Racconti Erotici

Il cece di Venere

Scritto da Emma Piccin

La serata è incantevole, la brezza marina accarezza la riviera romagnola e questa giornata afosa trascorsa su un lettino rovente, in compagnia di letture evasive e leggere sotto occhiali da sole troppo scuri per rendersi avvicinabile, si è ormai spenta.

La mia pelle sa ancora di abbronzante alla vaniglia ma la doccia le regalerà un profumo unico, quello che solo l’estate regala alla pelle abbronzata.
Mi hai chiamato dopo due anni, cavolo, due lunghissimi anni: non si fa così però, non è giusto sparire dalla vita di una donna e poi chiamarla dopo ben due fottutissimi anni solo per chiederle se quello è ancora il suo numero e dicendole che hai voglia di vederla per chiacchierare a lungo con lei "raccontandole tutto ciò che in questo tempo non le hai detto e sentirti dire le cose che lei non ha detto a te".
Ma cosa c’è da dire? Cosa, Walter?
Ti sei sposato, hai una figlia e una moglie ed eravate innamorati credo, perché tu l’hai scelta, l’hai preferita a me andandotene via e io mi sono fatta da parte concedendoti la tua libertà.
Ancora mi ricordo la nostra separazione e mi rivedo lì, in quella casa che avevamo comprato, quella dove avremmo voluto essere felici per sempre, in una romantica concezione d’amore monogamo, stabile, unico.
Quando capii la situazione e ti affrontai, tu mi guardasti con gli occhi spenti, come una candela consumata, bruciata da altri occhi, altre mani. Da tempo i tuoi occhi non mi vedevano più ma io, amandoti, usavo i miei occhi anche per te.
Mi vengono in mente tutte le sensazioni di allora: chiare, nitide, come se in una macchina del tempo io ora fossi stata riportata nel passato dalla tua telefonata. Il nostro passato vicinissimo e, per me, doloroso quando lo rivedo, quando rivivo tutto il nostro dramma. Il mio dramma.
Esco dall’hotel e mi dirigo verso il posto dove ci siamo dati appuntamento. Ma perché poi proprio qui, in questa città dove tanti anni abbiamo trascorso weekend indimenticabili?
"Ciao Ania sono Walter, come stai?".
"Walter... ciao... che sorpresa...".
"Spero positiva...".
"No figurati... io bene, tu piuttosto?".
"Io... mi chiedevo se avevi cambiato numero così... ho voluto provare a chiamarti".
"Ah".
"Non ti ha fatto piacere allora".
"Non saprei Walter. Come va?".
"Ho avuto una bambina. Tutto bene ma... sentivo un gran bisogno di sentirti. Vorrei vederti. Guardarti e parlarti. Non ho mai dimenticato il tuo viso triste".
"Io sono felice Walter. Ho un uomo. Anzi ne ho avuti più di uno in questi due anni e poi ho superato fantasmi e convinzioni".
"Sì, lo so. Ma ti chiedo un attimo di fermare tutto e ascoltarti. Non pensare a quello che eravamo e che è accaduto. Pensa solo a ora. Dove sarai venerdì prossimo? Ti sposti alla casa del mare, in riviera?".
"L’ho affittata e me ne vado in albergo. Almeno mi rilasso un po’... Ho lavorato un sacco e chiudo lunedì, cioè domani, così parto direttamente domani sera dall’ufficio".
"Io sarò lì per lavoro con dei cinesi giovedì e venerdì. Se mi trattengo venerdì a cena, ti va di venire con me?".
"Con i cinesi?".
"Ma no... da soli. Come due vecchi amici che si ritrovano. Dai, dimmi di sì".
"Perché no, una cena mi farà piacere. Dove?".
"Da Ciacco, è da tanto che non ci ritorno. Ti va?".
"Ok, alle nove?".
"Alle nove".
"Va bene allora, ciao".
"Ciao Ania, grazie".
Chiudo e, oggi, in questa camera d’albergo ti penso e mi preparo psicologicamente a rivederti ma non solo: confesso che mi sono anche preparata a dovere per questa cena. Indosserò un vestito al ginocchio morbido di un bel viola cangiante e sandali neri altissimi, quelli del genere che piacciono a te. Mutandine piccole e rosa. Ma perché, poi?
