Racconti Erotici

I maschi di Hiri

Scritto da Emma Piccin

Ogni giorno, appena si sveglia, la guardo mentre allunga le gambe abbronzate e le braccia affusolate tra le lenzuola. La guardo e mi viene voglia di lei.

Lei si alza e la guardo ancora, dopo averla osservata dormire, dopo averne scrutato le movenze al risveglio, dopo averla spiata mentre scende dal letto con la sua sottoveste micro di colore baby che le scopre appena, mentre compie quel movimento, il suo fondoschiena nudo per poi riscendere sulla plica del gluteo inferiore, accarezzando il corpo slanciato ma allo stesso tempo morbido e formoso.
Quando l’ho conosciuta, Hiri aveva sedici anni e a diciotto me la sono sposata per averla sempre qui, con me, in questo letto in cui mi vedo invecchiare mentre lei sboccia e ogni giorno è più donna. Non parlava bene la mia lingua, allora, ma non era importante come parlava ma ciò che con la bocca mi faceva. La sua lingua, Hiri, la usava per altro e la usava così bene che, sin dalla prima volta in cui mi ha assaggiato, mi ha fatto perdere la testa.
La mattina la seguo in bagno, mi piace vedere tutto quello che fa e non voglio perdere un istante a scrutare il suo corpo. La guardo mentre assonnata si stropiccia gli occhi come una bambina e, seduta con le gambe composte, fa la pipi. Le chiedo di aprire un po’ le gambe e di farsi guardare mentre il suo liquido esce dalle labbra chiuse e per me questo scarto mattutino è solo acqua, acqua di Hiri, e la sua fonte un fiore profumato, giovane, pieno di mistero.
Mentre guardo la sua pipì lei sorride e con una mano si schiude la passerina perché sa che questo gesto mi ecciterà moltissimo facendomi diventare duro il mio membro nascosto tra le mutande, come se avessi preso una confezione intera di Viagra.
Tutto orgoglioso della mia virilità mi spoglio e mi infilo nella doccia con lei: mi piace insaponare tutto il suo corpo mentre emette dei graziosi risolini aspettando qualcosa di più da me mentre gioca anche lei a lavarmi insaponando il mio pene eretto superbamente davanti a lei. Usciamo dalla doccia e mi dedico ad asciugarla tutta, a Hiri, per poi ribagnare con la mia saliva tutto il suo frutto pieno di nettare, il suo pistillo, i suoi petali schiusi.
Lei all’inizio sorride e poi inizia a gemere e i suoi capezzoli diventano duri duri così se li strizza un po’, poi mi fa cenno di smettere e inizia a succhiarmi lei, facendomi salire il sangue al cervello e facendomi sentire un ventenne.
Quando sente il mio membro turgido e impaziente nella sua bocca mi supplica di penetrarla e, mettendosi davanti a me e al mio uccello con le gambe tutte aperte, aspetta vogliosa.
Qui però succede l’inevitabile per me. Qualcosa di innaturale forse per chiunque ma non per me e per come vivo la donna che mi ha stregato. E’ come se non volessi rompere quell’incanto e così, dopo averle sfiorato la fica con la cappella gonfia, le dico di girarsi e glielo infilo in mezzo al culo. Oppure la lascio così, prona, ma poi il mio uccello scivola giù in mezzo alla sua fica e la assaggia per poi scivolare ancora più sotto, tra l’apertura dei suoi glutei e così, sollevandole un poco le gambe, lei non fa in tempo a dire di no che io sono già entrato nel suo buco stretto, che si trattiene inizialmente per poi rilasciare intorno al mio uccello tutto il suo spasmo.
La mia ossessione è quella di preservare la passerina della mia Hiri dalla violenza del mio sesso che entra dentro di lei. Ogni giorno voglio solo guardare le sue labbra attaccate, chiuse, mentre il suo culetto è aperto. Davanti chiusa, dietro aperta.
