancora una volta, avrebbero goduto insieme.

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