I miei piedi saranno curatissimi perché lo so che ti piacciono i miei piedi e mi chiedo perché nel prepararmi sto assecondando questa tua predilezione. E anche le mie mani sono perfette, con la lacca rosa Barbie che luccica sulla mano abbronzata.
Ti vedo fuori dal ristorante, sei un po’ ingrassato credo; questi due anni la tua forma fisica ha perso un po’ di smalto, per restare nell’ambito estetico delle mie unghie; forse con lei non scopi abbastanza come facevamo noi due. Mi ricordo le nostre maratone di sesso, in particolare le domeniche pomeriggio quando le giornate erano piovose e ci rinchiudevamo in casa staccando i telefoni sino alle sette di sera. Era bellissimo alzarsi la mattina verso le undici dopo aver trascorso il sabato sera in giro sino a tardi per le feste bolognesi e poi decidere di fare una "colazione-pranzo", come la chiamavamo noi, un brunch in cui eri sempre tu a cucinare per me fantastiche omelette alle verdure, toast al burro e marmellata di mirtilli, the English Breakfast al limone e panini di ricotta con prosciutto di Praga, e poi immancabili tazzine di noci che avremmo sgranocchiato sul letto ogni tanto per recuperare energia e dopo il breve sonno che vela gli amanti appagati.
La televisione ci faceva compagnia e il nostro piumone dopo ore avrebbe odorato dei nostri corpi e la sera, prima di dormire, l’avremmo cambiato per portarlo in lavanderia e la signora Laura ci avrebbe detto "Ma questo piumone si rovinerà a furia di lavarlo così spesso" e avrebbe detto "soccia" o "sorbole" con la S pronunciata SC come la dicono i bolognesi e mi avrebbe fatto tanto ridere perché era tanto simpatica.
Non vivo più a Bologna, ma quegli accenti e quei giorni sono vivi dentro di me e ne odo gli echi.
    
"Ciao Ania... ti trovo benissimo".
Non vuoi dirmi che oggi sono bellissima, è chiaro.
"Io ti trovo bene, ma ingrassato...".
"Be’, un po’".
Touché.
Entriamo e scopriamo che il ristorante ha cambiato gestione ed è tutto diverso. Il menù è proposto dalla casa che ci invita a lasciarci deliziare dalle loro proposte e così accettiamo di cedere i palati alle loro creazioni.
Scampi flambé in salsa di avocado accompagnati da Ribolla Gialla dei colli friulani e i nostri calici fanno cin cin seppure il nuovo tono del ristorante (gestione familiare ma di chi, di regine e re?) inviti al rispetto del galateo.
Il mio abito viola assomiglia sempre più al colore della mia pelle dopo due bicchieri e questi scampi sono davvero deliziosi e vorrei trasmetterti il piacere che provo a gustare questa salsa, ma il mio pudore dopo anni di distanza da te mi vieta di chiederti se provi anche tu la mia stessa goduria.
Silenzio mentre assaporiamo la portata, sguardi sostenuti mentre i nostri calici, sincronici, si portano alle reciproche bocche.
"Storione affumicato con salsa ai mirtilli signori".
Questo piatto assomiglia al mio abito, sfumature dal viola scuro quasi nero diventano lilla nei bordi del piatto e le fettine di storione hanno un gusto atipico, veramente prelibato in questa combinazione, e ora leggo nei tuoi occhi la voglia di mangiare il contenuto del mio piatto perché il tuo l’hai mangiato un po’ troppo in fretta e così, molto istintivamente e naturalmente, come se tutto questo tempo non fosse mai passato, con la mia forchetta d’argento prendo un pezzetto di pesce e lo bagno nella salsa e poi elegantemente lo avvicino alla tua bocca.
Non dici nulla ed è come se nessuno fosse intorno a noi. I nostri gesti eleganti e sensuali non disturbano e forse chi ci guarda ci invidia.
La tua bocca, che non aveva proferito parola sino a quel momento, finalmente si apre ma senza emettere suoni, il tuo gesto è quello di accogliere la mia forchetta, come in un "ah..." di chi sospira, e finalmente le tue labbra si schiudono dolcemente davanti a me concedendomi di intravedere la tua lingua rosa che tante volte ho assaggiato e di cui ho goduto.