L’ho scopata solo quando ci siamo sposati, per una settimana forse, nutrendomi del suo nettare come un vampiro per poi osservarla ogni volta dopo aver sfilato la mia banana dalla sua albicocca. Quello che vedevo era una cavità non più aperta ma ancora schiusa, forse ancora pronta a godere e a ricevere godimento. Così, già due anni fa iniziai a pensare che quella fica doveva restare chiusa solo per essere leccata, baciata, accarezzata e spiata. Da allora il mio estremo godimento mi portò a pensare che, ogni giorno, avrei voluto conservare le grandi e piccole labbra di Hiri e la sua apertura a goccia solo per me per poi concedermi solo quando avrei deciso io. Forse mi avrebbe desiderato così tanto da essermi stata sempre fedele. Forse.
Quando si veste inizia il mio tormento e la sfida giornaliera con me stesso per controllare la mia gelosia e convincermi che veramente lei è solo mia. Che nessuno può prendersi il corpo della mia Hiri.
Si mette le mutandine trasparenti, si mette il reggicalze, non porta il reggiseno sotto la camicetta bianca, si infila la gonna. Ma dove va vestita così? Cosa ci fa al lavoro vestita così? Mi sento male se immagino cosa potrebbe fare, perché so in fondo che è tutto vero, non è la mia immaginazione. Hiri non può essere solo mia.
Mi sorride come per tranquillizzare i miei pensieri, poi mi accarezza il viso ed esce dalla camera tutta stretta nel suo cappottino nero sagomato.
La penserò, penserò che domani devo smetterla e decidere di farlo, sì, domani le romperò la fica col mio cazzo, forse ho fatto male a non accontentarla, magari uno più giovane di me si prenderà oggi quello che io non mi sono voluto prendere.
Domani sarà diverso. Sarò un altro. Devo farla godere di più. Deve uscire da qui con un’indigestione di sesso. Deve andare via con la passerina dolorante, sazia degli orgasmi che le ho regalato. Non le farò il culetto questa volta, solo la passerina. Prenderò il farmaco per evitare l’impotenza. Lo prenderò appena mi sveglio così sarò pronto ancor prima di vederla fare la pipì. Anzi, la stupirò. Non sarà la routine. La aspetterò sul letto col cazzo eretto come un ragazzo che ha ben riposato e che si sveglia al massimo della forma. Lei è mia.
Hiri: "Buongiorno Dr. Carani".
Dr. Carani: "Buongiorno. Venga nel mio studio".
Hiri entra nella stanza grande e poco luminosa. Le porte in legno sono pesanti così come l’arredamento di quell’ufficio, classico ma un po’ troppo vecchio stile perché arredato dal padre anziano del suo giovane capo. Il tavolo in legno massiccio è pieno di cose d’argento inutili: cavallini, un candelabro a sei braccia senza candele, parecchi porta penne, svuota tasche pieni di monete e di ferma fogli. Una grande lampada con paralume in filigrana diffonde una luce gialla un po’ retrò. Il lampadario principale è grande e in cristallo, appeso al centro della sala come se questa, invece di un ufficio, fosse un salone antico delle feste.
Il grande divano rosso in pelle sull’altro lato della stanza di fronte al tavolo è poggiato su una parete di specchi e invita a pensieri scorretti che ogni giorno attraversano la mente non solo di Hiri, ma anche di Luca Carani, che si eccita già ogni volta che lei varca la soglia di quella porta e che se la vede lì, in piedi, con la camicetta semiaperta e la gonna che le scivola aderente sul culo.
Hiri si siede sull’alto sgabello di fronte al tavolo di Luca, il capo vuole che lei si sieda lì e non sulla poltrona o sulla sedia. Lì lei è costretta a stare seduta con le gambe chiuse perché ogni movimento che fa lascia intravedere il suo reggicalze o le sue mutandine.
Questa cosa fa impazzire Luca Carani ma anche Hiri, che ogni giorno aspetta di giocare una nuova partita con Luca e si sente bagnata ogni volta che lui le guarda appena le gambe.
