Racconti Erotici

Il respiro del vento

Scritto da Charmel Roses

La luce fioca del tramonto accarezzava il vento leggero che agitava le tende, scuotendo la lieve penombra che avvolgeva la stanza, lambendo con un soffio delicato il suo corpo e i suoi pensieri, mentre la sua mente vagava silenziosamente tra le pareti che si coloravano della luce della sera.

Si abbandonò al vento che in quell'ombra diveniva quasi fresco, pur conservando il tepore silenzioso del pomeriggio estivo; lasciò che l'accarezzasse e la cullasse mentre quasi precipitava nel morbido abbraccio della poltrona, un abbraccio che a tratti sembrava quasi ingoiarla, ma con dolcezza.
Quell'abbandono le ricordava i giorni al mare, quando prendeva il sole distesa sul materassino, lasciando che andasse alla deriva sulle onde, senza preoccuparsi delle correnti che avrebbero potuto trascinarla chissà dove; si sentiva leggera in quei momenti, come se tutto assumesse contorni indefiniti, si sentiva come una nuvola sospinta dal vento, che vaga senza un perché, senza chiedersi nulla.
Lasciò la mano libera di scivolare lungo il suo corpo che ora era scosso da lievi brividi, seguendo il respiro silenzioso della sera che continuava a sfiorare la sua pelle con delicati baci, come se ci fosse lui lì con lei e fossero sue le labbra che gli sembrava di sentire sulle sue gambe.
Con lente carezze lo sentì risalire lungo le sue cosce, con quel tocco che solo lui possedeva e che lei amava tanto, quel suo sfiorarla che le impediva di opporre resistenza, che la faceva sentire totalmente in suo potere, come se il proprio piacere appartenesse solo a lui e solo lui sapesse come farle raggiungere l'estasi assoluta.
Non sentì la porta che si apriva mentre soffocava i propri gemiti in quelle carezze, così lui poté giungere alle sue spalle senza farsi notare e osservarla, avvolgendola con lo sguardo e godendo del modo in cui inarcava la schiena, raggiungendo il culmine di quel piacere solitario.
"Cosa stai facendo?", le chiese con tono freddo, quasi di rimprovero.
Lei arrossì, vergognandosi del modo in cui era stata sorpresa e ancor di più per le sue domande insistenti, con il suo voler indagare quando ammise sottovoce di aver pensato a lui.
"E a cosa, di preciso?", replicò avvicinandosi e accarezzandole il ginocchio.
Per quanto disinibita fosse con lui nell'intimità, la imbarazzava dire ora i pensieri che aveva avuto mentre godeva in sua assenza e tacque, sentendo la sua mano che ora si faceva strada tra le sue cosce ancora bagnate.
Si accovacciò davanti a lei, facendola trasalire con il tocco della sua mano, penetrandola col dito e frugando dolcemente dentro lei, rigirandolo a lungo come se fosse un vasetto di miele.
Ansimando lo sentì uscire poco dopo, togliendole il respiro per quel piacere interrotto, poi lo vide assaggiare gli umori raccolti con il dito, leccarli come un prelibato nettare da assaporare e di cui nutrirsi.
La penetrò più volte, leccando dal dito la sua eccitazione, facendola sussultare in quel piacere straziante e lasciato in sospeso che la faceva bruciare di desiderio e quasi, le sembrava, la dilaniasse.
"Ti prego", lo implorò sentendo la propria voglia divenire come un dolore che sembrava non aver mai fine.
Ma lui continuò, fingendo di non sentirla, raccogliendo con una cura quasi meticolosa quel nettare di cui si nutriva.
Lei lo supplicò ancora, quasi disperandosi per il silenzio che riceveva in risposta, accompagnato dal movimento circolare del dito che entrava e usciva dentro lei.
Per cercare di metter fine a quella tortura, cominciò ad agitarsi, cercando di strofinarsi mentre lui la penetrava, nella speranza di raggiungere quel piacere che le veniva continuamente negato. Ma proprio quando stava per riuscire nel suo intento, lui si fermò, rialzandosi e avvicinandole alla bocca il dito pieno dei suoi umori.
"Mi piace il tuo sapore", le disse mentre teneva il dito sospeso su di lei, lasciando che una goccia colasse sulle sue labbra turgide di piacere.
Poi si chinò su di lei, sfiorandole la bocca con la punta della lingua, assaporando la sua eccitazione che si mischiava con le loro salive, mentre la baciava con passione. Lei lo strinse forte, avvinghiandosi a lui con le cosce e strofinando il proprio sesso ancora umido contro i suoi pantaloni, invocando quel piacere che sentiva bruciare nel suo ventre.
"Cos'hai?", le chiese schernendola.
"Ti prego, fammi tua".
"Non pensi di aver goduto abbastanza?".
"Ti supplico".
"Puoi farlo meglio di così", le rispose staccandosi da lei e allontanandosi di qualche passo.
Lei si inginocchiò, gattonando fino a lui e strusciandosi contro la sua gamba, premendo poi il viso contro il suo sesso, come in un rituale quasi animalesco di seduzione.
Accarezzandole il capo, la allontanò e si sbottonò i pantaloni, godendo nel vedere l'impazienza di lei che attendeva in ginocchio.
Iniziò a sfiorarle il viso e la bocca con la punta del suo sesso eretto, seguendo il contorno delle sue labbra mentre cercava di baciarlo.
Poi si fermò per qualche breve istante, finché non sentì la bocca di lei accoglierlo e succhiarlo con passione, assetata di un piacere che non riusciva più a trattenere.
"Puoi toccarti ora", le disse afferrandole i capelli dietro la nuca e cominciando a guidare i suoi movimenti.
Le bastò sfiorarsi per sentire la propria eccitazione travolgerla come un fiume in piena, facendola quasi dimenticare di sé, facendola sentire come dispersa tra le onde di un mare immenso che la trascinavano oltre la deriva dei sensi.
Lui sentì quel piacere nei gemiti soffocati con cui ansimava mentre continuava a godere nella sua bocca, sentendola succhiare dolcemente in preda all'orgasmo che vibrava dentro lei.
La luce fioca del tramonto accarezzava il vento leggero che agitava le tende, scuotendo la lieve penombra che avvolgeva la stanza, lambendo con un soffio delicato il suo corpo e i suoi pensieri, mentre la sua mente vagava silenziosamente tra le pareti che si coloravano della luce della sera.
Si abbandonò al vento che in quell'ombra diveniva quasi fresco, pur conservando il tepore silenzioso del pomeriggio estivo, lasciò che l'accarezzasse e la cullasse mentre quasi precipitava nel morbido abbraccio della poltrona, un abbraccio che a tratti sembrava quasi ingoiarla, ma con dolcezza.
Si abbandonò al pensiero di lui, al suo sapore che ancora aleggiava nella stanza e vibrava nel respiro lento della sera.

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