Chiudi gli occhi e dici "mmmm..." e la tua mano versa vino nel mio calice: sete di te la mia mano che porta il calice alla bocca e la mia bocca stessa che si nutre di un nettare che non è quello che vorrebbe avere.
Non parliamo. Non ci raccontiamo. Non commentiamo. Ci deliziamo solo dei sapori e degli odori della cucina e dei nostri reciproci profumi.
"Cozze e vongole veraci in salsa preziosa alla bottarga, signori".
Il vino cambia, è un Fermentino DOC della Gallura, quello preferito durante le nostre vacanze in Sardegna.
"Fermentino DOC...", dici ora.
"Sì...", dico io.
La tua mano sul tavolo si avvicina alla mia e le nostre dita si intrecciano come fidanzati in una cena romantica.
Porti la mia mano alla bocca e mi lascio guidare dalla curva che disegna il tuo polso; dal tavolo alle tue narici il dorso della mia mano va e arriva alle tue cavità nasali che lo annusano e sfiorano con le labbra.
Il mio profumo è quello di sempre, "lo adoro" come dice la pubblicità; il tuo è uno nuovo, non ho bisogno di portare al naso il tuo polso per sentirlo; è quello di un uomo novo, forse è lei che l’ha scelto, a me non piace molto ma forse è il mio orgoglio che me lo fa percepire così, la mia voglia di volerti resistere, di non cedere, di far finta che tu non sia più quello che desidero con ogni centimetro cubo della mia pelle e quindi della pelle intesa come organo, quella parte di noi che non è superficie ma arriva in uno strato sottostante che comunica col sangue e ne coglie ossigeno e vita.
"Ancora vino?".
"Sì".
E il calice, il tuo invece che il mio, lo riempi e lo prendi tra le tue mani, lo annusi come se ancora avessi le mie dita sul viso e lo assaggi e poi, ruotando il vetro dalla mia parte, concedendomi volutamente di intravedere tra la trasparenza del cristallo il segno rigato delle tue labbra me lo porgi, per bere dalla tua stessa coppa che è la mia coppa ed è la coppa della nostra vita, quella condivisa, Walter. Mio Walter. Quanto mi manchi, Walter.
Le capesante al gratin accompagnate da insalata di mare ai ceci arrivano in un piatto quadrato che sembra un quadro; lei, la capesanta, è lì distesa come Venere nella sua conchiglia e i ceci sembrano tanti piccoli clitoridi che vorrebbero appartenerle ma solo uno di loro sarà degno di ornare la Dea della bellezza.
Cosa fai Walter? Tu e io siamo una cosa sola, uniti da uno speciale filo che attraversa le nostre menti, invisibile eppure così fermamente legato e così resistente ed elastico da non riuscire a spezzarsi neppure con la lontananza.
Assaggio il piatto e chiudo gli occhi deliziandone il gusto. Riapro gli occhi e tu mi guardi con i tuoi occhi ammalianti e porti sulla punta della lingua un piccolo, innocente cece. Lo fai battere due volte con la forchetta piano sulla punta della lingua. Poi lo lecchi intorno. E infine lo prendi tra le labbra facendolo sparire dentro la tua cavità.
Avverto un certo calore, ora. Sarà il vino, mi dico. Ma poi no, so che non è il vino.
Le mie mutandine le sento di troppo, sento che mi comprimono lì dove il mio cece come un piccolo pene è aumentato di volume.
Mi accorgo di aver abbassato lo sguardo e di mordere leggermente il labbro inferiore.
E tu, che mi conosci bene Walter, sai quando ho voglia.
Le mie gambe sotto il tavolo si allungano istintivamente verso di te ma senza toccarti. Le tua gambe afferrano sotto il tavolo un mio piede, abbracciando la mia caviglia e insieme piano iniziano a risalire sino al mio ginocchio e poi ritornando giù un paio di volte.
"Mi sei mancata Ania...", dici, e le mie gambe e le mie caviglie rispondono.
E’ uno scambio tattile di emozioni rubate dal tempo, una serie di sensi si attivano preliminari al sesso e parlanti d’amore.