Luca le dice di scrivere delle cose tenendo un atteggiamento distaccato e dandole del lei.
Hiri appoggia i tacchi sul poggiapiedi dello sgabello per poter poggiare il suo blocco sulle ginocchia. Luca le dice di leggere quello che ha scritto e lei legge ma la voce le trema...
Luca le dice di aprire di più le gambe: "Apra le gambe, signorina Hiri. Leggermente grazie".
Hiri è ubbidiente, una brava bambina: apre di più le gambe sentendosi avvampare tutta.
Lì, su quello sgabello, lei piano piano apre le gambe... e lui può vedere il suo sesso ricoperto da un piccolo triangolo trasparente e il reggicalze che le incornicia le cosce. Ogni volta si immagina di sbatterla con foga sulla scrivania, con i capelli sparsi sul tavolo, il viso spiaccicato sulle carte e le mani aggrappate da qualche parte, con il suo bel culo all’insù e la gonna sollevata, le mutandine scese a mezza coscia e il reggicalze addosso come due strisce nere sulle natiche bianche e sulle cosce aperte.
Ma consumare tutto così in fretta non l’avrebbe fatto godere abbastanza.
A vedere quello spettacolo sullo sgabello il cazzo gli diventava duro e gli si inumidiva sulla punta come un’adolescente che non vede l’ora di masturbarsi mentre sta guardando una rivista pornografica.
Hiri osa una mossa e si solleva la gonna facendo finta di niente mentre legge piano quello che lui non avrebbe mai ricordato, e poi si sbottona uno a uno i bottoni della camicetta lasciando libero il seno rotondo. Le piace poi accarezzarsi le tette di fronte a lui, prima una e poi l’altra. Se le accarezza e si tocca i capezzoli e poi con due dita si scosta lentamente le mutandine e rimane così sullo sgabello, muovendosi piano in un lento dondolio di ginocchia schiuse che fa impazzire Luca.
A questo punto Luca le si avvicina e si sbottona i pantaloni ma lei continua a leggere e a toccarsi come se fosse sola. Luca le toglie di mano i fogli e le dice solo una parola: "Succhialo".
Hiri si inginocchia davanti a lui e lo prende tutto in bocca, lo prende in bocca quel cazzo nervoso e gonfio che le fa bagnare tutto lo spacco inesplorato, tutta la mandorla liscia e curata e nutrita di baci e di saliva ma mai di corpi turgidi e di umori maschili.
Luca è bello e giovane come lei e con la stessa voglia di godere che ha lei, cioè senza privazioni.
Hiri si diverte a bloccargli l’orgasmo stringendogli il cazzo alla base e sentendolo pulsare per poi rincominciare a leccarlo e a succhiarlo piano.
Poi a questo punto Luca la ferma e la conduce sul divano rosso, si libera dai pantaloni e le sfila le piccole mutandine trasparenti e bagnate.
Oh quanto le piaceva, a Hiri, quel momento... il momento dell’attesa la faceva eccitare ancora di più e la sua fica sembrava un alveare pieno di miele purissimo.
La bocca di Luca si posa piano sul suo sesso, la lecca facendola godere subito senza troppe attese.
Non chiede niente, Hiri, ma si apre tutta la mandorlina con le dita invitandolo a prenderla, a entrare lì dove suo marito non osava.
E Luca la penetra, la penetra sino in fondo stando in ginocchio davanti a lei e godendosi lo spettacolo del suo corpo supino con le gambe spalancate là, davanti a lui.
Quelle gambe che prima si erano offerte al gioco del vedo non vedo e poi del "oh sì... come vedo".
Gli piaceva aprirle tutte le labbra, e lei pensava che finalmente poteva prendere un cazzo vero e poteva prenderlo tutto, tutto intero.
Luca se la scopava assaporando ogni spinta piano e sino in fondo per evitare che l’orgasmo gli salisse troppo in fretta dalle palle alla punta del cazzo.
La fichetta di Hiri si impregnava ancora di più di nettare a ogni spinta e godeva più volte raggiungendo orgasmi lunghi e intensi riscaldando così tanto la cappella di Luca che cercava di trattenersi il più possibile, per poi seguire Hiri con un orgasmo violento che la inondava tutta come nella creazione di un nuovo mondo.
L’indomani mattina Heri si sarebbe alzata, il suo vecchio marito l'avrebbe seguita in bagno, l’'avrebbe leccata e forse inculata per non schiudere le labbra della sua fica, che sperava di conservare solo per lui.
"Hiri", le disse la sera prima di dormire accarezzandole la passera nuda sotto la sottoveste rosa, "che bella fica che hai. Domani te la scopo per bene... ma voglio scoparla il meno possibile, per trovarla tutta vogliosa e stretta come piace a me. Lo faremo solo una volta la settimana questo gioco, ma lo faremo per bene".
"Sfondami la fica ora...", disse Hiri che, con le carezze del marito, si era eccitata. "Sfondami...", chiese mettendosi alla pecorina, "perché se non me lo dai... lo prendo da qualcun altro".
Il marito si sentì avvampare a quella minaccia e si sentì impaurito da quell’avvertimento, e se la scopò subito la sera stessa senza aspettare l’indomani mattina. La scopata però durò poco, il vecchio non aveva fatto in tempo a prendere il suo farmaco e la sua prestazione non era dunque comparabile con quella di Luca, così giovane e aitante. Hiri ebbe comunque il suo orgasmo e si chiedeva come mai comunque suo marito avesse tanta energia per riuscire a incularla ogni mattina. Capì che l’ossessione di conservare la sua fica chiusa era così potente da condizionare addirittura la sua eccitazione che, diversamente, forse per una sorta di strano rifiuto, cedeva.
Dopo quella sera tuttavia il marito ogni mattina concedeva a Hiri la scopata se lei insisteva e la chiedeva, perché lo minacciava di tradimento. Aveva dunque finalmente ottenuto dal marito quello che le spettava, seppur non apprezzando a fondo la qualità del servizio...
Ora però voleva qualcosa di diverso da Luca, qualcosa che lui non le aveva mai chiesto di fare.
Dopo giorni e giorni di giochi con Luca nel divano rosso, tutti più o meno con la stessa sequenza, Hiri una mattina entrò nello studio di Luca e il gioco del guardone e della porca rincominciò, ma dopo che lei gli ebbe leccato il cazzo questa volta, invece che essere passiva e muta, gli fece una richiesta.
Si avvicinò al suo orecchio e, mordicchiandogli il lobo, disse: "Dammelo... nel culetto".
Luca non ci pensò due volte e la accontentò. La sua donna non voleva mai farselo mettere di dietro e a lui non sembrava vero che lei, con quel culo da troia, gli stesse chiedendo proprio questo.
La fece mettere appoggiata sulla scrivania e iniziò a leccarle il buchino mentre le sfondava la fica con un dito facendola gemere. Poi col suo membro duro come marmo iniziò ad aprirle piano piano il punto oscuro del suo corpo aspettando che la cappella scivolasse dentro da sola. Lei gemette forte e lui iniziò a muoversi piano dentro di lei, tra le sue natiche, assecondando i suoi movimenti. Dopo pochi secondi Hiri iniziò a godere così forte da far salire il sangue al cervello di Luca che sentiva il cazzo stretto dentro il culetto pulsante di Hiri.
Il suo orgasmo si sprigionò a fiotti e a Hiri sembrò di sentirlo arrivare sino alla gola, facendola sciogliere tutta. Luca le piaceva ma, ora che l’aveva fatta godere anche di dietro, le piaceva ancora di più.
Così ora Hiri aveva tutto, ma proprio tutto: due uomini che se la scopavano e se la inculavano, ed era tutto quello che per ora, a vent’anni, desiderava.

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