Il contatto con il tuo corpo mi provoca ancora un’emozione indescrivibile: dove sei Walter, dove sei stato? Perché te ne sei andato?
Ti guardo e nel mio sguardo leggi i miei perché, e mi prendi entrambe le mani intrecciandole tra le tue, destra con sinistra, sinistra con destra, di fronte come in uno specchio, lo specchio del nostro cuore.
Stringo forte le tue dita come a volerti fare male e tu mi stringi i polsi ed emetti solo un piccolo suono: "Ssssh...". Hai capito. Io capisco.
Il mio piede destro ora lustra l’interno della tua caviglia sinistra e risale con il sandalo allacciato sino all’interno della tua coscia. Il mio tacco non mi consente di svolgere particolari movimenti. Ti ho stritolato le dita, non voglio farti male altrove. Il mio segnale questa volta è un altro. E’ un invito all’amore. Un richiamo al mio corpo affamato di te.
"Vuoi mangiare ancora?", mi chiedi piano guardandomi allusivo.
"No", dico io.
Paghi tu e prendiamo la tua auto e, appena seduti, afferri il mio viso e la tua bocca si attacca alla mia in una danza appassionata e cercata da tempo e mai più ritrovata. La tua lingua abbraccia la mia, le tue labbra si fondono con le mie ritrovando un gusto mai dimenticato.
"Ania... Ania...".
"Walter...".
Corriamo verso il faro. Il posto preferito di sempre. Le tue mani in auto accarezzano le mie cosce abbronzate e risalgono sino alle mie mutandine. Mi massaggi dolcemente sotto il monte di Venere tra un cambio e un altro e io ti lascio fare, mi lascio riscoprire.
Fermati là, più in là.
Il nostro bacio riprende ed è già un amplesso completo, slaccio i tuoi pantaloni e la tua camicia che volano sul sedile posteriore. Il mio abitino scivola via dalle ascelle setose mostrando il mio seno nudo.
La tua bocca sul mio seno e la tua mano tra le grandi labbra nettarine sono la vita che ritorna da me.
La mia bocca dalle tue labbra ardenti si apre ora sul tuo sesso proteso davanti a me, che mi vuole come se da chissà quanto tempo non avesse goduto.
Mi giro con le mani attaccate al finestrino e calo giù le mie mutandine rosa.
So che questo gesto ti fa eccitare moltissimo e fa eccitare anche me. Un altro dei nostri segnali, un altro gesto di complicità.
La tua lingua non perde tempo e affonda tra le mie natiche, scorre sulla mia pelle baciando tutti i miei luoghi segreti e si perde tra le labbra della mia fica e tu mi senti, senti che sono pronta ad accoglierti.
Ma non vuoi ancora prendermi e sento che mi divori, la tua lingua scorre sul mio cece nascosto, succhia dolcemente il cappuccio che lo ricopre, lo solletica veloce, lo sfiora, lo lecca regalandomi un godimento intenso perché sai cosa mi piace, sai farmi godere e te lo dimostro venendo sulle tue labbra che ora premono sul mio clitoride mentre le tue dita sono abilmente entrate nella mia vagina la cui cavità vuole essere colmata.
Non mi lasci tregua, conosco bene il tuo modo di amarmi. Il tuo sesso si avvicina e mi possiede subito dopo il mio orgasmo, le tue spinte sono dolci e profonde come in una danza d’amore e la tua schiena si appoggia ogni tanto sulla mia, mentre la tua guancia arriva sul mio collo leccandomi dietro l’orecchio e dicendo, piano, che sognavi di rivedermi godere.
Il mio orgasmo arriva ancora, diverso, prepotente e liberatorio, che ti stringe ti strizza ti trattiene ti vuole ti ama ti chiede ti concede ti dà si prende.
E poi, in questo fare l’amore che è spontaneo e naturale e nasce dal nostro ardore, dalla nostra voglia e dalla nostra passione, arriva il tuo orgasmo e arriva dentro di me, anche lui a dare concedere amare ciò che ha lasciato e a riprendere a vivere e a godere.
E non servono parole, non serve parlare come credevi di fare oggi.
Perché tutto, oggi, ci parla di noi e del nostro unico, grande amore.

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